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Ho udito molti anni di parole, e molti anni dovrebbero portare un mutamento.
La palla che lanciai giocando nel parco non ha ancora raggiunto il suolo.

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Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d'infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell'infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d'amore, nessuna uguale all'altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge



Se non puoi essere un pino in cima a una collina sii una sterpaglia nella valle, ma la miglior sterpaglia sul fianco della collina. Sii un cespuglio se non puoi essere un albero. Se non puoi essere una strada sii un sentiero. Se non puoi essere il sole sii una stella. Perché non è dalla dimensione che si vince o si perde. Sii il meglio di ciò che sei.

Martin Luther King, Barratt Junior High School, Philadelphia, 26 ottobre 1967
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Alcune immagini sono tratte dal web, in caso di problemi avvisate e saranno immediatamente rimosse.
martedì, 17 giugno 2008
Le stelle non sono al loro posto. Basterebbe questo a capire che non è l’ora di sempre, quella in cui di solito esco per la mia quasi quotidiana escursione tra le stradine del vicinato.

Le tre di notte. Quanto tempo che non guardavo il cielo a quest’ora.
La melassa nera sembra abbracciare tutto, anche il tempo, un nastro fluido che parte da qui e scorre indietro. Il mio io di adesso e quello di molti anni fa, intrappolati come due insetti preistorici nella stessa goccia di ambra.

Tre di notte. Passate così tante volte in macchina a parlare e ascoltare musica con gli amici. Con l’amico più amico di tutti. Quello ideale, con il quale potresti girare il mondo senza annoiarti,  P., che voleva l’Argentina in sacco a pelo, mentre tu cercavi il nordamerica dei Greyhound. Con cui avevi giurato di sedere sulle scogliere di Hammerfest a guardare il grigiore bianco che incappuccia il nord del mondo.

Mi ci sono seduto su quelle scogliere, ma lui non c’era. L’ultima volta che l’ho visto era nella camera sterile di un ospedale. Intorno a lui l’infermiera e il medico verdi di camice,  bianchi di guanti e mascherina, il mondo chiuso fuori affinchè non l’aggredisse più di quanto stava facendo. Solo e sorridente, come era sempre stato, fino in fondo.
Conservo ancora le lettere che ci scrivemmo, seduti uno di fronte all’altro, durante la nostra scorribanda sul treno per Vienna. Al ritorno ci consegnammo le lettere. Sembrava un’idiozia, invece era la nascita di un ricordo.

Le stelle che conosco non sono dove dovrebbero essere, si sono nascoste dove non posso trovarle. La notte scava nel profondo di ricordi dolorosi che solo il tempo riesce a rendere innocui, si insinua come se fosse viva fino a toccare l’anima. E’ la stessa notte di sempre, non è lei ad essere cambiata.
postato da: dodo712 alle ore 12:22 | Link | commenti (29)
categoria:bolle di sapone, dodo
venerdì, 11 aprile 2008
Come passino le loro giornate non ne ho idea ma ogni mattina sono lì, puntualissimi, allineati sugli alberi che costeggiano il giardino, pazienti e colorati, una minuscola armata brancaleone di merli, passerotti, pettirossi e capinere che viene a consumare i propri pasti  sotto la finestra della mia cucina, quasi fosse un circolo, una casa del popolo, una mensa  dove si mangia bene e si spende poco.

In queste settimane li ho studiati, questi clienti pennuti. Si dividono in tre turni. Il primo turno è invisibile, arriva all’alba per il pasto principale. La casa è ancora addormentata, la finestra chiusa, ma le briciole della sera precedente sono già al loro posto sul marciapiede sottostante. Non sono briciole casuali: ce ne sono di più grandi e di più piccole, in modo che tutte le taglie dei miei volatili siano soddisfatte senza bisogno che si scatenino risse. Voglio ordine nel mio locale.
Il secondo turno è quello che si presenta a colazione, quello dei golosi che aspettano briciole non di pane ma di biscotti, una compagnia allegra, rumorosa, un po’ impaziente, clientela da happy hour che si ritrova più per fare conversazione che per vera e propria fame, in attesa dell’ora di pranzo quando il terzo turno arriverà pazientemente ad aspettare il pasto delle 14.
La mia clientela alla sera va a letto presto quindi le briciole della cena verranno consumate dai ragazzi del primo turno del giorno successivo.

