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Ho udito molti anni di parole, e molti anni dovrebbero portare un mutamento.
La palla che lanciai giocando nel parco non ha ancora raggiunto il suolo.

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ipse dixit
Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d'infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell'infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d'amore, nessuna uguale all'altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge



Se non puoi essere un pino in cima a una collina sii una sterpaglia nella valle, ma la miglior sterpaglia sul fianco della collina. Sii un cespuglio se non puoi essere un albero. Se non puoi essere una strada sii un sentiero. Se non puoi essere il sole sii una stella. Perché non è dalla dimensione che si vince o si perde. Sii il meglio di ciò che sei.

Martin Luther King, Barratt Junior High School, Philadelphia, 26 ottobre 1967
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disclaimer
Questo sito, mi sembra ovvio, non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.

Alcune immagini sono tratte dal web, in caso di problemi avvisate e saranno immediatamente rimosse.
lunedì, 23 giugno 2008
Molto tempo fa mi era venuta l’idea – solleticata da una canzone di Leonard Cohen – di fotografare ad uno ad uno i miei amici nell’angolo caldo e confortevole di un caffè del centro, davanti ad un piccolo tavolo rotondo, vicino ad una finestra. Questione di luce, ma non solo. Avrei voluto fotografarli in una posa naturale, una che avrebbero avuto la possibilità di decidere, sul tavolo un oggetto che li rappresentasse. Io avrei solo imposto il luogo e il bianconero della pellicola.

La cosa non ha mai avuto seguito. Certamente imporre quella scenografia sarebbe stato solo una forzatura che avrebbe tolto naturalezza al loro atteggiamento. Per cui adesso mi chiedo, vi chiedo: come vorreste essere fotografati in questo momento della vostra vita? Quale foto riassuntiva di voi stessi immaginereste di farvi scattare se vi fosse chiesta un’immagine chiaramente rappresentativa di voi?

Foto: Henri Cartier-Bresson
postato da: dodo712 alle ore 13:04 | Link | commenti (18)
categoria:pensieri e parole
mercoledì, 28 maggio 2008
Maggio. Finalmente maggio.

Adesso lo riconosco. Mica quel maggio col vento freddo dalle montagne, quei giorni pieni di pioggia, quelle nuvole basse e scure. Ma il maggio delle sere luminose, delle notti sfavillanti di lucciole; il maggio dei giardini curati e dei tavoli bianchi sotto i pergolati; il maggio delle finestre aperte, delle biciclette rispolverate. Il maggio delle piante innaffiate sotto le stelle, del rumore di piatti e posate che esce dai balconi illuminati di luce calda e spalancati sul fresco della sera.

Strano come in tutti questi anni non mi sia mai veramente goduto questo mio mese preferito. Volava via in un attimo lasciandosi dietro i ricordi delle serate in bici con gli amici per festeggiare la fine vera dell’inverno celebrata nel permesso di uscire dopo cena purchè il fanalino funzionasse a dovere.
Lavoro e basta, routine e basta. Ha impiegato così tanto ad arrivare ed è già finito.

immagine: Yayoi Kusama, Lucciole sull'acqua, 2002

postato da: dodo712 alle ore 10:56 | Link | commenti (40)
categoria:pensieri e parole
lunedì, 21 aprile 2008
Alzando gli occhi ho visto il terrazzino, la vecchia ringhiera riverniciata, gli archi in muratura e per tetto il glicine fiorito. Si vede dalla stradina del centro, proprio dietro la casa dove ho abitato per così tanto tempo.

Il problema è che in tutti questi anni non lo avevo mai visto questo terrazzino spagnoleggiante che avevo proprio dietro casa, bastava alzare lo sguardo per notarlo, eppure me ne sono accorto solo adesso.

Cerco di capire il perché. E’ una strada nella quale non mi soffermo, non ci conosco nessuno, non ci si parcheggia. Ci sono passato mille volte ma senza mai fermarmi, intento a pensare a chissà cosa, senza attenzione, senpre di fretta.

Intanto il terrazzino con gli archi era lì, paziente, con il glicine che ogni primavera tornava a fiorire. Chissà per quanti anni ancora mi sarebbe sfuggito se non fosse stato per il miagolìo del gatto che mi guardava tranquillo dal suo balcone.

Quante cose perdiamo, lungo la strada.
postato da: dodo712 alle ore 22:32 | Link | commenti (25)
categoria:pensieri e parole
giovedì, 06 marzo 2008
Stavo cercando gli struzzi.
Li cercavo sulla cartina dello zoo di Cleveland in un giorno di luglio di tanti anni fa. Era un pomeriggio caldo e il grande giardino era poco affollato, solo qualche bambino munito di gelato e palloncini colorati si aggirava fra le grandi gabbie spaziose, i recinti, gli stagni, per guardare gli animali. Nonostante tutto lo zoo di Cleveland non è un brutto posto. Certo, è pur sempre uno zoo, ma di quelli in cui gli animali hanno spazio e piante, laghetti e boschi. E poi è grande, talmente grande che per cercare il recinto degli struzzi dovevo consultare la piantina.

Fu durante questa ricerca che provai  quella strana sensazione, quasi sempre esatta, che ti sfiora quando ti senti osservato. Lo sguardo proveniva da due occhi severi, scuri, vivissimi. Era uno sguardo altezzoso, fiero, consapevole della propria potenza e della propria dignità, lo sguardo di chi non conosce la resa, lo sguardo di un sovrano.
Il grande gorilla di montagna era seduto dietro una lastra di cristallo, al centro di quella che era la parte pubblica della sua residenza. Tronchi e alberelli arredavano questo habitat artificiale, mentre dietro un grande masso si intuiva un altro ambiente, più intimo e riparato. Ma adesso lui era lì, seduto tranquillamente su un tronco, come se fosse sulla panchina di un parco qualsiasi. I suoi occhi erano piantati nei miei.

