Ci sono viaggi che sono discese dentro se stessi. Vi si respira una natura antica e possente, indifferente al tuo sguardo e al tuo sentire. Sono esperienze che lasciano una traccia profonda, che sfiorano l'anima e fanno tornare diversi da come si era partiti.
In certi luoghi il tempo sembra aver perso il suo significato, angoli dove tutto è fermo e perfino l'alternanza fra il giorno e la notte ha ritmi che sfuggono alla logica del nostro essere. Come la roccia chiazzata di neve che guarda il Mar Glaciale Artico distendersi verso nord, verso quella foschia che nasconde il congiungersi del mare con il cielo basso e grigio, dello stesso colore dell'acqua su cui sembrano galleggiare gli ultimi isolotti norvegesi.
Ancora per molti giorni il sole sarà alto sull'orizzonte, illuminando la notte, e il tempo sembra immobile in questo grigiore uniforme di mare e cielo rotto dal nero dell'isola Kvaloya che emerge dalle acque gelide. C'è silenzio e freddo in questo giorno d'estate. E solitudine. I turisti sui loro camper strombazzanti sono chilometri e chilometri lontano, sulla strada che porta al precipizio di Capo Nord.
Non ci sono uffici postali affollati con i loro certificati timbrati, non ce n'è alcun bisogno per capire che siamo ad uno dei confini del mondo. Lo si sa, lo si sente dentro. Se un pescatore giurasse, qui ed ora, che oltre quella foschia si nasconde il bordo del pianeta dal quale navi e onde precipitano nel vuoto, ci crederei senza battere ciglio, tanto è magico questo scoglio scuro dal quale guardo il mare.
Giungere qui è come una lenta iniziazione, un rito indispensabile, un graduale avvicinarsi alla sacralità dell'Artico. Si può comodamente arrivare in aereo in poche ore ma non sarà mai la stessa cosa. Si dovrebbe invece partire da sud, dalle pianure della Finlandia centrale, disseminate di laghi, dove dicono che un sasso lanciato in aria certamente ricadrà in uno di quegli stagni azzurri, limpidi come il cielo che li sovrasta e circondati da alberi immensi scolpiti dalla luce affilata di queste latitudini. Si dovrebbe guidare verso nord e varcare il circolo polare artico, passare accanto a fiumi lenti pieni di tronchi che galleggiano verso valle e attraversare foreste senza rinunciare a fermarsi sulla cima di qualche collina bassa per rendersi meglio conto che verde non è solo un colore ma un concetto che racchiude infiniti strati di tonalità, strisce di foreste a perdita d'occhio interrotte solo dal mare interno del lago Inari, migliaia di isole sull'acqua calma. S'impara presto a non meravigliarsi più della luce costante che si adagia su questo deserto verde e blu.
E ancora su, verso il nord, su strade dritte e vuote dove le auto ti lampeggiano per lasciarti un saluto, pochi esseri umani in mezzo a mandrie di renne. Sui lati della strada piccoli e variopinti accampamenti lapponi sono come macchie colorate di blu, rosso e giallo in mezzo ai mille verdi delle foreste. Nel nulla, verso il nulla.
Le betulle sono sempre più basse, diventano miniature di se stesse, poi cespugli e ancora sterpaglia, e infine muschio, solo muschio e licheni, buon pasto per le renne dei lapponi. E il grande fiume si snoda come un serpente fiancheggiato da rive di sabbia che somigliano a spiagge.
Montagne vere, nere, annunciano la Norvegia dove i cartelli non indicano più Lappi-Lapland ma la contea del Finnmark. La lingua non cambia, è sempre sami, come da secoli e millenni, la lingua ispirata dal bramito delle renne, come scrive ironico Paasilinna.
Non più vegetazione, adesso. Solo rocce nere e grigie allietate da qualche fiorellino bianco, e finalmente il mare, calmo e metallico, del Porsangerfjiord. Spiagge di ciottoli, parzialmente coperte di neve e di gruppi di pecore addossate l'una all'altra per proteggersi dal freddo. Case scure con tendine alle finestre, vasi di fiori, macchie di allegria in un paesaggio in bianconero.
Alla fine del lungo fiordo il mare aperto, quello vero, quello leggendario. Si ha l'impressione di entrare in un territorio-tempio, in mezzo alla divinità della natura.
Se il cielo fosse una cupola posta su una terra piatta il bordo in cui essa si congiunge col suolo non sarebbe lontano da qui.
E' l'isola bruna di Kvaloya. Qui l'uomo sembra fuori posto, qui il battito del pianeta riprende possesso dei suoi territori. Lasciandosi alle spalle le ultime case di Hammerfest si perde il senso del tempo. Basta guardarsi intorno e niente ricorda la presenza umana, non un palo della luce, non un cavo, un edificio. Solo roccia, neve, mare.
Non avendo più alcun senso, il tempo si ferma. Sembrano esistere solo le onde che si infrangono sugli scogli, come da milioni di anni.
Questo nulla-pieno ti entra dentro e si rifugia in qualche parte di te come una specie di mal d'Africa. E' il grande nord che si è insinuato nel tuo cuore e ha preso possesso della tua anima. E in quel momento so già che avrò nostalgia di questi spazi vuoti, di queste coste scure che mettono i brividi, del fiordo grigio e delle casette di pescatori, delle betulle nane e del muschio, del grande mare e del suo cielo basso, di quella prua del pianeta di cui, da questo stesso mare, ha parlato la Yourcenar.
I mille verdi finlandesi tempestati di laghi azzurri ci accolgono e il cuore si apre come in un ritorno a casa, ma la solitudine e il vuoto del nord ti accompagnano come una malattia latente che abita in te e ogni tanto si risveglia per ricordarti il sapore della nostalgia, per non farti dimenticare che esistono terre dove il tempo stenta a trovare il suo significato.