Questa consolidata routine è stata un po’ stravolta durante il mese che ho passato a casa,  periodo in cui la mia insolita presenza non è passata inosservata. Ogni volta che mi capitava di passare davanti alla finestra di cucina i rami si popolavano di clienti svolazzanti. Doveva essersi sparsa la voce che il cuoco lavorava anche fuori orario visto che un giorno ne ho contati ventidue distribuiti tra pergolato, rami di biancospino e la siepe di recinzione.

Dopo tutto è bello avere clienti affezionati, amici fedeli.
postato da: dodo712 alle ore 21:13 | Link | commenti (24)
categoria:dodo
giovedì, 27 marzo 2008
Se in questo periodo dovessi scegliere un’immagine che mi rappresenta,  sarebbe quella di me stesso seduto in giardino a guardare con calma il mondo che scorre oltre la siepe, intento, come dice il contadino laotiano, ad ascoltare il riso che cresce.

Una piccola pausa, poi torno.



postato da: dodo712 alle ore 22:33 | Link | commenti (34)
categoria:dodo
giovedì, 06 marzo 2008
Stavo cercando gli struzzi.
Li cercavo sulla cartina dello zoo di Cleveland in un giorno di luglio di tanti anni fa. Era un pomeriggio caldo e il grande giardino era poco affollato, solo qualche bambino munito di gelato e palloncini colorati si aggirava fra le grandi gabbie spaziose, i recinti, gli stagni, per guardare gli animali. Nonostante tutto lo zoo di Cleveland non è un brutto posto. Certo, è pur sempre uno zoo, ma di quelli in cui gli animali hanno spazio e piante, laghetti e boschi. E poi è grande, talmente grande che per cercare il recinto degli struzzi dovevo consultare la piantina.

Fu durante questa ricerca che provai  quella strana sensazione, quasi sempre esatta, che ti sfiora quando ti senti osservato. Lo sguardo proveniva da due occhi severi, scuri, vivissimi. Era uno sguardo altezzoso, fiero, consapevole della propria potenza e della propria dignità, lo sguardo di chi non conosce la resa, lo sguardo di un sovrano.
Il grande gorilla di montagna era seduto dietro una lastra di cristallo, al centro di quella che era la parte pubblica della sua residenza. Tronchi e alberelli arredavano questo habitat artificiale, mentre dietro un grande masso si intuiva un altro ambiente, più intimo e riparato. Ma adesso lui era lì, seduto tranquillamente su un tronco, come se fosse sulla panchina di un parco qualsiasi. I suoi occhi erano piantati nei miei.

Esprimevano fierezza e dignità. Cosa lui leggesse nei miei non ne ho idea, ma dopo un po’ non riuscii più a sostenere il suo sguardo. E allora i suoi occhi cambiarono. Probabilmente mi stava mettendo alla prova, come se cercasse di capire se ero adeguato alla sua statura morale. Quando lo guardai di nuovo aveva un’espressione più distratta, meno intensa, forse non mi giudicava degno della sua attenzione; lui, che tutti consideravano prigioniero in quella gabbia spaziosa, sembrava avere una visione del mondo del tutto opposta. Come se fosse stato lui stesso ad aver voluto chiudere il resto del mondo fuori del suo palazzo di cristallo, un mondo non all’altezza  della sua personalità. Un mondo dove gli uomini non perdono troppo tempo a scrutare gli occhi degli animali, con la presunzione di chi si ritiene migliore.

Mi sembrò naturale salutarlo con un cenno della mano mentre mi allontanavo alla ricerca di quei dannati struzzi.
postato da: dodo712 alle ore 11:59 | Link | commenti (22)
categoria:pensieri e parole, dodo
mercoledì, 06 febbraio 2008
Il termine Ozio (derivato dal latino "otium") indica un'occupazione principalmente votata alla speculazione intellettuale ed è contrapposto al concetto di negotium, occuparsi (più per necessità che per scelta) dei propri affari.
Wikipedia