Esprimevano fierezza e dignità. Cosa lui leggesse nei miei non ne ho idea, ma dopo un po’ non riuscii più a sostenere il suo sguardo. E allora i suoi occhi cambiarono. Probabilmente mi stava mettendo alla prova, come se cercasse di capire se ero adeguato alla sua statura morale. Quando lo guardai di nuovo aveva un’espressione più distratta, meno intensa, forse non mi giudicava degno della sua attenzione; lui, che tutti consideravano prigioniero in quella gabbia spaziosa, sembrava avere una visione del mondo del tutto opposta. Come se fosse stato lui stesso ad aver voluto chiudere il resto del mondo fuori del suo palazzo di cristallo, un mondo non all’altezza  della sua personalità. Un mondo dove gli uomini non perdono troppo tempo a scrutare gli occhi degli animali, con la presunzione di chi si ritiene migliore.

Mi sembrò naturale salutarlo con un cenno della mano mentre mi allontanavo alla ricerca di quei dannati struzzi.
postato da: dodo712 alle ore 11:59 | Link | commenti (22)
categoria:pensieri e parole, dodo
mercoledì, 06 febbraio 2008
Il termine Ozio (derivato dal latino "otium") indica un'occupazione principalmente votata alla speculazione intellettuale ed è contrapposto al concetto di negotium, occuparsi (più per necessità che per scelta) dei propri affari.
Wikipedia

All’inizio delle mie settimane di forzato relax pensavo che avrei passato lunghe giornate seduto davanti alla TV, aspettando che il tempo svolgesse il suo compito per rimettere le cose al loro posto.
Non ho conosciuto la noia, tutt’altro. Ho compiuto le mie prime escursioni nel territorio poco conosciuto dell’ozio, del tempo allargato, esplorato, dilatato. Ho imparato a far correre liberi i pensieri, senza imbrigliarli, come nuvole che attraversano il cielo nel riquadro azzurro incorniciato da una finestra aperta. Una volta scomparsi oltre il bordo si possono abbandonare e lasciarsi avvolgere dai successivi.
Avevo tempo per riflettere, per rimettere ordine nelle mie idee, per ridare il giusto valore, il giusto peso alle cose, alle aspirazioni, alle speranze. Mi sento come un giardiniere impietoso che taglia i rami secchi, inutili, quelli che assorbono la linfa danneggiando l’intera pianta. Una operazione di scelta fra cosa tenere e cosa buttar via, come si fa con le pulizie di primavera.
Conservare solo ciò che conta, liberarsi dei fardelli inutili e dannosi. Perché molto è cambiato e il bagaglio da portarsi dietro non può essere pesante.
postato da: dodo712 alle ore 10:31 | Link | commenti (26)
categoria:pensieri e parole, dodo
venerdì, 25 gennaio 2008
Come il viaggiatore che naviga tra le isole dell’arcipelago vede levarsi a sera i vapori luminosi, e scopre a poco a poco la linea della costa, così io comincio a scorgere il profilo della mia morte.
Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar

Dunque è così che succede.
Inaspettatamente, ad una certa ora del pomeriggio, ti rendi conto che la tua vita è cambiata, che i tuoi progetti, i tuoi impegni, altro non sono che fiocchi di vapore spazzati via da un soffio di vento, castelli costruiti sulla sabbia di un domani incautamente dato per scontato, invece fragile come i sogni. Ti è repentinamente chiaro che da quel preciso istante il mondo intorno a te non è più lo stesso, tu non sei più lo stesso. Come il vecchio imperatore cominci a scorgere il tuo orizzonte.

L’ambulanza penetra la notte come un lungo presente che potrebbe sfociare in nessun futuro, ti dondola con le sue lucine e i suoi rumori poco rassicuranti, ti sbatte contro i bordi della lettiga lasciandosi dietro il suono della sirena. Il medico controlla il display, l’infermiera seduta al suo fianco sorride e ti accarezza la guancia con un piccolo gesto che vale oro. Che strano. Ripenso agli anni in cui, come volontario, mi trovavo dalla parte opposta della barricata; cercavo di essere cortese e gentile, rassicurante verso i malati che accompagnavo, ma mi domandavo se quelle attenzioni potessero avere un senso, potessero essere vagamente di aiuto a chi stava disteso nelle proprie paure e nei propri pensieri. Adesso, in questo tunnel di buio e lampeggianti azzurri, so che quelle piccole gocce di umanità hanno un valore immenso e anche la breve, dolce carezza di un’ infermiera è come un appiglio al quale la tua anima tenta di aggrapparsi lungo la lenta discesa verso la disperazione. Respiro gli attimi avido di tempo, li gusto come un boccone prelibato da far durare il più possibile.

Sembra un film. Le luci del soffitto scorrono veloci davanti ai tuoi occhi. C’è silenzio e freddo, qualcuno ti tiene la mano, poggia la sua sulla tua spalla, un rituale semplice di umana condivisione.
Un dolore al polso e i grandi schermi si popolano di radici pulsanti, ragnatele di vasi, rami di un albero che vive. E’ visibile il sondino che si fa strada attraverso le arterie e il cuore; sottile e leggero porta aggrappate a sé tutte le tue speranze, tutto il tuo futuro. Il tempo sembra immobile, ore e minuti non hanno più senso.
Poi il chirurgo mi guarda e sorride, mi strizza l’occhio e alza il pollice. Tutto ciò che fino a quel momento sembrava accadere ad un altro piomba su di me con tutto il suo peso. Il tempo riprende il suo corso e sullo schermo il sondino si ritrae lentamente dopo aver eseguito il suo compito. Adesso i sorrisi sono più ampi, la tensione è svanita. Qualcuno chiede musica e subito le note di un pianoforte inondano la sala in un blues dolce e lentissimo. I grandi schermi si spengono in un’atmosfera improvvisamente distesa, non più opprimente. Dalla mia lettiga saluto, ringrazio, ed esco sospinto verso una notte diversa dalle altre notti,  certo che i metri con cui si misura la propria vita non saranno più gli stessi.

