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Ho udito molti anni di parole, e molti anni dovrebbero portare un mutamento.
La palla che lanciai giocando nel parco non ha ancora raggiunto il suolo.

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Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d'infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell'infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d'amore, nessuna uguale all'altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge



Se non puoi essere un pino in cima a una collina sii una sterpaglia nella valle, ma la miglior sterpaglia sul fianco della collina. Sii un cespuglio se non puoi essere un albero. Se non puoi essere una strada sii un sentiero. Se non puoi essere il sole sii una stella. Perché non è dalla dimensione che si vince o si perde. Sii il meglio di ciò che sei.

Martin Luther King, Barratt Junior High School, Philadelphia, 26 ottobre 1967
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Alcune immagini sono tratte dal web, in caso di problemi avvisate e saranno immediatamente rimosse.
martedì, 19 febbraio 2008
L’ideale sarebbe un raggio di luce tagliente che investisse il bicchiere e rivelasse al mondo il leggero ricciolo di vapore che sale dal liquido ambrato, fra i ciuffi di menta fresca. Invece il sole al tramonto non arriva sulla terrazza del caffè che domina la piazza affollata.

Il tramonto sulla piazza di Djema el Fnaa non è un’esperienza qualunque. Non impegna uno solo dei nostri sensi ma è qualcosa che ti avvolge e ti stringe, ti aderisce addosso come una seconda pelle della quale potrai liberarti, come in un incantesimo, solo più tardi.

Bisogna attendere il tardo pomeriggio, l’ora che precede il tramonto, quando le mura di Marrakech si infiammano inondate da un sole anch’esso rosso come la terra e la polvere, quando le case basse si tingono di ocra e la piazza si anima dei suoi mille volti, di saltimbanchi e acrobati, finti dentisti che vendono dentiere usate che nessuno compra ma che servono ad attirare i turisti per spillare loro qualche dinaro in cambio di una foto, mangiatori di fuoco e incantatori di serpenti, commercianti di frutta perfettamente disposta su banchetti tutti uguali. E gente che parla e cammina, va e viene senza che sia possibile capire da dove arriva e dove è diretta. Bisogna immergersi in questa marea umana e solcarne le onde, farsi sballottare e trasportare, inseguiti da una scia di bambini che chiedono soldi e vogliono trascinarti dal venditore d’acqua o di kebab.

E alla fine la terrazza del bar ci sembrerà come uno scoglio a cui aggrapparsi e da cui guardare il mare che fino a poco prima abbiamo temuto, l’oceano di volti che si agita là sotto, oltre il nostro tavolo di formica, oltre il nostro tè alla menta che comincia ad avere lo stesso colore di quel mondo.
 
postato da: dodo712 alle ore 22:14 | Link | commenti (27)
categoria:viaggiando
giovedì, 22 novembre 2007
I vecchi da noi hanno isole negli occhi,
le mani screpolate dalla caccia marina
e le vene scoppiate delle loro pupille azzurre
portano sogni di fragili vele.
Xavier Grall, Les vents m'ont dit

A volte basta un minuscolo cimitero di campagna, di quelli coi fiorellini colorati sulle vecchie tombe chiare e le piccole lapidi nere affisse al muro, recanti i nomi dei pescherecci scomparsi nei mari islandesi, tanti anni fa. Nelle vecchie foto ingiallite donne vestite di nero vi depongono fiori. Un cimitero trovato per caso, di fronte ad un piccolo albergo di Ploubazlanec, in cerca di una camera per la notte.
E il viaggio cambia, si arricchisce di storia e di storie, di pescatori a caccia di merluzzi in mezzo all'oceano.

Strana gente i turisti. Ce ne sono di tanti tipi.
Io appartengo alla schiera di coloro che cercano di vivere il viaggo come un'esperienza che nasce molto tempo prima della partenza e finisce molto dopo il ritorno, ammesso che finisca. Per mesi leggo, raccolgo informazioni e notizie, setaccio la rete alla ricerca dei giornali locali, individuo possibili itinerari. Ogni volta commetto lo stesso errore cercando di inquadrare il viaggio, di racchiuderlo in poche parole, entro la forma di un concetto che possa custodirne altri, ma che sia semplice e facile. E lo riempio di sogni e aspettative.
Ma per fortuna il viaggio ha vita propria e ti conduce dove lui vuole. Ti imbatti in un improvviso temporale o in una inaspettata giornata di sole e tutto esce dai binari previsti. E ti ritrovi a scoprire che quanto credevi di aver capito altro non era che una piccola faccia di un prisma molto più complesso e affascinante.
Il ritorno a casa non mette fine al viaggio. Ci sei ancora immerso perchè adesso sai meglio che cosa devi cercare. Forse libri, musica, storia. Citazioni lette per caso ai piedi di una grande croce di Lorena che guarda l'oceano, una melodia senza nome che ti accarezza in un caffè del porto, l'ombra della guglia di una cattedrale o un piccolo cimitero dalle lapidi nere appese al muro.

Solo allora, una volta a casa, hai la certezza che in quel luogo hai lasciato un pezzettino di te, illudendoti di aver sfiorato appena il suo cuore nascosto e le isole in quegli occhi.
postato da: dodo712 alle ore 00:12 | Link | commenti (36)
categoria:viaggiando
giovedì, 27 settembre 2007

L'oceano ipnotizza. Passerei giorni interi a guardare le onde blu investire gli scogli sotto il volo dei gabbiani che si dondolano nel vento. L'oceano affascina e fa paura. Basta guardarlo, in un giorno buio di tempesta, come si abbatte sulle scogliere e sulle spiagge, come sbatte qua e là le imbarcazioni nei porti. Ci si domanda come possano tornare, dall'oceano, i pescherecci.

