dodo
Blogger: dodo712

Ho udito molti anni di parole, e molti anni dovrebbero portare un mutamento.
La palla che lanciai giocando nel parco non ha ancora raggiunto il suolo.

Dylan Thomas

commenti recenti
archivio
categorie
news
bloggers
altri siti
leggendo
Massimo Montanari
Storia medievale

Piergiorgio Odifreddi
Il matematico impertinente
letti da poco
Indro Montanelli
L'Italia del Risorgimento

Mario Calabresi
Spingendo la notte più in là

F. Guccini - L. Machiavelli
Un disco dei Platters

José Saramago
Cecità

Stefania Calledda
Attimi d'abisso

F. Guccini - L. Machiavelli
Macaronì

Woody Allen
Pura anarchia

Jean-Dominique Bauby
Lo scafandro e la farfalla

Alberto Asor Rosa
Storie di animali e altri viventi

F. Guccini - L. Machiavelli
Tango e gli altri

Eugen Herrigel
Lo zen e il tiro con l'arco

Arthur C. Clarke
La sentinella

gruppo di lettura
ascoltando
Alan Stivell
Brian Boru, 1995

Stephan Micus
Till the end of time, 1978

Michel Petrucciani
Promenade with Duke, 1993

Keith Jarrett, Jack DeJohnette, Gary Peacock
Whisper not, 1999

luna
CURRENT MOON
moon phase

ipse dixit
Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d'infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell'infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d'amore, nessuna uguale all'altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge



Se non puoi essere un pino in cima a una collina sii una sterpaglia nella valle, ma la miglior sterpaglia sul fianco della collina. Sii un cespuglio se non puoi essere un albero. Se non puoi essere una strada sii un sentiero. Se non puoi essere il sole sii una stella. Perché non è dalla dimensione che si vince o si perde. Sii il meglio di ciò che sei.

Martin Luther King, Barratt Junior High School, Philadelphia, 26 ottobre 1967
bottoni
  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder
ne vale la pena
Stefania Calledda, Attimi d'abisso
Stefania Calledda
Attimi d'abisso


Campagna Emergency Dritto al Cuore

Le vie infinite dei rifiuti di Alessandro Iacuelli
counter
Visite totali
*loading*

Visite dal 1 dicembre 2006

disclaimer
Questo sito, mi sembra ovvio, non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.

Alcune immagini sono tratte dal web, in caso di problemi avvisate e saranno immediatamente rimosse.
lunedì, 03 settembre 2007

Sembra impossibile che la stessa specie riesca a produrre poeti, musicisti, benefattori, assassini e gente che meriterebbe di scomparire dalla faccia di un pianeta che non li merita.

Su corriere.it c'è questo video-inchiesta ripreso in alcuni allevamenti del Nord in cui mucche malate vengono maltrattate ignobilmente per essere condotte (illegalmente) al macello e finire sulle nostre tavole, contro ogni regola sanitaria ma anche morale e civile.

Se anche solo un piccola parte di quanto auguro a questi individui divenisse realtà sarebbero messi male, ma proprio male.

Ringrazio Cyrana per la segnalazione.

postato da: dodo712 alle ore 12:38 | Link | commenti (18)
categoria:poveritalia, econews, hic sunt leones
martedì, 16 maggio 2006
Se le previsioni sono attendibili siamo nei guai fino al collo.

E' quanto emerge dal rapporto dell'organizzazione umanitaria Christian Aid, Il clima della povertà: fatti, paure e speranze, quarantotto pagine agghiaccianti scaricabili in versione .pdf.
Il rapporto, reso pubblico ieri, è stato riconosciuto affidabile dall'agenzia delle Nazioni Unite IPCC, il cui vicepresidente Richard Odingo interviene con un deprimente articolo sul The Independent, e coincide con i dati che Nick Stern del Government Economic Policy inglese sta raccogliendo per una ricerca che sarà completata il prossimo ottobre.