All’inizio delle mie settimane di forzato relax pensavo che avrei passato lunghe giornate seduto davanti alla TV, aspettando che il tempo svolgesse il suo compito per rimettere le cose al loro posto.
Non ho conosciuto la noia, tutt’altro. Ho compiuto le mie prime escursioni nel territorio poco conosciuto dell’ozio, del tempo allargato, esplorato, dilatato. Ho imparato a far correre liberi i pensieri, senza imbrigliarli, come nuvole che attraversano il cielo nel riquadro azzurro incorniciato da una finestra aperta. Una volta scomparsi oltre il bordo si possono abbandonare e lasciarsi avvolgere dai successivi.
Avevo tempo per riflettere, per rimettere ordine nelle mie idee, per ridare il giusto valore, il giusto peso alle cose, alle aspirazioni, alle speranze. Mi sento come un giardiniere impietoso che taglia i rami secchi, inutili, quelli che assorbono la linfa danneggiando l’intera pianta. Una operazione di scelta fra cosa tenere e cosa buttar via, come si fa con le pulizie di primavera.
Conservare solo ciò che conta, liberarsi dei fardelli inutili e dannosi. Perché molto è cambiato e il bagaglio da portarsi dietro non può essere pesante.
postato da: dodo712 alle ore 10:31 | Link | commenti (26)
categoria:pensieri e parole, dodo
venerdì, 25 gennaio 2008
Come il viaggiatore che naviga tra le isole dell’arcipelago vede levarsi a sera i vapori luminosi, e scopre a poco a poco la linea della costa, così io comincio a scorgere il profilo della mia morte.
Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar

Dunque è così che succede.
Inaspettatamente, ad una certa ora del pomeriggio, ti rendi conto che la tua vita è cambiata, che i tuoi progetti, i tuoi impegni, altro non sono che fiocchi di vapore spazzati via da un soffio di vento, castelli costruiti sulla sabbia di un domani incautamente dato per scontato, invece fragile come i sogni. Ti è repentinamente chiaro che da quel preciso istante il mondo intorno a te non è più lo stesso, tu non sei più lo stesso. Come il vecchio imperatore cominci a scorgere il tuo orizzonte.

L’ambulanza penetra la notte come un lungo presente che potrebbe sfociare in nessun futuro, ti dondola con le sue lucine e i suoi rumori poco rassicuranti, ti sbatte contro i bordi della lettiga lasciandosi dietro il suono della sirena. Il medico controlla il display, l’infermiera seduta al suo fianco sorride e ti accarezza la guancia con un piccolo gesto che vale oro. Che strano. Ripenso agli anni in cui, come volontario, mi trovavo dalla parte opposta della barricata; cercavo di essere cortese e gentile, rassicurante verso i malati che accompagnavo, ma mi domandavo se quelle attenzioni potessero avere un senso, potessero essere vagamente di aiuto a chi stava disteso nelle proprie paure e nei propri pensieri. Adesso, in questo tunnel di buio e lampeggianti azzurri, so che quelle piccole gocce di umanità hanno un valore immenso e anche la breve, dolce carezza di un’ infermiera è come un appiglio al quale la tua anima tenta di aggrapparsi lungo la lenta discesa verso la disperazione. Respiro gli attimi avido di tempo, li gusto come un boccone prelibato da far durare il più possibile.

Sembra un film. Le luci del soffitto scorrono veloci davanti ai tuoi occhi. C’è silenzio e freddo, qualcuno ti tiene la mano, poggia la sua sulla tua spalla, un rituale semplice di umana condivisione.
Un dolore al polso e i grandi schermi si popolano di radici pulsanti, ragnatele di vasi, rami di un albero che vive. E’ visibile il sondino che si fa strada attraverso le arterie e il cuore; sottile e leggero porta aggrappate a sé tutte le tue speranze, tutto il tuo futuro. Il tempo sembra immobile, ore e minuti non hanno più senso.
Poi il chirurgo mi guarda e sorride, mi strizza l’occhio e alza il pollice. Tutto ciò che fino a quel momento sembrava accadere ad un altro piomba su di me con tutto il suo peso. Il tempo riprende il suo corso e sullo schermo il sondino si ritrae lentamente dopo aver eseguito il suo compito. Adesso i sorrisi sono più ampi, la tensione è svanita. Qualcuno chiede musica e subito le note di un pianoforte inondano la sala in un blues dolce e lentissimo. I grandi schermi si spengono in un’atmosfera improvvisamente distesa, non più opprimente. Dalla mia lettiga saluto, ringrazio, ed esco sospinto verso una notte diversa dalle altre notti,  certo che i metri con cui si misura la propria vita non saranno più gli stessi.