Stasera a Roscoff c'è tensione. Tutti hanno un giornale aperto in mano perchè è successo di nuovo. Leggono, con facce tese, del peschereccio affondato, speronato da un cargo al largo di Ouessant, e del suo comandante, l'unica vittima, ben conosciuto in paese.
In questa atmosfera cupa la musica che inonda il bar è appropriata: un lungo, dolce e triste lamento modulato da una voce maschile e una femminile. La trovo affascinante, una melodia che mette i brividi e trasuda rassegnazione, accettazione dolorosa di qualcosa che comunque era atteso, annunciato. La ragazza dietro al bancone ignora chi sia l'interprete, mi dice soltanto che lo speaker della radio l'ha presentata come la colonna sonora di un film americano, ma lei non ha capito quale.
Pazienza. Mi lascio cullare dalla musica lenta e drammatica. La tristezza che si aggira per le strade intorno al porto trova in quella musica, che sembra sospesa tra il mare e le stelle, una degna compagna.

Mi sono rimaste in mente poche note e le ho portate con me, un breve tratto di melodia che non se n'è più andata. Ha riposato, rannicchiata in un angolo del cervello, nella paziente attesa di essere prima o poi identificata, è stata in compagnia di altra musica senza nome, anch'essa riposta nelle stesse pieghe della mente. Ma non è durato a lungo. L'ho trovata, cercando altro - come sempre succede - per caso, ieri sera.

Gortoz A Ran, Denez Prigent & Lisa Gerrard, 2000
dalla colonna sonora di Black Hawk Down di Oliver Stone, 2001

Un grazie a Dizaon che mi ha fornito la chiave di accesso al paesaggio musicale bretone, sconosciuto e affascinante.
postato da: dodo712 alle ore 22:53 | Link | commenti (41)
categoria:musical box, viaggiando
mercoledì, 30 maggio 2007

E' il momento che stavo aspettando. Lo capisco dal leggero vuoto allo stomaco che indica senza ombra di dubbio che l'aereo ha iniziato la sua discesa. Sembra farlo in modo discontinuo con pause e nuove scivolate verso il basso. Se non fosse per il mio stomaco e per le nuvole rosa che, fuori dal finestrino, schizzano verso l'alto non ci sarebbe modo di capirlo.

E' quella strana ora in cui non è ancora notte ma non è più giorno. Una linea di confine incerta e sfumata che colora il cielo di blu scuro da un lato e lo tinge di colori tenui dall'altro, mentre il sole è ormai oltre il bordo dell'orizzonte.
Spero che la Cathay Pacific non abbia cambiato niente dall'ultima volta e indosso la cuffia cercando il canale della filodiffusione. Sorrido e mi sistemo meglio sulla poltrona per gustarmi questi pochi minuti di perfezione. Le note iniziano ad accarezzarmi la mente. Ricordate La Mia Africa, con Meryl Streep e Robert Redford? In particolare la scena in cui il loro biplano sorvola una palude rosa di aironi facendoli alzare in volo? Ecco, quella è la musica nella quale mi immergo in attesa dell'atterraggio.

Fuori il cielo è scuro ma dal basso arrivano le luci della città e i riflessi sul mare. Si iniziano a distinguere le autostrade e i primi palazzi illuminati. Non è ancora buio e si percepiscono le ultime impressioni di colore. Ancora più giù, l'acqua sembra vicinissima e ci stiamo abbassando al livello dei grattacieli, voliamo in mezzo alle torri di Kowloon.
Anche questo è il fascino di Hong Kong. il vecchio aeroporto Kai Tak è in mezzo alla città-isola, una striscia di asfalto che si allunga sul mare. Le ali sembrano sfiorare i palazzi, talmente vicini che si può scorgere la vita che ancora vi pulsa: impiegati, segretarie alle loro scrivanie, ascensori trasparenti pieni di gente, fuori alcune auto hanno, chissà perchè, le luci dell'abitacolo accese mentre scivolano via verso casa.
La musica è dolce e il movimento dell'aereo sembra lentissimo. Ancora palazzi e strade e auto, poi l'ultima brusca correzione per allinearsi al nastro proteso sull'acqua. Il tocco è dolce come la musica. Il cielo adesso sembra piombato nella notte mentre la melodia si spegne sostituita dalla voce della hostess che rompe l'incantesimo dandoci appuntamento al prossimo volo.

Ma non sarà più la stessa cosa. Il vecchio Kai Tak è andato in pensione per lasciare il posto al nuovo aeroporto, più moderno e funzionale, e non regalerà più queste piccole grandi emozioni ai passeggeri. Niente più foreste di palazzi illuminati in mezzo ai quali planare come gli aironi sulla palude, niente più luci riflesse sull'acqua. Un'epoca è finita e Hong kong ha perso un po' del suo fascino.

Questo è il brano. Ogni volta che lo sento mi basta chiudere gli occhi per sentirmi dondolare in mezzo all'acqua e alle luci.

 

 

postato da: dodo712 alle ore 13:07 | Link | commenti (38)
categoria:musical box, viaggiando
lunedì, 30 aprile 2007
Ci sono viaggi che sono discese dentro se stessi. Vi si respira una natura antica e possente, indifferente al tuo sguardo e al tuo sentire. Sono esperienze che lasciano una traccia profonda, che sfiorano l'anima e fanno tornare diversi da come si era partiti.

In certi luoghi il tempo sembra aver perso il suo significato, angoli dove tutto è fermo e perfino l'alternanza fra il giorno e la notte ha ritmi che sfuggono alla logica del nostro essere. Come la roccia chiazzata di neve che guarda il Mar Glaciale Artico distendersi verso nord, verso quella foschia che nasconde il congiungersi del mare con il cielo basso e grigio, dello stesso colore dell'acqua su cui sembrano galleggiare gli ultimi isolotti norvegesi.
Ancora per molti giorni il sole sarà alto sull'orizzonte, illuminando la notte, e il tempo sembra immobile in questo grigiore uniforme di mare e cielo rotto dal nero dell'isola Kvaloya che emerge dalle acque gelide. C'è silenzio e freddo in questo giorno d'estate. E solitudine. I turisti sui loro camper strombazzanti sono chilometri e chilometri lontano, sulla strada che porta al precipizio di Capo Nord.
Non ci sono uffici postali affollati con i loro certificati timbrati, non ce n'è alcun bisogno per capire che siamo ad uno dei confini del mondo. Lo si sa, lo si sente dentro. Se un pescatore giurasse, qui ed ora, che oltre quella foschia si nasconde il bordo del pianeta dal quale navi e onde precipitano nel vuoto, ci crederei senza battere ciglio, tanto è magico questo scoglio scuro dal quale guardo il mare.