Nel documento Christian Aid fa due conti arriva alla conclusione che i paesi poveri, specie quelli africani, saranno sempre più poveri e indica in 182 milioni di possibili morti (nella sola Africa sub-sahariana) il risultato di carestie, siccità, alluvioni e conflitti in qualche modo legati al cambiamento climatico.

Sono quaranta le nazioni che si sono impegnate a rispettare il Protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni di anidride carbonica, ma all'appello continuano a mancare gli USA e la Cina oltre a tutta la nutrita schiera dei paesi in via di sviluppo che temono che una seria politica ambientale possa penalizzare la loro economia.
Odingo nel suo articolo va addirittura oltre affermando che ridurre il debito dei paesi poveri e ricoprirli di aiuti ad ogni disastro naturale non servirà a niente se non riusciremo ad invertire l'attuale tendenza verso un riscaldamento globale che ridurrà alla fame milioni di persone.

Aspettiamoci dunque una situazione catastrofica a breve termine. Questa è infatti la lista nera che entro pochi decenni potrebbe mettere in ginocchio tutte le nostre buone intenzioni:
-182 milioni di persone potrebbero morire nell'Africa subsahariana a causa di malattie legate al cambiamento climatico;
- aumento della temperatura media globale da 1,5°C a 6°C entro il 2100;
- aumento del livello dei mari da 15cm a 95cm;
- i raccolti africani potrebbero ulteriormente ridursi del 10%.
Inoltre dal 1970 ad oggi il numero di persone colpite da tempeste o alluvioni è salito da 740 milioni a 2,5 miliardi, mentre 3 milioni di persone muoiono ogni anno di malaria. L'aumento di aree con clima caldo e umido è destinato a far aumentare queste cifre.
Se poi pensiamo che il metano ghiacciato sui fondali oceanici potrebbe, riscaldandosi ,risalire in superficie aumentando e accelerando il riscaldamento del pianeta dormiremo sonni agitati.
Sonni che non sembrano, per ora turbare, intere schiere di politici intenti a difendere, in preda ad una sorta di miopia globale, il loro prezioso giardinetto.

Intanto però la preoccupazione sale e la stampa internazionale comincia a dare sempre più risalto a notizie di questo tipo (a parte in italia, impegnati come siamo a sbranarci sulla politica o sul calcio). Almeno è un buon segno, con la speranza che non sia troppo tardi.

fonte:
Poverty and climate changing, Richard Odingo, The Independent
Climate change and Africa, Paul Vallely, The Independent
Hard to believe your eyes, Simon Roughneen, openDemocracy
postato da: dodo712 alle ore 13:07 | Link | commenti (8)
categoria:econews
mercoledì, 19 aprile 2006
Limeil-Brévannes è una cittadina della Val-de-Marne, in Francia e, dal punto di vista ecologico è una città pionieristica.
A partire dal settembre 2007 un gruppo di scuole produrrà l'energia di cui ha bisogno. E' un'iniziativa locale ma, come illustra un editoriale di Le Monde, è un piccolo passo che dimostra come sia necessario un salto di qualità e di fantasia per poter far fronte al futuro.

La Francia, con la sua rete di centrali nucleari, produce il 78% dell'energia elettrica che consuma, il 17% dell'intero fabbisogno energetico, eppure il nucleare non è ulteriormente incrementabile. A causa del mai risolto problema dello stoccaggio delle scorie non è più possibile considerarlo una strada praticabile in futuro. Ma finchè non si saranno trovate credibili alternative non è nemmeno pensabile che la Francia lo abbandoni.

La parola chiave è diversificazione. Case e condomini dovranno essere energeticamente autosufficienti; è quello che stanno provando a fare a
Limeil-Brévannes attraverso l'utilizzo di energia solare, eolica, biocarburanti e tutto quanto di alternativo possa venire in mente ed è in questo senso che sono state stabilite delle caratteristiche che i nuovi edifici dovranno avere.