La saletta di terapia intensiva è piccola e silenziosa, si sentono solo i bip dei monitor segnati da linee saltellanti che mandano riflessi verdi sul mio polso fasciato. Chiudo gli occhi e mi chiedo se non sia tutto un sogno. Non lo è. Mi accorgo di vivere ogni minuto come mai avevo fatto prima, ne esploro i contorni, scopro i particolari, prendo confidenza con l’attimo che sto attraversando.
Il mondo è diverso stanotte e non sarà più lo stesso. Sorrido di fronte al paradosso: se questa notte manterrà le sue promesse non sarà per me un ricordo negativo ma una opportunità per apprezzare ciò che per me era scontato, per gettare nuova luce su quello che finora consideravo il mio diritto a vivere. Forse ho semplicemente sfiorato l’infinito, forse non si può uscirne immutati. Forse.
Nella penombra riconosco la figura del chirurgo che mi ha rimosso l’occlusione. E’ tarda sera e ha terminato il suo turno, potrebbe essere a casa ma è passato a controllare le mie condizioni. E’ là immobile, una silhouette stagliata contro la luce gialla della porta scorrevole.
Sarebbe una notte perfetta se da questo letto potessi vedere le stelle.

Sul comodino l’iPod che mi ha portato mia moglie; me lo ha mandato mia figlia per aiutarmi a riempiere i miei giorni immobili. Premo il tasto e la prima canzone diventerà la colonna sonora dei miei pensieri. Ascoltandola ad occhi chiusi rivedo scorrere i volti di coloro che quella sera mi sono stati vicini, che con un sorriso o un piccolo gesto mi hanno sorretto, incoraggiato, sospinto verso questa nuova pagina di vita ancora tutta da scrivere, una pagina cominciata con la carezza di un’infermiera, semplice e preziosa come il diamante più puro. Cosa vi verrà scritto e per quanto tempo non è dato saperlo ma la prima cosa che vi annoterò è che se il mondo ha una speranza essa risiede nell’umanità di persone come queste.



postato da: dodo712 alle ore 17:39 | Link | commenti (46)
categoria:pensieri e parole, dodo
giovedì, 13 dicembre 2007
Materialmente non aiutai mai il sole a sorgere, è vero, ma non c'è dubbio che essere presente quando sorgeva fosse di estrema importanza.
Henry David Thoreau, Walden o La Vita nei Boschi.

Ci sono giorni nei quali il mondo si veste dei suoi abiti migliori e ti da il benvenuto.

Questa mattina era cominciata come tutte le altre: sveglia, colazione, doccia, bacio alla figlia e alla moglie e tutti quei soliti gesti meccanici e sempre uguali che ti accompagnano fino alla porta dell'ufficio. Ma appena ho aperto il portone di casa l'ho visto.

Lo spettacolo era appena iniziato.
Poco oltre i rami dell'olivo, sopra i tetti delle case allineate al di là del grande prato bordato di alberi, appese nel bel mezzo di un cielo azzurro, due strisce di nuvole galleggiavano illuminate dal basso dalla luce del sole non ancora emerso. Sopra di loro una gigantesca nube a forma di tronco di cono rovesciato. Sembrava formata da tanti strati sovrapposti, come tante cialde di panna montata, ognuno dei quali era pennellato da una tonalità di colore diversa, dal rosa pallido degli strati superiori all'arancione vivissimo di quelli più bassi. Una grandissima e morbida astronave, leggera nella sua deriva verso chissà dove.

L'ufficio poteva aspettare, potevano aspettare i due nuovi clienti benedetti da montagne di soldi ma privi dell'intelligenza necessaria per utilizzarli con criterio. Il resto del mondo poteva fermarsi almeno un po', il tempo di sedermi sulla sedia bianca da giardino che già da tempo avrei dovuto riporre per l'inverno.
Così mi sono seduto e ho continuato a guardare il cielo sopra le colline.
Quanti ne ho persi di questi momenti. Per troppa fretta, per trascuratezza, stanchezza, superficialità. Perchè nella vita di tutti i giorni tendiamo a dimenticarci quanto sia importante e terapeutico fare attenzione alle piccole-grandi bellezze che si nascondono spesso in particolari accanto ai quali siamo soliti passare frettolosamente, senza notarli.
Eppure questo è un grande spettacolo, democraticamente a disposizione di tutti, grandioso e diverso ogni giorno. Da sempre, nessuna replica.

Foto da: The Cloud Appreciation Society
postato da: dodo712 alle ore 10:33 | Link | commenti (25)
categoria:pensieri e parole, disperso in ufficio
giovedì, 15 novembre 2007
Guardo mia figlia. Ha circa la stessa età di quei ragazzi che a Modena hanno ripreso con il telefonino il cadavere di una studentessa sedicenne finita sotto le ruote di un autobus. Hanno indugiato sui particolari più macabri, hanno riso e deriso e, non contenti, hanno pubblicato le foto e i video su Youtube. Come se si trattasse di uno di quei telefilm nei quali si sezionano i corpi, si scoperchiano scatole craniche e il sangue schizza allegramente sulle pareti.

Guardo mia figlia e mi chiedo quanto la conosco, fino a che punto. La vedo serena, conosco i suoi amici, parliamo e ridiamo insieme, quando è possibile. Mi domando se anche i genitori di quei ragazzi si sono chiesti la stessa cosa, qualche volta. Mi inquieta che possano avere avuto le mie stesse risposte, mi spaventa che abbiano percepito la stessa normalità che io vedo in lei.
postato da: dodo712 alle ore 23:34 | Link | commenti (41)
categoria:pensieri e parole, poveritalia
martedì, 06 novembre 2007
Il sentiero che proviene da Orsigna e sale su verso la vetta del Corno alle Scale separa per un breve tratto la Toscana dall'Emilia. Una volta emersi dal bosco e raggiunto il crinale appenninico, guardando in basso verso destra, si possono vedere le vallate del versante emiliano e i borghi di Monteacuto, Lizzano in Belvedere e Pianaccio, il paese natale di Enzo Biagi.

Come molti, di Enzo Biagi ho sentito parlare fin da piccolo. La prima volta che lo vidi ero un bambino ma lo ricordo ancora; era in TV, aveva già i capelli bianchi e presentava un servizio sul Laos. Per me era già vecchio, stretto in quella sua giacca grigia abbottonata su una sottile cravatta nera e quegli occhialoni dalla montatura enorme e scura. Eppure quell'omino apparentemente goffo era stato in un paese di cui ignoravo l'esistenza a documentare una guerra combattuta in mezzo alla giungla, e la cosa mi sembrava incredibile. Mio padre, che nella sua libreria aveva molti suoi libri, mi disse che quel giornalista era nato a poca distanza da lui, dall'altra parte dell'appennino, oltre il crinale.