Giungere qui è come una lenta iniziazione, un rito indispensabile, un graduale avvicinarsi alla sacralità dell'Artico. Si può comodamente arrivare in aereo in poche ore ma non sarà mai la stessa cosa. Si dovrebbe invece partire da sud, dalle pianure della Finlandia centrale, disseminate di laghi, dove dicono che un sasso lanciato in aria certamente ricadrà in uno di quegli stagni azzurri, limpidi come il cielo che li sovrasta e circondati da alberi immensi scolpiti dalla luce affilata di queste latitudini. Si dovrebbe guidare verso nord e varcare il circolo polare artico, passare accanto a fiumi lenti pieni di tronchi che galleggiano verso valle e attraversare foreste senza rinunciare a fermarsi sulla cima di qualche collina bassa per rendersi meglio conto che verde non è solo un colore ma un concetto che racchiude infiniti strati di tonalità, strisce di foreste a perdita d'occhio interrotte solo dal mare interno del lago Inari, migliaia di isole sull'acqua calma. S'impara presto a non meravigliarsi più della luce costante che si adagia su questo deserto verde e blu.
E ancora su, verso il nord, su strade dritte e vuote dove le auto ti lampeggiano per lasciarti un saluto, pochi esseri umani in mezzo a mandrie di renne. Sui lati della strada piccoli e variopinti accampamenti lapponi sono come macchie colorate di blu, rosso e giallo in mezzo ai mille verdi delle foreste. Nel nulla, verso il nulla.

Le betulle sono sempre più basse, diventano miniature di se stesse, poi cespugli e ancora sterpaglia, e infine muschio, solo muschio e licheni, buon pasto per le renne dei lapponi. E il grande fiume si snoda come un serpente fiancheggiato da rive di sabbia che somigliano a spiagge.
Montagne vere, nere, annunciano la Norvegia dove i cartelli non indicano più Lappi-Lapland ma la contea del Finnmark. La lingua non cambia, è sempre sami, come da secoli e millenni, la lingua ispirata dal bramito delle renne, come scrive ironico Paasilinna.

Non più vegetazione, adesso. Solo rocce nere e grigie allietate da qualche fiorellino bianco, e finalmente il mare, calmo e metallico, del Porsangerfjiord. Spiagge di ciottoli, parzialmente coperte di neve e di gruppi di pecore addossate l'una all'altra per proteggersi dal freddo. Case scure con tendine alle finestre, vasi di fiori, macchie di allegria in un paesaggio in bianconero.
Alla fine del lungo fiordo il mare aperto, quello vero, quello leggendario. Si ha l'impressione di entrare in un territorio-tempio, in mezzo alla divinità della natura.
Se il cielo fosse una cupola posta su una terra piatta il bordo in cui essa si congiunge col suolo non sarebbe lontano da qui.

E' l'isola bruna di Kvaloya. Qui l'uomo sembra fuori posto, qui il battito del pianeta riprende possesso dei suoi territori. Lasciandosi alle spalle le ultime case di Hammerfest si perde il senso del tempo. Basta guardarsi intorno e niente ricorda la presenza umana, non un palo della luce, non un cavo, un edificio. Solo roccia, neve, mare.
Non avendo più alcun senso, il tempo si ferma. Sembrano esistere solo le onde che si infrangono sugli scogli, come da milioni di anni.
Questo nulla-pieno ti entra dentro e si rifugia in qualche parte di te come una specie di mal d'Africa. E' il grande nord che si è insinuato nel tuo cuore e ha preso possesso della tua anima. E in quel momento so già che avrò nostalgia di questi spazi vuoti, di queste coste scure che mettono i brividi, del fiordo grigio e delle casette di pescatori, delle betulle nane e del muschio, del grande mare e del suo cielo basso, di quella prua del pianeta di cui, da questo stesso mare, ha parlato la Yourcenar.

I mille verdi finlandesi tempestati di laghi azzurri ci accolgono e il cuore si apre come in un ritorno a casa, ma la solitudine e il vuoto del nord ti accompagnano come una malattia latente che abita in te e ogni tanto si risveglia per ricordarti il sapore della nostalgia, per non farti dimenticare che esistono terre dove il tempo stenta a trovare il suo significato.
postato da: dodo712 alle ore 16:02 | Link | commenti (22)
categoria:viaggiando
lunedì, 16 aprile 2007
Ogni città ha un odore. Non un aroma vero e ben riconoscibile, ma un profumo associato arbitrariamente, in base al primo impatto, al primo approccio con il luogo.

A volte è semplicemente l'odore dei vagoni della metropolitana, delle rotaie, della plastica dei sedili o delle scale mobili, a volte qualcos'altro. Come Parigi, che per me conserva  il profumo dei croissant al burro consumati a un caffè presso la Gare de Lyon, e Londra che, nella mia mente, profuma di mele verdi, come uno shampoo, a causa di quel fruttivendolo all'uscita della stazione di Charing Cross che mi regalò una mela verde, appena arrivato, solo e zaino in spalla. Così Marrakesh è speziata mentre Osaka è linda di detersivo e New York è odore di vapore dai tombini e crauti, quelli del panino sgranocchiato davanti al Radio City Hall mezz'ora dopo il mio arrivo. Istanbul, invece, profuma di zafferano, Fes di tè e di menta.