Si è capito insomma che il futuro non è fra mille anni ma domani, ed è indispensabile un radicale cambiamento nella mentalità necessaria ad affrontarlo. E' un piccolo passo obbligatorio se vogliamo sperare che un futuro esista ancora.

fonte: Défi énergétique, Le Monde
postato da: dodo712 alle ore 13:31 | Link | commenti (7)
categoria:econews
giovedì, 30 marzo 2006
Il 28 marzo The Independent, sempre attentissimo ai problemi ambientali, pubblica a firma Michael McCarthy, già riconosciuto come miglior giornalista ambientale dell’anno, la notizia della pubblica ammissione da parte di quattro ministri del governo Blair del fallimento della politica ambientale, nonostante il progetto fosse pieno di buone e ammirevole intenzioni.
La cosa più interessante, però, è che nell’articolo viene lanciata la proposta del All-Party Parliamentary Climate Change Group, una specie di commissione mista presieduta da Colin Challen, che propone una vera e propria rivoluzione.

In poche parole Challen dice: dai tempi della regina Vittoria l’economia inglese ha avuto come scopo quello della crescita economica, ma adesso è ora di finirla perché stiamo portando il nostro mondo verso un punto di non ritorno – come già precedentemente espresso da James Lovelock – dal quale non sarà più possibile riemergere. Che fare, allora? Rivoluzionare la nostra economia avendo come priorità l’ambiente e l’uomo, non il guadagno o la crescita economica ad ogni costo.
Un ripensamento radicale. Si deve – è sempre Challen a dirlo – stabilire un tetto di consumi energetici (in particolore relativi all’emissione di anidride carbonica) e, se necessario razionare le fonti energetiche per non far superare quel limite.

Questo per quanto concerne la Gran Bretagna. Internazionalmente parlando Challen e la sua Commissione propongono di seguire la strada indicata da Aubrey Meyer del Global Commons Institute che prevede di tagliare le emissioni dei paesi più inquinanti e di lasciar incrementare quelle dei paesi meno ricchi di emissioni, fino a raggiungere un punto di incontro.
Tutto questo viene ritenuto indispensabile da Challen per evitare un drastico cambiamento climatico, ma, ovviamente, non sarebbe una pratica indolore. Richiederebbe sacrifici da parte degli individui e delle industrie e il consenso a questa politica dovrebbe essere necessariamente larghissimo e diffuso in ogni schieramento politico.
The Independent ha aperto un dibattito fra i suoi lettori permettendo a chiunque di dire la propria e garantendo che le opinioni di coloro che intervengono saranno portate di fronte alla commissione affinchè questa possa tenerne conto.

Chi vuole può dire la sua qui.
 
fonte: Global warning: your chance to change the climate, di Michael McCarthy, The Independent
postato da: dodo712 alle ore 13:32 | Link | commenti (18)
categoria:econews
martedì, 28 febbraio 2006
Ancora pessime notizie sull'ambiente.

Alla fine degli anni Ottanta il National Geographic Magazine pubblicò un numero speciale dedicato all'acqua. La cosa sorprese un po' tutti i lettori della rivista ma rileggendo quegli articoli a distanza di anni si può capire quanto fossero premonitori.

Da noi, in Europa, l'acqua non è mai stato un grosso problema; finora ne abbiamo avuta spesso in abbondanza al contrario di molti paesi per i quali l'acqua è una risorsa più importante di oro, diamanti e petrolio. Sul The Independent di oggi - che all'argomento dedica una prima pagina piuttosto inquietante - si calcola che metà dei letti d'ospedale nel mondo siano occupati da persone che soffrono di problemi legati alla mancanza di acqua pulita. E le cose sono destinate a peggiorare.

