L'articolo 301 del codice penale della Repubblica di Turchia contempla il reato di denigrazione dell'identità nazionale turca. E' in questo reato che sono incorsi diversi giornalisti e scrittori turchi negli ultimi tempi dando vita ad una reazione giudiziaria che mal si concilia con l'aspirazione del paese ad entrare nell'Unione Europea.Hrant Dink è un giornalista della rivista armena Agos, pubblicata a Istanbul. Ha osato scrivere del genocidio armeno ed è stato condannato a sei mesi di carcere. Lo stesso tribunale ha intentato un processo anche contro il più famoso Orhan Pamuk, scrittore di prima grandezza; a lui è andata meglio visto che il 22 gennaio scorso il processo è stato annullato.
Orhan Pamuk, di cui sto leggendo il bellissimo Il mio nome è Rosso, sul mondo dei miniaturisti alla corte del sultano nel XVI sec., aveva osato pubblicare alcuni dati relativi al genocidio armeno: un milione di morti, eliminati a partire dal 1915 con la scusa di infedeltà verso lo stato ottomano.
L'argomento è ferocemente tabù in Turchia. Tutto viene negato o ridimensionato e le cifre ufficialmente corrette verso il basso. Si contesta soprattutto l'utilizzo della parola genocidio in quanto, si sostiene, non si è trattato di sistematica eliminazione. Pamuk, Dink e altri hanno visto bruciare in piazza i loro libri e articoli, sono stati minacciati di morte e pesantemente insultati da gruppi nazionalisti.
Con l'Europa all'orizzonte, anche se dieci anni di trattative per essere accettati non sono cosa di poco conto, c'è da sperare che non ci si possa più permettere di sbattere impunemente in prigione chi si permette di aprire bocca sull'argomento. O forse le petizioni sottoscritte in tutto il mondo a favore di Orhan Pamuk e la risonanza che il suo processo avrebbe avuto con il suo strascico di polemiche in un'opinione pubblica europea tuttaltro che entusiasta della prospettiva di avere la Turchia come compagna di strada, ha indotto i giudici a cancellare tutto.
La strada della Turchia verso l'Europa è ancora lunga e costellata di ostacoli non secondari, ammesso che la società turca accetti alla fine questo passo. E' proprio Hrant Dink, in un articolo su openDemocracy, a sottilineare come ogni settore del paese sia sostanzialmente spaccato su questa scelta. Da una parte il timore di passare il guado ed entrare a far parte del mondo occidentale, dall'altra la paura inversa, quella di restare orientali. Da questi timori non è immune nemmeno l'Europa, in gran parte tiepida nei confronti di Ankara. Le due sponde del Bosforo sembrano attrarsi ma, altrettanto fortemente, si temono.







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