Non sono ricordi, questi, da conservare in una scatola come vecchie foto.  Li porto sempre con me e spesso mi costringono a fermarmi per strada, colpito da un odore che mi ricorda qualche città del mondo.
postato da: dodo712 alle ore 21:47 | Link | commenti (33)
categoria:bolle di sapone, viaggiando
martedì, 19 dicembre 2006

Si insinua sorniona nell'anima con stregamenti ed enigmi, dei quali solo essa possiede la chiave. Praga non molla nessuno di quelli che ha catturato.
Angelo Maria Ripellino, Praga Magica, 1973

Ci vorrebbe la nebbia.
Solo un velo, un pannello sfumato da far calare di fronte alle splendide guglie di Nostra Signora Davanti a Tyn, sullo sfondo della severa silhouette di Jan Hus che sembra attraversare la piazza sulla prua del suo rogo di bronzo (Sylvie Germain).

Ci vorrebbe la nebbia per cercare di nascondere questa ondata di turisti che sciama nelle vie del centro, si riunisce ad applaudire davanti all'orologio del Municipio e poi, per la gioia di bancarellari e borseggiatori, invade il Ponte Carlo, si ferma a strofinare, chissà mai perchè, i pannelli bronzei ai piedi della statua di San Giovanni Napucemo fino a renderli scintillanti e si spinge rumorosa fino al Castello per riversarsi nella parodia di quello che fu il Vicolo d'Oro. Chissà che faccia farebbero Kafka e Seifert se potessero vedere questo gregge colorato spintonarsi davanti alle porte delle loro case trasformate in negozietti per turisti.
Vorrei essere solo e invece non sono che uno dei tanti che con la loro presenza arricchisce questa città di un po' di denaro ma la deruba di parte del suo incanto.

Eppure Praga riesce ancora a riservare qualche vaga magia, magari nell'ombra del Cortile di Tyn, a due passi dal caos, dove è ancora possibile sedersi ad un caffè in santa pace senza dover sopportare l'assurda presenza di vere Trattorie Toscane, come in Malé Namesti, oppure in qualche vicolo che risuona della musica di Chopin o Vivaldi, in un'atmosfera che ci viene regalata da uno dei tanti musicisti di strada. Si può, se si è fortunati, incorrere in un improvviso temporale che liberi, anche solo per pochi minuti, il selciato di Ponte Carlo dalla sua folla di visitatori, bancarellari e ladruncoli e ne riveli la bellezza in un brevissimo istante luccicante, al ritorno del sole, prima che venga di nuovo invaso.
Oppure si dovrebbe salire su una delle tante torri per ammirare i tetti di Praga e le sue guglie, i suoi campanili, isole affioranti in mezzo a questa alluvione umana. Ma meglio ancora è far suonare la sveglia all'alba, farsi trasportare dal tram bianco e rosso che sferraglia giù per la collina di Kobylisy regalando scorci bellissimi, scendere verso la Torre delle Polveri e percorrere una Celetna incredibilmente deserta, attraversare stupiti lo splendore della Staromestské Namesti salutando come si conviene il vecchio Hus e poi dirigersi a caso nei vicoli, nelle piazzette, sui ponti di questa meraviglia di pietra gustandosi ogni angolo, ogni palazzo.

Ci vorrebbe la nebbia, ma non c'è.
E allora almeno cerchiamo di alzare il naso e guardare i frontoni dei palazzi e le loro facciate, fra barocco e art nouveau, le guglie delle torri che si stagliano contro il cielo con un'eleganza che toglie il respiro. Spingiamoci fino a Vaclavské Namesti, testimone di tutte le gioie e di tutti i dolori di Praga, riciclata come centro commerciale, una fetta di Champs Elysées, piena di negozi e grandi magazzini, bella solo per la sua curvatura ascendente in direzione del Museo Nazionale, buona solo per acquistare qualche CD di musica classica a ottimi prezzi. Cerchiamo almeno di guadagnarci il panorama dal Castello, salendo i gradini fin sotto le guglie di San Vito: tetti, chiese, ponti e torri, e, appena più in basso, i vicoli affollati di Mala Strana che contrastano con la verde tranquillità dell'isoletta di Kampa, lambita dalle acque della Moldava, regno di anatroccoli, barchette e pedalò.

Cerco di immaginare come possa essere questa città popolata solo dai praghesi, con la loro aria un po' triste e rassegnata, non troppo amichevoli ma neppure scortesi.
Forse aspettano anche loro un temporale improvviso che li liberi, almeno per un po', da questa troppa umanità.

postato da: dodo712 alle ore 23:16 | Link | commenti (42)
categoria:viaggiando
lunedì, 04 dicembre 2006

Vieni! Chiunque tu possa essere, vieni! Pagano, idolatra o adoratore del fuoco, vieni!
Anche se tradisci i tuoi giuramenti cento volte, vieni!
La nostra porta è la porta della speranza. Vieni così come sei!
Celaleddin Rumi (1207 - 1273)

Konya. L'immagine, iconion, di una Medusa sulle antichissime mura sembra aver dato il nome a questa città santa dell'Islam che sorge nel cuore della Turchia. Moschee e mederse, la sua stessa storia, sarebbero sufficienti a fare dell'antica capitale selciuchide del regno di Rum una meta degna di attenzione, ma la vera attrattiva, sia dal punto di vista religioso che da quello prettamente turistico, è il mausoleo di Mevlana, personaggio inscindibile dalla storia della città.

Secondo la tradizione, attraversando il quartiere degli orafi, Celaleddin Rumi, poeta, teologo, insegnante universitario, mistico, si fermò improvvisamente e, forse ispirato dal tintinnìo ritmato di centinaia di martelli, allargò le braccia e iniziò a roteare su se stesso come in una danza. Era circa il 1250 e nel giro di pochi mesi quella danza vertiginosa di dervisci vestiti di bianco e dal lungo cappello di feltro in testa divenne uno spettacolo abituale di fronte alle moschee della città.