La popolazione mondiale aumenta, sono previsti 9,3 miliardi di esseri umani entro il 2050, l'inquinamento non arretra e il clima sta cambiando più velocemente del previsto con aumenti di piogge alle nostre latitudini ed un consistente peggioramento della siccità in regioni già provate da questo fenomeno. Ce n'è abbastanza per un quadro catastrofico che ha spinto il Segretario alla Difesa britannico John Reid a dichiarare che in un futuro non tanto remoto saranno probabili, anzi certe, guerre per le risorse idriche.

Ecco qua un elenco di zone a rischio nei prossimi decenni:

Israele, Giordania e Palestina.
Non per fare gli spiritosi, ma qui piove sul bagnato. L'importantissimo Giordano è controllato da Israele che taglia i rifornimenti in periodi di siccità. In sostanza il consumo di acqua da parte dei palestinesi dipende dallo Stato ebraico.

Turchia e Siria.
Già nel 1998 i piani turchi per costruire dighe sull'Eufrate portarono i due paesi sull'orlo del conflitto armato. Sono prevedibili ulteriori guai in futuro.

Cina e India.
Il Brahamputra ha già causato motivi di discordia in passato. Nel 2000 l'India ha accusato la Cina di non aver condiviso informazioni sullo stato del fiume che sarebbero state preziose per limitare i danni di inondazioni in India e Bangladesh.

Angola e Namibia.
In seguito alla siccità ci sono progetti della Namibia per rifornire la capitale utilizzando il bacino dell'Okavango.

Etiopia e Egitto.
L'Etiopia vorrebbe una maggior quantità di acqua dal Nilo Azzurro e la cosa non piace ad un Egitto già preoccupato da una possibile riduzione della portata del Nilo Bianco nel tratto sudanese.

Bangladesh e India.
Lo scioglimento dei ghiacciai dell'Himalaya, provocando alluvioni in Bangladesh, stanno determinando un aumento dell'immigrazione illegale di disperati che hanno perduto tutto verso l'India che ha rafforzato i controlli sui propri confini.

I problemi relativi all'acqua sono stati inseriti nel Millennium Development Goals e sono perciò all'attenzione dei leader mondiali i quali però, secondo le Nazioni Unite, hanno fatto ben poco.
Come dice ancora The Independent chiudendo il suo articolo, aspettiamoci un brusco risveglio.

fonte:
The Independent, Water Wars: Climate change may spark conflict
The Independent, World's most preciuos commodity is getting even scarcer
postato da: dodo712 alle ore 13:13 | Link | commenti (9)
categoria:econews
mercoledì, 25 gennaio 2006

Ieri il ministro francese dell’Economia e delle Finanze Thierry Breton ha presentato ai suoi colleghi dell’Ecofin un memorandum sulla politica energetica europea. Secondo L’Express questo documento contiene una richiesta di diversificazione ma soprattutto una legittimazione del nucleare.

C’era probabilmente da aspettarselo visto la crisi del gas russo. La Francia, che è da sempre una sostenitrice del nucleare, chiede nel suo documento la definizione di un programma comune europeo di ricerca e sviluppo su questa fonte energetica al fine di mantenere il livello di eccellenza riconosciuto all’industria europea. Il testo raccomanda anche di seguire la strada delle energie rinnovabili considerate un’opportunità interessante per ridurre le emissioni di gas che contribuiscono all’effetto serra ma che, per il momento, hanno costi troppo elevati per poter sostituire completamente le fonti di energia tradizionali. Tutto questo instaurando un non meglio definito dialogo energetico con Russia, Cina, India e con i paesi dell’OPEC. Il documento non ha entusiasmato i partner europei. In primo luogo la Germania, la cui ostilità al nucleare è stata recentemente ribadita dalla Merkel, mentre la Gran Bretagna tace e l’Italia pure (siamo in clima di elezioni).

Il nucleare in Europa contribuisce per il 34% alla copertura del fabbisogno energetico. Un europeo su due, secondo i sondaggi della Commissione Europea, ritiene indispensabile un coordinamento energetico fra i paesi dell’Unione ma solo il 12% si dichiara favorevole al nucleare contro il 48% di sostenitori dell’energia solare, il 41% delle nuove tecnologie (idrogeno) e il 31% dell’energia eolica. Insomma, tutto il contrario che in Francia.