Così Biagi è sempre stato un autore molto letto, in casa. Uno stile semplice, ironico, gentile, l'opposto dello stile asciutto, ossuto e pungente di Montanelli, di cui mio padre non condivideva le idee ma al quale riconosceva una onestà morale limpida. Entrambi hanno tenuto la schiena dritta, a dispetto dei venti contrari, mettendo in pratica quanto Kipling augura a suo figlio nella sua celeberrima If.

Una brava persona.
postato da: dodo712 alle ore 22:25 | Link | commenti (35)
categoria:pensieri e parole, bolle di sapone
giovedì, 01 novembre 2007
Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley
l'abulico, l'atletico, il buffone, l'ubriacone, il rissoso?
Tutti, tutti dormono sulla collina.
Uno trapassò in una febbre,
uno fu arso in miniera,
uno fu ucciso in una rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte lavorando per i suoi cari.
Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, La Collina, 1915

Dove sono Enrico, Cinzia, Paolo, Cristiano
il rivoluzionario, la sorridente, l'amico del cuore, l'amico di sempre?
Anche loro sulla collina.
Uno annegato di fronte agli scogli di Calafuria, una trafitta dalle lamiere della sua auto, uno consumato dalla malattia, uno prigioniero del suo stesso corpo.

Voi mi avete ricordato che siamo come soldati in trincea in attesa del sibilo che li ucciderà; colpirà a caso, ora il vicino, ora una persona cara, finchè prima o poi verrà il nostro turno. Col tempo le gobbe del giardino, di cui scrive Buzzati, riempiono il prato, una per ogni amico che ci lascia, fino a quando resteremo soli o diverremo a nostra volta una gobba in un giardino altrui. Cercando almeno di non dimenticare le parole del violinista Jones.
Mille ricordi e nemmeno un rimpianto.
postato da: dodo712 alle ore 15:22 | Link | commenti (40)
categoria:pensieri e parole
martedì, 23 ottobre 2007
Fortunatamente sembrano esistere persone tranquillizzanti. Ti mettono di buon umore e ti riconciliano con il mondo per il solo fatto di esistere, ti fanno vedere la vita da una angolazione inusuale facendo le cose più semplici in modo diverso e probabilmente migliore.
Ad esempio una pasticcera.

E' la mia pasticceria preferita. Piccola e accogliente, ridotta al minimo. Qui non si trovano bignè, creme colorate, trionfi di panna, ma dolci tradizionali, semplici, dai sapori insoliti e antichi, pasticcini dalla forma e dal colore diverso, grezzo, eppure buonissimi.
La ragazza te li indica, spiega gli ingredienti, la lavorazione, i tempi di cottura, l'origine delle farine e della frutta. Indossa i guanti in lattice e inizia a preparare il piccolo vassoio. Prende i pasticcini uno per uno, li adagia senza fretta, con ordinata delicatezza. E' evidente che lei ama quei prodotti che crea con le sue mani. Ogni tanto si volta verso di te e sorride, controllando che tu stia apprezzando l'attenzione con la quale sta preparando il tuo dessert.

Sembra un modo di affrontare la vita, il suo, fatto di piccoli gesti, di voce bassa e di sorrisi gentili. La fretta qui non esiste, è rimasta fuori dalla porta con il rumore del mondo. Qui dentro ogni minuto è riempito di attenzione, di cura, di garbo leggero, la lentezza regna anche nelle pieghe della carta trasparente che adesso copre il tuo vassoio, nello spillare il biglietto da visita alla confezione. Prima di togliersi i guanti la ragazza guarda ancora una volta i suoi pasticcini che stanno per lasciarla - sono convinto che li stia salutando, un po' dispiaciuta. Poi gira intorno al piccolo banco, sorride e delicatamente ti apre la porta.

E ti ritrovi in un altro mondo, un mondo che appare grigio, freddo e ostile, così in contrasto col calore umano del piccolo negozio. Non sarebbe poi male se riuscissimo, tutti, ad indossare un sorriso, uno strato, anche lieve, di gentilezza.
postato da: dodo712 alle ore 12:16 | Link | commenti (34)
categoria:pensieri e parole
venerdì, 21 settembre 2007
Camminavo per le vie di Parigi, alla sera. Ho visto un uomo che frugava nel bidone della spazzatura, in cerca di qualche avanzo che gli servisse da cena.
Allora ho chiesto a Dio:"Perchè non fai niente per impedire questo?".
E Dio ha risposto:"Non è vero, ho fatto te".
Abbé Pierre

L'autobus non arriva, non mi resta che aspettare. Sul marcapiede opposto gente normale in attesa, come decine di altre persone che affollano i tanti capolinea romani. Turisti, impiegati, una bella ragazza che parla al cellulare, una signora elegante con in mano una busta griffata, un ragazzo con gli auricolari e un libro aperto. Gente comune nel bel mezzo della loro routine.

Ma la normalità finisce un metro più in là dove un mucchio di stracci dalla forma vagamente umana occupa una zona del marciapiede. Da un'estremità spuntano ciuffi di capelli bianchi appartenenti a un corpo robusto che ogni tanto si muove come per cercare una posizione più comoda. Stracci sporchi, consunti, dai quali parte un rigagnolo scuro scivolato da tempo verso il bordo del marciapiede.

Non riesco mai ad abituarmi a queste scene da metropoli, forse perchè vengo da una piccola città di provincia dove non mancano certo gli emarginati, ma da noi li conosciamo tutti perchè sono sempre gli stessi, vagano per il centro chiedendo qualche spiccolo; li conosciamo per nome, ormai, e li conoscono alla mensa dei poveri o nelle parrocchie dove qualche prete li ospita per cena e per due chiacchiere al caldo.