Celaleddin era nato a Balk, nel nord dell'Afghanistan, nel 1207. Spinto dall'avanzare della marea mongola, girovagando da una città all'altra al seguito della sua famiglia, era arrivato a Konya, capitale del regno seciuchide di Rum, dove suo padre si stabilì come insegnante di teologia. Alla morte del padre Celaleddin lo sostituì nell'insegnamento.
Piantò tutto quanto e iniziò a scrivere versi in seguito ad una relazione che fece scandalo, quella con il giovane derviscio Shamseddin. Fondò l'ordine dei dervisci danzanti, detti mevlevi, che ben presto assunse un'importanza sempre crescente nel mondo musulmano e ottomano in particolare: era il celebi, massimo esponente dell'ordine, a cingere, nei secoli, i fianchi del nuovo sultano appena incoronato con la spada di Osman.
Morì nel 1273 e fu sepolto accanto al padre, venerato in ugual misura da musulmani e cristiani per il suo messaggio di estrema tolleranza di cui i suoi dervisci si fecero portatori.

Mevlana (Signore), così era chiamato dai suoi discepoli, con la sua visione dell'Islam così aperta e tollerante, fece sussultare non poco i teologi ortodossi del suo tempo introducendo nelle cerimonie religiose la danza e la musica, considerate espressioni pagane.
Le confraternite mevlevi, disciplinate da Sultan, figlio di Rumi, si moltiplicarono e si diffusero nell'Europa balcanica e sopratutto in Egitto. La loro stella cominciò a declinare all'inizio del '900 proprio a causa della loro tolleranza, quando cioè aprirono le loro porte per accogliere i cristiani armeni perseguitati. Ma a dare il colpo di grazia fu Ataturk che chiuse i conventi e trasformò la tekke di Mevlana in un mausoleo.

Adesso in Turchia le confraternite sono di nuovo aperte. Il mausoleo di Mevlana è meta non solo di turisti attratti dalle cupole verdi, dalle sale di preghiera e di danza, dai turbanti e dai gioielli esposti, ma anche da frotte di fedeli. Chi vi si reca può adesso assistere alle cerimonie dei mevlevi scandite da gesti antichi e mai casuali, ricchi di simboli e significati, che spesso si svolgono nella settimana che si chiude il 17 dicembre, giorno della morte di Celaleddin.

Dopo un apprendistato di mille e uno giorni passati tra preghiere, lavoro e meditazione, i dervisci sono ammessi nella confraternita e possono praticare la sema, la danza.
Si resta affascinati a guardare queste figure bianche con le vesti che si aprono come corolle di fiori ruotare morbidamente sempre sullo stesso piede, cullati dalla nenia dello zufolo, dei timpani e dei piatti di rame, con gesti antichi e misteriosi.

Le vesti bianche simboleggiano il sudario della propria anima, il cappello la stele funebre che sovrasta la tomba e la rimozione del mantello nero all'inizio della cerimonia rivela l'anima che si apre alla verità. Il semazen, che dirige la danza, autorizza ad uno ad uno i suoi discepoli a danzare e, ad uno ad uno, con le braccia incrociate sul petto e la testa china, iniziano a volteggiare, ruotando da destra a sinistra intorno al loro cuore. A questo punto aprono le braccia, il palmo della mano destra rivolto in alto per accogliere ciò che viene da Dio e l'altro verso il basso per donarlo agli uomini; i loro occhi fissano la mano sinistra per non perdere l'equilibrio. Lo scopo della danza è il raggiungimento di un'estasi che permette una sorta di comunione divina; altri ordini raggiungono questo stato attraverso altri sistemi, come la ripetizione di una formula rituale, dikhr, o una preghiera.
La danza termina con la lettura del Corano, sura II, versetto 115:
A Dio appartengono l'oriente e l'occidente, e ovunque ti volti sei davanti a Lui. Egli tutto abbraccia, tutto conosce.

La sema si compone di sette parti:

  • Nat-I-Serif, elogio al Profeta e a tutti i profeti prima di lui;
  • kudum, voce del tamburo: simboleggia l'ordine di Dio al momento della creazione, il primo respiro che ha dato vita a tutto;
  • taksim, improvvisazione strumentale guidata dal ney, una specie di piffero;
  • saluto dei dervisci agli altri confratelli, avviene camminando in circolo;
  • la sema, a sua volta, è composta da quattro saluti:
    - il primo saluto è la nascita dell'uomo verso la verità;
    - il secondo saluto esprime la meraviglia di fronte allo splendore della creazione;
    - il terzo saluto è la trasformazione da meraviglia in amore, è completa sottomissione, annullamento di se stessi nel divino, è unità; questo stato viene chiamato fenafillah;
    - il quarto saluto è il ritorno del derviscio al suo scopo nel Creato: servire Dio, i suoi profeti e la sua creazione:
  • fine della sema e lettura del Corano, II, v.115;
  • preghiera per le anime del Profeta e dei credenti.

 

postato da: dodo712 alle ore 23:57 | Link | commenti (30)
categoria:religioni, viaggiando
martedì, 03 ottobre 2006
Chi fosse non lo sapremo mai.
Forse uno stregone, uno sciamano, oppure un cacciatore che nella sua comunità aveva il dono di ricreare sulla parete di una roccia la realtà che i suoi occhi vedevano.
Alla luce delle torce deve aver costruito una rudimentale impalcatura per raggiungere le parti più alte della grotta, deve aver preparato bene i colori, scelto con cura i pigmenti, il carbone, l'argilla, l'ocra rossa e gialla. Deve aver individuato ogni rilievo, ogni sporgenza che potesse rendere più realistica la sua pittura, prima di tracciare le linee con il carbone e riempire le forme spruzzandovi il colore con la bocca o attraverso cannucce di osso.