Del nucleare non mi fido poi molto ma ancor meno mi fido dell’Italia. Da un rapido sguardo alla cartina dell’Europa si capisce subito che in fatto di sicurezza non siamo molto tranquilli. Se l’incidente di Chernobyl ha reso radioattiva l’insalata italiana e i licheni norvegesi un incidente in una centrale francese coinvolgerebbe gran parte del continente. A maggior ragione non mi piacerebbe vedere centrali del genere sul territorio italiano. Sono sicuro che verrebbero costruite nel posto sbagliato (siamo campioni olimpionici di tangenti e bustarelle), forse verrebbero amministrate da raccomandati messi lì dai potenti di turno, le scorie sarebbero smaltite per far guadagnare i soliti furbi in barba alla salute dei cittadini. Insomma più che della pericolosità stessa delle centrali non mi fido della pericolosità del sistema-Italia.

Dipendiamo per l'85% dagli altri per la nostra energia ma, per favore, non facciamoci ulteriormente del male.

postato da: dodo712 alle ore 13:45 | Link | commenti (6)
categoria:poveritalia, europeando, econews
lunedì, 23 gennaio 2006

brownDopo le catastrofiche previsioni di James Lovelock tranquilliziamoci (si fa per dire) con le opinioni di Lester Brown, fondatore del Worldwatch Institute, che dice la sua sul nostro futuro nel suo libro Plan B 2.0 scaricabile in formato PDF dal sito della Earth Policy.

 

Mentre Lovelock – vedi post Oltre la soglia – da per scontato che appiamo raggiunto il punto oltre il quale non potremo più tornare indietro, Lester Brown appare più ottimista; abbiamo, dice, tutti i mezzi per invertire la rotta prima che sia troppo tardi e per dar vita a quello che chiama il Piano B che, se applicato, dovrebbe permetterci di evitare quanto Lovelock da invece per certo. Però dobbiamo muoverci prima che sia troppo tardi. Dopo tutto il degrado della situazione ambientale è stato innescato dall’uomo e l’uomo è in grado di rallentarlo, possibilmente fermarlo, con le attuali conoscenze e tecnologie.

Il Piano B porta come esempi da seguire alcune soluzioni che sono state adottate ingiro per il mondo e che secondo l’autore dovrebbero estendersi a tutti i paesi, specialmente a quelli più industrializzati e a quelli che lo saranno nei prossimi anni. E così Brown cita i frigoriferi giapponesi sotto vuoto che consumano un ottavo dell’elettricità richiesta fino a pochi anni fa, le auto ibride gas/elettricità che hanno un’efficienza doppia rispetto alle auto attuali. La Danimarca è portata ad esempio per l’energia eolica: ne produce il 20% del suo fabbisogno e  nel 2030 le centrali eoliche copriranno il 50% del fabbisogno nazionale. Anche il Brasile è citato per gli studi sul combustibile derivato dalla canna da zucchero e l’India per i raccolti e la produzione di latte e la Cina per gli allevamenti di pesce la cui produzione supera il pesce pescato in mare. Le montagne della Corea del Sud, un tempo brulle, sono coperte da foreste e Amsterdam sarebbe una città ideale in un mondo modellato sul Piano B: il 35% degli spostamenti in città avviene in bicicletta con un conseguente abbattimento dell’inquinamento da traffico.

Si tratta insomma, secondo Brown, di costruire un nuovo tipo di economia che abbia come priorità l’ambiente; non solo, il passaggio a questa nuova economia dovrà avvenire al massimo della velocità possibile per non finire come Lovelock prevede.

Ce la faremo? Lo sapremo nei prossimi decenni. Certo è che la parte più difficile è quella che comporta il superamento degli egoismi economici e nazionali per agire nel bene del pianeta, cioè di tutti.