L'autobus arriva e tutti salgono. In pochi minuti il marciapiede di fronte si ripopola. Altri turisti, altri impiegati, ragazzi e signore ignorano il mucchio di stracci e aspettano. Indifferenza, rassegnazione, incapacità di decidere che cosa fare. Ma cosa si può fare? Non è possibile che le centinaia di persone che nel giro di poche ore transitano accanto al fagotto siano tutti esseri insensibili e cinici. Non ci credo, ma nessuno fa nulla. Non faccio niente nemmeno io, guardo e rabbrividisco, poi tiro dritto. Spero solo che il mio autobus arrivi presto per poter pensare ad altro.

Entro così a far parte della numerosa schiera che spesso viene accusata di acquietarsi la coscienza lasciando qualche spicciolo al mendicante di turno senza nemmeno domandarsi cos'altro si potrebbe fare, presa così tanto dalla propria vita da non accorgersi di sfiorare anche quella degli altri. Mi domando se fra quei passeggeri in attesa qualcuno è solito criticare l'insensatezza della società che abbandona i deboli negli angoli. Magari inveisce contro i governanti della città che non fanno abbastanza, che non capiscono, che non si fermano ad aspettare chi è rimasto indietro. Però intanto continua a leggere il suo libro e tira dritto. Come gli altri, come tutti. Come me.

Mi piace chi si rimbocca le maniche e agisce, chi decide di chinarsi su quel mucchio di stracci per chiedere se può fare qualcosa, a costo di sentirsi malamente rispondere di farsi gli affari suoi, chi non aspetta la manna dal cielo e si rende conto che la prima risposta sta in noi.
Ma gli Abbé Pierre sono merce rara, anche tra chi pontifica e accusa.
postato da: dodo712 alle ore 16:18 | Link | commenti (30)
categoria:pensieri e parole
lunedì, 10 settembre 2007
La nascita del World Wide Web viene comunemente indicata nel 6 agosto 1991, quando un matematico, Tim Berners-Lee, (...) pubblicò il primo sito nella rete internet, dando vita al fenomeno della tripla W. In realtà l'idea del World Wide web, così come lo si conosce oggi,  era nata due anni prima, nel 1989, presso il CERN di Ginevra.
da Wikipedia

Agli inizi degli anni Ottanta Orson Scott Card pubblica Ender’s Game (tradotto in Italia con Il Gioco di Ender), il primo libro di una fortunata trilogia (Speaker for the dead, Xenocide). E’ un romanzo di fantascienza come tanti altri però, riletto alla luce degli sviluppi tecnologici degli anni successivi, rappresenta sicuramente uno di quei casi in cui il futuro ha confermato le previsioni dell’autore.
Indipendentemente dalla trama del romanzo sono presenti alcuni elementi decisamente familiari.

Si parla di un universo che non ha limiti di comunicazione grazie ad una rete infinita di computer personali connessi fra di loro e tutti raggiungibili con l’assistenza di Jane, una specie di potentissimo motore di ricerca che vive nella rete e che nessuno può eliminare se non distruggendo ogni singolo segmento della rete stessa. Ma soprattutto si descrive l’ascesa politica di un personaggio che nessuno conosce, nascosto dietro lo pseudonimo di Demostene, che raccoglie consensi predicando dal suo spazio personale e frequentando gruppi simili a stanze virtuali all’interno delle quali le persone discutono e dialogano. Questo personaggio arriva a conquistare il potere scavalcando la politica tradizionale, impreparata di fronte al nuovo mezzo, incoronato dai suoi seguaci che lo seguono attraverso la rete.

Erano i primi anni ottanta eppure tutto suona così familiare, specie adesso dopo il V-Day di Grillo e tutto il resto. Quando lessi il libro di Card, molti anni fa, mi chiedevo se un simile mondo sarebbe stato possibile. Eccolo qua.

postato da: dodo712 alle ore 21:58 | Link | commenti (43)
categoria:pensieri e parole
lunedì, 23 luglio 2007
Tutti conoscono l'utilità dell'utile, ma nessuno sa l'utilità dell'inutile.
Chuang-tzu, Il mondo degli uomini, IV sec. a.C.

Con il tempo si cambia, questo è evidente. Forse è anche vero che, come andavano dicendo i vecchi saggi cinesi, man mano che l'età avanza si abbandona il rigido confucianesimo con il suo carico di lacci e doveri e si comincia a diventare taoisti, a cambiare, cioè, vita e mentalità, a prestare meno attenzione a quanto gli altri si aspettano da noi e a vivere più liberi e leggeri.

Tutto questo preambolo per dire che ho acquistato un pallone da basket, di quelli che usano i ragazzi nei campetti di periferia. Non ho mai giocato a pallacanestro e nemmeno sono particolarmente intenzionato a cominciare adesso, quindi dovrebbe essere un acquisto del tutto inutile. Eppure, in mezzo a signore che esaminavano bikini colorati e teli da spiaggia, giovani circondati da articoli da trekking e attrezzi da palestra, quando ho visto quei palloni nella cesta di metallo, neri, la superficie scalpellata come pneumatici, con quell'irresistibile profumo di gomma, ho sentito improvvisamente la necessità di averne uno.

Sono uscito dal centro commerciale sorridente, palleggiando nel parcheggio, gustando la nervosa prontezza del rimbalzo, come se avessi tra le mani un oggetto vivo e pulsante. Ma la cosa che mi ha colpito è che anni fa non lo avrei mai acquistato proprio perchè assolutamente inutile - la mia razionalità me lo avebbe impedito - invece adesso è mio per lo stesso identico motivo. Ma è davvero così inutile?

Me lo chiedevo questa mattina quando, prima di andare in ufficio, ho palleggiato in cortile per qualche minuto, mirando ad un canestro che non esiste.
 