Poi il buio dei millenni. Quindici. Centocinquanta secoli, quindicimila anni. Un tempo inimmaginabile prima che quelle pitture parietali vedessero di nuovo la luce di una torcia, quella di tre ragazzini che avevano inseguito la curiosità del loro cagnolino dentro a una fessura nella roccia.
Fuori il mondo era cambiato e anche il clima. I ghiacciai si erano ritirati e le renne erano migrate verso nord, le colline si erano ricoperte di foreste, villaggi e città erano sorti e caduti. Era il 1940 e la campagna circostante aveva preso il nome di Lascaux, nel sud ovest francese. Ma quel pezzettino di mondo, lungo duecentocinquanta metri e racchiuso all'interno delle grotte, non era poi molto mutato. I tori, i cervi, i cavalli in corsa e anche un animale fantastico dal corpo di cavallo e dal lungo corno sulla fronte erano ancora tutti là, vivi nei loro colori nero, rosso, ocra. Le linee perfette e sinuose, i dettagli dei musi, delle corna, delle pellicce, l'eleganza dei corpi in movimento. Tutto è ancora là a guardarci dalle pareti alte e strette della Sala dei Tori e del Diverticolo Assiale.

Scene di caccia e di vita del paleolitico. Gli animali sono raffigurati nei minimi dettagli quasi a voler concedere loro una forma di rispettosa sacralità, gli uomini che li cacciano sono invece figurine misere, stilizzate, buone solo a brandire una lancia. Gli animali sono forti e magnifici, sono cibo e pellicce per nutrirsi e riscaldarsi durante l'inverno, ma sono anche esseri ammirati.

Il nostro stregone, o sciamano, o cacciatore, voleva probabilmente rappresentare - a scopo propiziatorio - l'abbondanza di cibo e di prede anche se di renne, la fonte principale di sussistenza delle comunità paleolitiche di quella zona, nelle pitture di Lascaux ce ne sono ben poche.
Forse quelle grotte erano un luogo di culto, o forse semplicemente caverne dove un cacciatore fra i tanti dava sfogo alla sua abilità. Forse.
Era comunque la prima luce di un'arte.
postato da: dodo712 alle ore 12:22 | Link | commenti (23)
categoria:viaggiando
martedì, 12 settembre 2006
All'inizio le montagne erano montagne e le acque erano acque,
quando penetrai nella sapienza zen le montagne non erano più montagne
e le acque non erano più acque,
ma quando raggiunsi l'essenza dello zen le montagne furono di nuovo montagne
e le acque di nuovo acque.
Ch'ing-yuan Wei-hsin

E' un'alba umida, graffiata da una pioggerella fitta e insistente che sembra non finire mai. E' il nostro ultimo giorno in Giappone; verso mezzogiorno il treno ci porterà ad Osaka e poi a Tokio da cui in serata partiremo per tornare a casa. Alla fine, dopo aver rimandato più volte, non ci resta che una sola cosa da visitare qui, e non è la più futile.

Kyoto è già vivace anche se il traffico è tranquillo. Dopo aver attraversato in silenzio i quartieri residenziali della città l'autobus apre le porte per noi, unici passeggeri, e l'autista ci saluta educatamente con un cenno del capo. Siamo arrivati. Ancora poche decine di metri e ci troveremo di fronte al recinto del tempio Ryoanji. Siamo soli e la cosa ci esalta. Solo un ragazzone alto e biondo passeggia nervosamente guardando costantemente l'orologio, probabilmente aspettando qualcuno che non arriva. Ci guarda con un po' d'irritazione e allora capisco che siamo i primi a varcare la soglia.

Percorriamo il vialetto sotto il nostro ombrellino trasparente, acquistato per pochi yen in un grande magazzino, lasciandoci sulla sinistra un laghetto con la superficie increspata da questa pioggia antipatica; in mezzo un'isoletta con l'immancabile lanterna in pietra.

Nell'edificio principale intravediamo tappetini di paglia intrecciata. Qualcuno fa scivolare delicatamente la parete di carta scorrevole dietro alla quale si indovinano scure forme piramidali che poi scopriremo essere monaci in meditazione.
Un monaco in veste grigia ci sorride e ci indica la parete alla nostra sinistra, la fa scorrere dolcemente rivelandoci il giardino prima di allontanarsi e lasciarci alla nostra stupita solitudine. Ci sediamo in silenzio sui gradini di legno. Siamo ancora soli, nemmeno il ragazzone biondo ci ha raggiunti, e la pioggia, alla quale dobbiamo certamente esser grati per avere tenuto lontani i turisti, ci regala una tregua.

Quindici pietre grigie, parzialmente coperte di muschio, emergono dalla ghiaia rastrellata con cura come a disegnare uno strano mare immobile; sono disposte in modo che da qualsiasi punto di osservazione sia impossibile vederle tutte. Sullo sfondo un muro sul quale i secoli hanno disegnato macchie più scure, forse di umidità. Tutto è perfetto in questa totale solitudine. Le pietre, la ghiaia, la pioggia, il silenzio, noi stessi; tutto sembra disposto secondo una logica che non riesco ad afferrare. Ho l'impressione di essere davanti ad un confine invisibile e insuperabile nel cui raffinato tessuto la mia mente non riesce a penetrare. Il silenzio è accompagnato solo dal rumore ritmico dell'acqua che, attraverso un meccanismo di canne, riempie una vasca di pietra posta ai margini di un piccolo giardino di muschio. Sul bordo della vasca sono incisi quattro ideogrammi che, a seconda della direzione in cui sono letti, significano imparo solo ad essere appagato oppure conosco solo la soddisfazione.
Siamo parte di quel giardino di pietra sulle cui sponde il tempo, rispettoso di tanta sacralità, sembra essersi fermato, come sempre succede quando siamo incastonati in un istante perfetto, indisturbato, dilatato, uno di quei momenti che resteranno scolpiti nel granito della memoria, che hanno il sapore di assoluto e di perfezione e ti fanno comprendere come la percezione del tempo possa essere modellata dalle nostre emozioni.

Quindici pietre a cui immancabilmente la mia mente occidentale cerca di dare un significato, nel disperato tentativo di coglierne un senso. E' un errore a cui non riesco a sottrarmi ma che è necessario per rendermi conto che non so, che sono impreparato ad affrontare quel giardino, che ci sono perchè che non possono essere spiegati con la parola, che, anzi, la parola è un limite nel quale la nostra mente è intrappolata. Mi sembra di condividere la frustrazione che Herrigel descrive in Lo Zen e il tiro con l'arco quando, dopo mesi in cui ha teso l'arma nel modo sbagliato, si rende conto che le sue conoscenze sono, in quella pratica, non solo inutili ma soprattutto un ostacolo all'apprendimento della nuova disciplina. Forse bisogna davvero vuotare la coppa delle nostre esperienze per poterla riempire di nuovo.