Sarà dura, molto dura.

postato da: dodo712 alle ore 12:54 | Link | commenti (9)
categoria:econews
martedì, 17 gennaio 2006
GaiaNel suo ultimo rapporto, datato 2001, l’agenzia della Nazioni Unite Intergovernmental Panel on Climate Change prevedeva un aumento della temperatura media globale di circa 5,8 gradi centigradi entro la fine del secolo, rimanendo tuttavia ragionevolmente ottimista riguardo alla possibilità di tenere sotto controllo i cambiamenti climatici attraverso l’abbassamento delle emissioni di CO2.
Il 2 febbraio prossimo uscirà il libro di James Lovelock, La vendetta di Gaia, destinato a mettere in discussione questa previsione e a disegnare una scenario catastrofico per i decenni a venire.
 
James Lovelock è uno scenziato di primordine le cui teorie si sono fatte strada nel corso degli ultimi tre decenni fino a diventare universalmente riconosciute dalla grande maggioranza dei suoi colleghi. Negli anni settanta Lovelock elaborò la teoria che attribuisce alla Terra un sistema di controllo su scala planetaria per mantenere l’ambiente adatto alla vita, battezzato Gaia e ampiamente accettato nel mondo scientifico. Adesso, in seguito ai cambiamenti scatenati dall’uomo, questo sistema comincia a lavorare contro di noi.
 
Lovelock pensa che abbiamo oltrepassato la soglia del non ritorno. Prevede che la temperatura media globale arriverà ad aumentare fino a 8 gradi innestando una serie di scenari catastrofici fatti di strati di ghiaccio che si scioglieranno, di intere regioni (Bangladesh) sommerse dalle acque e di milioni di rifugiati per motivi ambientali che nessuna agenzia sarà in grado di gestire, di agricoltura scomparsa e di paesi già poveri ancora più ridotti alla fame; un mondo completamente sconvolto e in mano sempre di più al caos e alle guerre. Insomma, quanto già previsto si verificherà ma ad una velocità imprevista.
 
Lovelock arriva a sostenere l’uso del nucleare per tentare almeno di ritardare l’effetto delle emissioni di CO2 che lui prevede aumenteranno a causa della industrializzazione di Cina e India e del dolce far niente degli USA sotto questo aspetto. Si spinge addirittura a ritenere inutile qualsiasi ulteriore sforzo per combattere una situazione senza speranza e a chiedere invece ai governi mondiali di attrezzarsi per salvaguardare la conoscenza dell’umanità.
 
L’Artico sarà entro la fine del secolo l’unica zona con un clima tollerabile. E’ qui, secondo Lovelock, che i governi dovrebbero concentrare la documentazione di tutte le ricerche scientifiche fondamentali alla futura sopravvivenza dell’uomo sulla Terra. Ovviamente non sottoforma digitale ma su buona carta robusta e scritte con un inchiostro di buona qualità destinato a durare nel tempo.
 
Le reazioni alle predizioni catastrofiche dello scienziato non si sono fatte attendere. I Verdi inglesi concordano sull’accelerazione del fenomeno del riscaldamento globale ma rimangono perplessi sul fatto che non si possa far niente per arrestarlo. Altri, come l’associazione Friends of the Earth, vedono ancora un piccola finestra di opportunità da sfruttare prima di scrivere il necrologio dell’umanità. Greenpeace pensa che Lovelock potrebbe aver ragione ma senza certezze dichiara che bisogna continuare a provare ad invertire la tendenza.
 
Insomma, secondo gli ambientalisti inglesi, ancora una volta la scelta è nostra e solo nostra. Nel frattempo c’è da sperare che Lovelock si sbagli.
 
L’articolo su The Independent   
Le reazioni su The Independent 
Il sito di Friends of the Earth 
Il sito di Greenpeace  
 
postato da: dodo712 alle ore 13:00 | Link | commenti (5)
categoria:econews