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categoria:pensieri e parole, dodo
lunedì, 09 luglio 2007
Questa città ha un cuore.
Lo si sente pulsare nelle sue vie, lungo le stradine lastricate, sui mattoni rossi delle case; vive nei colori dei fazzoletti appesi al collo delle mamme in corteo, tutte in fila, sorridenti e schierate dietro ai passeggini dei loro bimbi. Sono seguite da bambini che distribuiscono dolci ai passanti, sotto lo sguardo incredulo e affascinato dei turisti. Poco più indietro ragazzi battono su tamburi di latta la loro allegria. La folla, schiacciata contro i muri caldi, fa da contorno a questa sfilata di popolo festante, irriverente, canzonatorio fino alla crudeltà nei confronti del rivale sconfitto.
Si canta e si ride. Non più i canti a squarciagola fra lacrime di gioia e commozione che scendono giù simili a fontane, come pochi giorni prima nella piazza-cuore di questo piccolo mondo, ma le voci allegre di chi si gode la propria felicità col sorriso sulle labbra. Eppure in mezzo a tutto questo c'è un attimo in cui i visi si fanno più composti, solo una breve parentesi prima di continuare.

Le bandiere di seta girano lente, accarezzano l'aria incuranti del rullo dei tamburi che rimbalza sulle facciate dei palazzi, sulle bifore e sugli stendardi. La coppia di alfieri esegue gesti eleganti e antichi, sempre uguali nei secoli, un rito nel rito.
Arriva lei, accompagnata dal suo barbaresco, grigia, dagli zoccoli dorati. Sul fianco ha un'oca dipinta. Le urla e gli scherzi sembrano un po' più lontani, adesso; con il suo pennacchio bianco e verde listato in rosso sembra solo una cavallina timida ma pochi giorni prima, nell'inferno della Piazza, ha divorato la pista di tufo pompando fiotti su per le coronarie di amici e nemici.
Dietro di lei ciò che ha conquistato. Lo stendardo sormontato dal piatto d'argento ornato dai drappi bianchi e neri è un rettangolo di tessuto dipinto che resterà per sempre nel museo della contrada. Molti occhi lo accarezzano, altri ne ammirano i colori ignorando ciò che esso rappresenta, il suo vero valore; i turisti non capiscono ma sorridono e fotografano mentre la cavallina sembra non comprendere perchè tutti la osannano, perchè il suo nome risuona ovunque ed è scritto sui cartelli e gli striscioni che continuano a irridere gli avversari. Le facciate bianche di Piazza Salimbeni guardano scivolare il corteo dell'Oca verso la sua festa. Come sempre accade due volte all'anno, da anni, da secoli, non si sa più da quanto tempo.

Non ci sono analisi sociologiche, storiche, psicologiche per descrivere questa città. Certo, si può fare, ma è come analizzare un'arcobaleno. Si può spiegare fin dentro ogni piega, ma quando lo si torna a guardare continua ad emozionare ugualmente.
Siena è Siena. E basta.
I volti degli adolescenti che portano al collo il fazzoletto della contrada, con i suoi simboli affascinanti e antichissimi, orgoglio di un'appartenenza che chi è nato un po' più in là non potrà mai vivere, sono la garanzia che così continuerà ad essere.
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categoria:pensieri e parole
mercoledì, 20 giugno 2007
(…)
Materia ed energia erano terminate e, con esse, lo spazio e il tempo. Perfino AC esisteva unicamente in nome di quell'ultima domanda alla quale non c'era mai stata risposta dal tempo in cui un assistente semi-ubriaco, dieci trilioni d'anni prima, l'aveva rivolta a un calcolatore che stava ad AC assai meno di quanto l'uomo stesse all'Uomo.
Tutte le altre domande avevano avuto risposta e, finché quell'ultima non fosse stata anch’essa soddisfatta, AC non si sarebbe forse liberato della consapevolezza di sé.
Tutti i dati raccolti erano arrivati alla fine, ormai. Da raccogliere, non rimaneva più niente.
Ma i dati raccolti dovevano ancora essere correlati e accostati secondo tutte le relazioni possibili.
Un intervallo senza tempo venne speso a far questo.
E accadde, così, che AC scoprisse come si poteva invertire l'andamento dell'entropia.
Ma ormai non c'era nessuno cui AC potesse fornire la risposta all'ultima domanda. Pazienza! La risposta - per dimostrazione - avrebbe provveduto anche a questo.
Per un altro intervallo senza tempo, AC pensò al modo migliore per riuscirci. Con cura, AC organizzò il programma.
La coscienza di AC abbracciò tutto quello che un tempo era stato un Universo e meditò sopra quello che adesso era Caos. Un passo alla volta, così bisognava procedere.
LA LUCE SIA! disse AC.
E la luce fu ...
L'ultima domanda, Isaac Asimov, 1956

Il racconto L'ultima domanda fu scritto da Asimov agli albori dell'era informatica. E' uno dei suoi racconti più celebri e verte su una domanda, una delle tante, poste ad un calcolatore di nome Multivac (gli informatici più attempati ricorderanno che una delle marche storiche al tempo in cui i computer occupavano intere stanze era la Univac).
L'ultima domanda posta al supercomputer da due operatori un po' alticci era se si poteva, e come, arrestare la decadenza dell'universo. Per milioni e milioni di anni il computer e i suoi discendenti continuano ad elaborare gli ultimi processi che la razza umana, ormai scomparsa, ha sottoposto loro. Finchè non rimane che una domanda, l'ultima, l'unico motivo che ancora giustifichi il lavoro della macchina. Il finale è quello riportato sopra ma forse la domanda non è quella più probabile.
Non sarei affatto interessato a vivere per migliaia di anni ma sarei curiosissimo di poter vedere come va a finire questa avventura umana, fino a che punto questa specie riuscirà a progredire (non solo in senso scientifico) e se in qualche modo riuscirà mai a dare una risposta alla domanda più scontata, più difficile, più sensata che un essere umano possa porsi.
Qual'è il senso di tutto questo, del mio passaggio qui? La disperata domanda a cui ogni filosofia o religione ha cercato, in ogni tempo, di dare una risposta.
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categoria:pensieri e parole, biblioteca
mercoledì, 06 giugno 2007
Ecco un volto di musicista, ecco Mozart bambino, ecco una bella promessa della vita (...). Protetto, accudito, coltivato, che cosa non potrebbe divenire? Quando per via di una mutazione nasce nei giardini una nuova rosa, ecco che tutti i giardinieri se ne commuovono. La rosa la si isola, la si coltiva, la si favorisce... Ma non ci sono giardinieri per gli uomini.
Mozart bambino, Antoine di Saint-Exupéry, Paris-Soir, 1935

Ho sempre avuto una speciale ammirazione per chi riesce a scrivere poesie - fra i frequentatori di questo blog ce n'è più di uno - probabilmente per la mia assoluta incapacità a fare altrettanto.