Non so se i monaci seduti in meditazione nella stanza accanto conoscono il significato della disposizione di quelle pietre, del loro muschio, di quelle piccole onde circolari rastrellate con cura, secolo dopo secolo, con l'ostinazione di chi conosce la risposta a domande che non è necessario porre, ma sono certo che quello che per me rappresenta la soluzione mancante per loro non è nemmeno un problema.
Forse per loro, come dice il saggio, le pietre sono tornate ad essere semplicemente pietre.

Ringrazio cyrano56 che con il suo post e i successivi commenti mi ha fatto ripensare a questa esperienza mai dimenticata
postato da: dodo712 alle ore 12:54 | Link | commenti (33)
categoria:religioni, viaggiando
martedì, 05 settembre 2006
Palazzo Czartoryski è un edificio sobrio dal portone spalancato sulla bella Sw. Jana, proprio vicino all'angolo dove molti pittori di strada espongono i loro lavori lungo un tratto di mura cittadine. E' qui che ogni giorno, da molti anni, la signora riceve i suoi visitatori.

Si salgono i gradini dell'antica scala subito dopo l'ingresso e, dopo aver attraversato alcune sale minori, ci troviamo in una stanza non troppo grande, addirittura modesta, al centro della quale la Dama ci guarda con la sua aria tranquilla. Nella sala accanto, la finestra aperta fa entrare la luce e il brusìo di una Cracovia al tramonto, con la via Florianska affollata e il campanile di Santa Maria, inanellato dalla corona dorata,  che allunga la sua ombra gemella sulla sconfinata Piazza del Mercato. Città di papi e di miniere di sale, di re sepolti e di draghi, di leggende e di chiese tuonanti di cori, Cracovia custodisce, senza alcuna traccia di vanità, lo sguardo della signora e del suo ermellino.

Se penso che in questo stesso istante, a Parigi, i visitatori, dopo una lunga attesa, non hanno che pochi secondi per guardare negli occhi la Gioconda apprezzo questa saletta vuota, tranquilla, dove puoi trattenerti senza fretta di fronte al ritratto di Cecilia Gallerani, la Dama con l'ermellino.

E' poco più di un'adolescente dal viso sereno, la collana a doppio giro intorno al collo e un nastro
sottile sulla fronte. La sua mano, appena adunca e minacciosa (chissà cosa avrebbe da dire Dan Brown), trattiene in braccio l'animale, forse spaventato da qualcosa; lo sfondo nero evidenzia l'eleganza della figura.

Non si ha l'impressione di trovarsi al cospetto di un capolavoro e il quadro è così semplicemente integrato con questa saletta che sembra quasi che la stanza si sia lentamente adattata per incontrare i gusti della sua signora e a questi abbia uniformato i mobili e la tappezzeria.
Siamo soli e stupisce percepire questo vuoto di fronte ad un Leonardo. Questa assenza di visitatori è già di per se stessa una meraviglia.

Fuori dalla finestra Cracovia continua a sprofondare lentamente nel suo tramonto estivo e la luce dorata si spande nella stanza vicina. Impossibile, in questa atmosfera che profuma di magia, non voltarsi un'ultima volta a salutare rispettosamente la Dama con un leggero inchino.
postato da: dodo712 alle ore 17:48 | Link | commenti (30)
categoria:viaggiando
giovedì, 18 maggio 2006
Impossibile non vederli. A volte si incontrano agli angoli delle strade di campagna, più spesso all'interno dei recinti sacri dei templi buddhisti e nei cimiteri. L'intero Giappone ne è cosparso.

Sono piccole statuette di pietra raffiguranti una figura, in piedi, dalle fattezze simili a quelle di un bambino. Si chiamano Jizo e, nel Giappone moderno, sono considerati i benevoli protettori dei bambini sofferenti, di quelli che sono morti e di quelli che ancora devono vedere la luce. Gli ideogrammi che compongono il loro nome significano terra (ji) e grembo (zo), ma quest'ultimo ideogramma può avere anche il significato di tesoro, quindi il loro nome può essere tradotto come grembo della terra oppure tesoro della terra.

Il loro culto è stato introdotto in Giappone dalla Cina durante il periodo Nara (710 - 794 d.C.) dalle sette zen Tendai e Shingon. inizialmente questa divinità aveva il compito di intervenire in purgatorio (o qualcosa di simile) per proteggere i bambini morti prematuramente e confinati in quel luogo di sofferenza a scontare la pena per aver fatto soffrire i loro genitori. Con il tempo il loro ruolo è cambiato ed ha assunto caratteristiche tipiche anche di alcuni kami shintoisti.
Ai nostri giorni sono considerati protettori e amici dei bambini, delle donne incinte e dei pompieri e vengono raffigurati un po' ovunque, persino nei fumetti e nei cartoni animati. Sono dei piccoli bodhisattva, coloro cioè che pur avendo raggiunto l'illuminazione si trattengono in questo mondo per aiutare l'umanità a redimersi, rinunciando al Nirvana.

Sono un tocco di tenerezza inaspettato in un Giappone che spesso non riusciamo a capire, ormai schiavo della più spinta modernità ma ancora tenacemente aggrappato alle proprie tradizioni millenarie. I jizo sono spesso rivestiti di piccoli indumenti, cappellini, pupazzi di peluche che i genitori hanno posto loro accanto per i loro piccoli perduti.
Quelle distese di statuette sorridenti e colorate sono testimoni di una tenerezza infinita e privatissima, raramente esternata nella rigida società giapponese, ma che nei recinti sacri dei templi zen, nella pace dei giardini di muschio e di pietra, trova il suo ambiente più adatto. Come compagnia, solo il rumore del vento fra i foglietti bianchi di preghiera annodati ai rami degli alberi.
postato da: dodo712 alle ore 18:07 | Link | commenti (27)
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giovedì, 20 aprile 2006

Il deserto fu dato agli uomini perchè vi trovassero la propria anima.
detto Tuareg

Sembra impossibile che i villaggi magrebini possano essere così caotici pur essendo quasi deserti. E’ una caratteristica che notai subito scendendo dal Land Rover che dopo molte ore di viaggio mi aveva portato fin qui, al limite del Sahara, da Djerba. L’isola, come il resto della Tunisia, non era in quegli anni ancora una meta turistica di prima grandezza, gli alberghi erano pochi e scalcinati e i souvenir in vendita nei bazar non erano affatto ricordini pacchiani ma veri oggetti di artigianato.


La strada che porta a Douz era fiancheggiata da alte pareti di sabbia tenuta a bada da grossi tronchi di legno per evitare che un po’ di vento potesse far scomparire l’asfalto sotto un manto di morbida sabbia. L’autista si fermò davanti all’albergo e sorridente me ne indicò l’insegna.

Quando si parla di un viaggio è bene non limitarsi alle coordinate geografiche ma è meglio specificare anche le linee temporali nel quale collocarlo per aiutare a capire. In quegli anni Douz, una porta aperta sul deserto, non era ancora attraversata dai pullman carichi di turisti rumorosi; quali fossero gli altri alberghi del villaggio lo ignoro, mi fermai a quello perché trovai che l’aspetto decadente dell’Hotel Meridien aveva un suo indiscutibile fascino.


Tutto in quell’edificio era vecchio, vissuto e sopravvissuto ad un passato migliore in cui la mano francese era assolutamente evidente. Persino la vecchia vasca ornamentale adesso ospitava fiori galleggianti in una poco rassicurante acqua verdastra. Eppure, con le sue palazzine basse e polverose, quel posto mi affascinava. Anche tre antipaticissimi francesi, agghindati in lunghe vesti bianche che giocavano a imitare Lawrence d’Arabia seduti ad un tavolo della sala da the, contribuivano a fare di quel luogo una specie di bolla temporale all’interno della quale gli anni trenta non erano mai veramente trascorsi.


Davanti all’hotel stazionava il cammello con il suo padroncino, un ragazzino di circa dodici anni. Era tarda sera e non seppi resistere all’invito del deserto. Pagato il dovuto in anticipo salimmo sull’animale dondolante e dopo un’ora eravamo in mezzo alle dune ad aspettare il tramonto sotto una palma, ultima solitaria sentinella davanti al nulla. Il ragazzino, in un impeto gratuito di generosità, si offrì di arrampicarsi sulla palma per cogliere dei datteri freschi e dolcissimi. Decisi di andare un po’ più in là e camminai ancora fino a quando anche la palma, il ragazzino e il cammello non scomparvero dietro le dune di sabbia morbidissima.


Davanti agli occhi avevo solo dune e sabbia. Per migliaia di chilometri, attraverso l’Algeria e il Marocco non c’era che il nulla. Ma definire nulla il deserto è un equivoco nel quale si può cadere solo finchè non lo abbiamo di fronte, e tutto intorno, finchè non ci avvolge della sua pienezza. In realtà non è vuoto ma  traboccante di un silenzio mai ascoltato prima, di sabbia, di cielo e di vento. Il colore della sabbia varia di minuto in minuto, da un rosa pallido ad un ocra delicato fino al giallo arancio dei minuti che precedono il tramonto e che con la loro luce bassa e tagliente delineano il profilo delle dune come se fossero disegnate con un unico, deciso tratto di matita da un vecchio artista che racchiude in quel gesto millenni di storia e di esperienza.


La notte arrivò presto ma il percorso di luci e colori per arrivarci fu indimenticabile, come il silenzio che lo accompagnava. Più tardi, nell’oscurità, brillavano ancora lontane le luci di Douz mentre il cammello avanzava senza fretta in quel mare azzurro scuro che avvolgeva l’Hotel Meridien ed il suo mondo immobile, come se il tempo appartenesse ad una dimensione che non lo riguardava. Che non mi riguardava, sospeso com’ero in quel lungo e calmo presente, in un luogo in cui passato e futuro sembrano concetti astratti, come la costa può esserlo per chi naviga senza riferimenti in mezzo all’oceano.

 

Nella sala da the anche i francesi vestiti di bianco sembravano attraversare indifferenti il loro eterno crepuscolo.

postato da: dodo712 alle ore 18:35 | Link | commenti (14)
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venerdì, 24 febbraio 2006

Sfogliando distrattamente I Viaggi di Repubblica, allegato al giornale, gli occhi mi cadono - letteralmente - su un riquadro piuttosto inquietante. E' inutile sottolineare che la rivista è chiaramente destinata a turisti e vacanzieri ma a pagina 59 del n. 406 del 23 febbraio 2006, nella sezione Mondo Ticket, a centro pagina, ben visibile campeggia un riquadro che annuncia gioioso che per € 998 Austrian Airlines è il primo vettore europeo a volare in Iraq.
Quindi a partire dal marzo 2006 chiunque voglia andare a godersi una bella e rilassante vacanza può scegliere l'Iraq come meta. Mica tutto, eh! Solo il nord. Il volo atterra - dice il trafiletto - a Erbil, nel Kurdistan iracheno, due volte la settimana (tre a partire da maggio). La città è dipinta come un comodo accesso per visitare le note località di Mosul, Kirkuk e Sulaymaniyah.
Tutto questo su una rivista destinata a turisti!

Cominciamo a mettere da parte un po' di soldi e prepariamoci a pagare il riscatto per qualche turista che, amante del contatto con le altre culture e desideroso di provare quel sottile brivido di piacere che solo l'adrenalina riesce a fornire, leggerà quel trafiletto e si tufferà verso la nuova destinazione per provare un po' di quelle emozioni che la vita di tutti i giorni gli nega.

postato da: dodo712 alle ore 08:48 | Link | commenti (11)
categoria:viaggiando