Alcune settimane fa Vittorio Sermonti, presentando in televisione la sua nuova traduzione dell'Eneide, ha detto qualcosa che sospettavo da tempo ma che non sarei mai riuscito a spiegare così bene, in poche semplici parole. La poesia, ha detto Sermonti, è fatta per i poeti, ha il compito di snidare il poeta che è dentro ciascuno di noi. Come se si trattasse di una condizione ancestrale, di una creatura sepolta nell'anima e lì dimenticata, addormentata, fino a quando arriva una poesia a risvegliarla.
Forse siamo davvero tutti poeti, scrittori, pittori, musicisti senza saperlo, senza rendercene conto. Forse il figlio del minatore polacco addormentato sul treno in mezzo ai suoi poveri genitori, descritto da Saint-Exupéry in un suo articolo su Paris-Soir, cela davvero un Mozart bambino, inconsapevole del suo genio che non vedrà mai la luce.
O forse è solo qualcosa che si agita in noi e al quale non sappiamo dare un nome.
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categoria:pensieri e parole
martedì, 15 maggio 2007
Il cielo, troppo scuro per essere vero, rivela l'uso di un filtro rosso.
In basso, il selciato è antico come le pietre della spalletta del ponte medievale a cui è appoggiato mio padre, camicia chiara e maniche arrotolate. Davanti a lui, sotto la mano che tocca la spalla, un bambino in pantaloni corti e maglietta scura. Entrambi sorridono e sorrido anch'io nel vedermi in quella vecchia foto in bianco e nero.
Non ho memoria di quel momento, uno dei tanti, fissato da una vecchia Petri a telemetro in un luogo qualsiasi di un'Italia ancora ingenua che viveva allegramente il suo boom economico. Se non fosse per questa immagine il ricordo per me non esisterebbe.

Ho di nuovo aperto la mia scatola di vecchie foto per finire di scansionarle. E' come uno scavo archeologico, lo so. Riaffiorano dalla polvere compagni di scuola, compleanni, vecchi parenti di cui si è perso persino il ricordo, estinti come tanti dinosauri. Sembra ieri e invece sono trascorse intere ere geologiche.
Di fronte a queste  immagini di momenti lontanissimi della mia vita ho sempre un brivido di stupore perchè è come se alcuni attimi, i più remoti, avessero assunto il colore della pellicola sulla quale sono stati impressi. Immagino di averli vissuti in bianco, nero e grigio, o nei toni sbiaditi delle stampe.

Mi chiedo che colore possano avere i ricordi.
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categoria:pensieri e parole, bolle di sapone
lunedì, 23 aprile 2007
Mio nonno guardava il cielo.
Lo leggeva come un commercialista legge il Sole 24 Ore. Dopo tutto era il suo strumento di lavoro e lui lo fissava verso sera per decifrare il colore del tramonto, per prevedere il tempo dei giorni successivi in base a ciò che la forma e la direzione delle nuvole gli suggerivano.
Dopo aver cenato sedeva davanti alla porta di casa, dove era solito affilare la lama della falce, e guardava le stelle arrotolando la cartina della sigaretta intorno al tabacco. Probabilmente è da lui che ho imparato a riconoscere Orione e le Pleiadi, Rigel e Betelgeuze.

Migliaia di volte ho avuto la possibilità di contemplare il cielo notturno, ma quante volte l'ho fatto veramente? Poche, troppo poche. Molte meno di mio nonno quando aveva la mia stessa età.
Adesso, a parte gli astrofili, gli scienziati e qualche poeta, nessuno sembra più interessarsi alle stelle. Abbiamo abbassato gli occhi dallo spettacolo immutabile e antichissimo che ci sovrasta e lo abbiamo dimenticato. Eppure è ancora lì, a portata di sguardo. Ogni notte.
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categoria:pensieri e parole
mercoledì, 28 marzo 2007

Succede raramente perchè, confesso, lo trovo un'esercizio difficile; utile, certo, spesso necessario, ma sempre doloroso.

Si tratta di mettere in acqua la barchetta della propria coscienza e farla viaggiare intorno al proprio cuore, circumnavigare la propria isola, compiere un periplo di questo nostro mare per andare ad esplorare il lato oscuro dell'anima, quello dove sono raccolti i pensieri che non vorremmo pensare, i desideri che non vorremmo avere, l'altra faccia, quella inconfessabile, della luna.

E' un po' come guardarsi in uno specchio con la luce di lato, radente, che evidenzia le rughe, le imperfezioni della pelle; un'immagine che non ci piace, che tendiamo a relegare nell'ombra di un angolino tranquillo dove non possa disturbare e far troppo male.

La parte rinnegata di noi stessi, quella che si risveglia sollecitata dalla rabbia, dalla frustrazione, dal dolore, è chiusa in un ripostiglio come un oggetto non voluto del quale però non possiamo liberarci. E allora credo sia utile, con calma e freddezza, aprire la porta dello sgabuzzino per andare a vederla da vicino, per rendersi conto che anche quella cosa inguardabile è parte di noi.

E, seppur avvolta dalla notte, potremmo accorgersi che quell'anima è piena di stelle.

 

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categoria:pensieri e parole
martedì, 27 febbraio 2007

I cieli non sono umani, ma c'è qualcosa forse più di questi cieli, la compassione e l'amore di cui mi sono ormai dimenticato e che ho dimenticato.
Una solitudine troppo rumorosa, Bohumil Hrabal, 1981

Sfogliando le prime pagine l'ho visto subito.
E' un lungo capello castano, sottile e sinuoso, tenuto casualmente dal bordo del nastro adesivo che ferma la plastica protettiva alla copertina del libro appena preso in prestito in biblioteca. Arbitrariamente decido che si tratta di un capello femminile, forse appartenente ad una lettrice che mi ha preceduto. In realtà potrebbe essere dell'impiegata al bancone ma, non so perchè, scarto questa ipotesi.

Il libro è consunto, vecchio, vissuto, sottolineato e pieno di richiami, tutto il contrario di come si dovrebbe trattare un oggetto non proprio. Questi segni a matita probabilmente sono stati tracciati da molti lettori che, nel corso degli anni, hanno avuto in mano il volume, tuttavia mi piace schiacciare i segni sullo stesso piano temporale per attribuirli alla misteriosa donna che ha lasciato cadere il suo capello tra le pagine. Come quando, guardando una costellazione, ne annulliamo la profondità e la distanza.

Inizia così una specie di doppia lettura, quella di Una solitudine troppo rumorosa e quella, parallela, della personalità dell'anonima lettrice, facendo attenzione a che cosa ha sottolineato, a che cosa, in quelle pagine, ha colpito la sua attenzione.
Frasi ad effetto, alcune poetiche altre tristissime, citazioni di Kant e il suo epitaffio, interi periodi deprimenti e cupi. Una specie di ossessione per la frase che Hrabal ripete molte volte nel libro: solo quando siamo stritolati esprimiamo il meglio di noi stessi. Ma anche, finalmente, un grande segno rotondo attorno a quelle poche parole: oggi è stata una bella giornata.

A giudicare dalle condizioni del libro si può intuire che presto verrà destinato al macero, finendo nelle mani di un collega del protagonista della storia, un operaio di Praga - addetto alla pressa che distrugge carta e libri - che cerca di salvare le opere che ama riempiendo la sua casa di volumi.

Chissà se quell'operaio sfoglierà questo libro e lo metterà da parte, salvando dalla distruzione la storia del suo collega praghese e gli appunti dell'anonima lettrice. Dopo tutto sarebbe un destino perfetto, per il triste operaio Hanta, quello di finire nelle mani di qualcuno che gli somiglia.

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categoria:pensieri e parole, biblioteca
mercoledì, 14 febbraio 2007

EnsoChi si dedica allo studio ogni dì aggiunge,
chi pratica il Tao ogni dì toglie,
toglie ed ancora toglie
fino ad arrivare al non agire.
Tao Te Ching, XLVIII

Pochi giorni fa furiogalli, parlando di enso, questi cerchi apparentemente così semplici eppure così diversi da rappresentare quasi una firma per chi li traccia, mi ha fatto tornare in mente una banalissima considerazione su una delle differenze che credo di scorgere tra il pensiero occidentale e quello orientale.

Noi partiamo dall'enso per analizzarlo, per capire che cosa c'è dietro a quel segno tracciato con china e pennello, come se dalla foce di un fiume volessimo risalirlo fino alla sua sorgente. Abbiamo la necessità di ricostruire la forma dell'albero dalla sua cenere, la visione dell'acquario dalla frittura di pesce.

La mentalità orientale sembra invece seguire un percorso diverso: toglie dove noi tentiamo di aggiungere. L'enso è il risultato di un'esperienza lunghissima, di un continuo esercizio, un affinamento, una sintesi, come un ideogramma che, perduta la sua forma originaria, è ridotto all'essenza. E' qualcosa che non si può, e non si deve, spiegare attraverso le parole perchè esse rappresentano solo un limite alla comprensione, solo un ostacolo che deve essere rimosso per poter capire che, in fondo, non c'è niente da capire.
L'enso è.
E basta. 

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categoria:pensieri e parole
giovedì, 08 febbraio 2007

 

In gioventù le mie ali erano forti e instancabili,
Ma non conoscevo le montagne.
Da vecchio conoscevo le montagne
Ma le mie ali stanche non potevano seguire la mia visione-
Il genio è saggezza e gioventù

Jonathan Swift Somers, Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters, 1915

 

Da bambino immaginavo i vent’anni come l’apice della vita di una persona, il suo massimo splendore. Al contrario concepivo l’età matura, quella dei miei genitori, come la triste anticamera della vecchiaia, un lungo, inevitabile declino durante il quale il corpo e la mente si spegnevano  a poco a poco fino ad annullarsi nell’oblio di una non-coscienza di sé, di una stanchezza suprema che mi sembrava non chiedere altro che un po’ di pace.

Avevo dedotto tutto questo dall’osservazione di mio nonno, così curvo sui suoi anni; questo mi portava a  provare pena soprattutto per mio padre che, da poco superati i quarant’anni, si affannava in ufficio invece di rendersi conto di aver già da tempo imboccato il viale del tramonto. Mi stupiva il fatto che proprio lui, il diretto interessato, non se ne accorgesse continuando a vivere serenamente e senza apprensione questo suo declino; ma ancor di più mi sorprendeva l’attaccamento alla vita di mio nonno che lottava ogni giorno contro le sue stesse gambe per raggiungere il parco e sedersi per ore davanti alle aiuole fiorite. Qualcosa sembrava sfuggire alla mia comprensione.

Anni più tardi, su un giornale americano arrivato in casa insieme alla valigia di uno zio emigrato oltreoceano, la mia attenzione fu attratta da una pubblicità. Era una foto in bianco e nero raffigurante un vecchio su una panchina che, con le mani appoggiate al manico di un bastone, guardava verso di me con aria seria, forse malinconica. Sotto la foto la didascalia recitava If I only had time, se solo avessi tempo.
Di quale tempo poteva aver bisogno un vecchio che sembrava prossimo a terminare i suoi giorni?

Sono indulgente con il me stesso bambino. E’ così difficile per un ragazzino immaginarsi adulto o, peggio ancora, anziano; capire come dentro all’involucro di un corpo appassito possa agitarsi un’anima ancora viva e avida di interesse per il mondo che la circonda. Almeno così era per me.Mi sono lasciato dietro molti gradini della mia scala nel frattempo e gli anni sono volati via inaspettatamente, quasi cogliendomi di sorpresa. Adesso, visto con i miei occhi di allora, sarei uno di quegli adulti che un tempo compativo. Eppure mi sento più vivo adesso di quando ero ragazzo. Con meno forze, certo, ma con la consapevolezza che ora saprei bene dove dirigere il mio volo.
If I only had time.

postato da: dodo712 alle ore 14:18 | Link | commenti (35)
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