La saletta di terapia intensiva è piccola e silenziosa, si sentono solo i bip dei monitor segnati da linee saltellanti che mandano riflessi verdi sul mio polso fasciato. Chiudo gli occhi e mi chiedo se non sia tutto un sogno. Non lo è. Mi accorgo di vivere ogni minuto come mai avevo fatto prima, ne esploro i contorni, scopro i particolari, prendo confidenza con l’attimo che sto attraversando.
Il mondo è diverso stanotte e non sarà più lo stesso. Sorrido di fronte al paradosso: se questa notte manterrà le sue promesse non sarà per me un ricordo negativo ma una opportunità per apprezzare ciò che per me era scontato, per gettare nuova luce su quello che finora consideravo il mio diritto a vivere. Forse ho semplicemente sfiorato l’infinito, forse non si può uscirne immutati. Forse.
Nella penombra riconosco la figura del chirurgo che mi ha rimosso l’occlusione. E’ tarda sera e ha terminato il suo turno, potrebbe essere a casa ma è passato a controllare le mie condizioni. E’ là immobile, una silhouette stagliata contro la luce gialla della porta scorrevole.
Sarebbe una notte perfetta se da questo letto potessi vedere le stelle.

Sul comodino l’iPod che mi ha portato mia moglie; me lo ha mandato mia figlia per aiutarmi a riempiere i miei giorni immobili. Premo il tasto e la prima canzone diventerà la colonna sonora dei miei pensieri. Ascoltandola ad occhi chiusi rivedo scorrere i volti di coloro che quella sera mi sono stati vicini, che con un sorriso o un piccolo gesto mi hanno sorretto, incoraggiato, sospinto verso questa nuova pagina di vita ancora tutta da scrivere, una pagina cominciata con la carezza di un’infermiera, semplice e preziosa come il diamante più puro. Cosa vi verrà scritto e per quanto tempo non è dato saperlo ma la prima cosa che vi annoterò è che se il mondo ha una speranza essa risiede nell’umanità di persone come queste.



postato da: dodo712 alle ore 17:39 | Link | commenti (46)
categoria:pensieri e parole, dodo
lunedì, 10 dicembre 2007
Ieri c'era, oggi non c'è più.
Cerco con lo sguardo nell'angolo, vicino al calorifero, quell'ombra scura acciambellata ma non la trovo. Mi mancheranno quegli occhi, ora dolci ora taglienti come lame, dietro ai quali si nasconde un mondo enigmatico e impenetrabile.

Ci fanno compagnia per anni, da pari a pari, esseri viventi di uguale dignità, mai sottomessi. Condividono con noi i loro giorni come vecchi amici fidati. Poi succede che un mattino, con un piccolo brivido, chiudono gli occhi e ci abbandonano, diretti verso il mondo misterioso dal quale sono venuti. E lasciano un vuoto.

Ciao Penny, ti voglio bene.
postato da: dodo712 alle ore 10:57 | Link | commenti (19)
categoria:dodo
giovedì, 18 ottobre 2007
Giacca nera, ingessati nelle loro camicie bianche fissate al collo da cravatte sottili, occhiali dalle montature spesse e scure, contrastavano così tanto con i divi scomposti del rock che si esibivano in quegli anni seminascosti da montagne di cavi, microfoni, tamburi, rullanti, piatti e strati infiniti di tastiere.

Passavano ogni giorno in TV, quasi timidamente, in una fascia innocua, in estate, proprio mentre mi preparavo il pranzo, di solito spaghetti e parmigiano; vecchi filmati trasmessi come tappabuchi in attesa del telegiornale. I miei erano rimasti in città ed io avevo il privilegio di abitare da solo in montagna sotto lo sguardo non troppo vigile di una zia. Erano gli ultimi giorni della TV in bianco e nero e da ragazzino la fame di musica era tanta.

Quei quattro signori eleganti sembravano tremendamente retrò con quella batteria ridotta all'essenziale che danzava con il contrabbasso, intento a salire e scendere scale di suoni, mentre gli accordi del piano sembravano così anomali sotto la melodia, ora facile ora contorta, di un sax che volava libero da ogni apparente costrizione. Era una musica senza tempo, non collocabile, alle mie orecchie, in una stagione circoscritta. Era il mio piccolo appuntamento quotidiano con l'irrazionale, con un suono che mi piaceva senza che io sapessi veramente spiegarne il motivo.

Il motivo per cui mi piace ho smesso di chiedermelo, ma continuo ad ascoltarla, quella musica. Rimarrà sempre abbinata al sapore degli spaghetti e del parmigiano.
postato da: dodo712 alle ore 08:21 | Link | commenti (31)
categoria:bolle di sapone, dodo, blue notes
venerdì, 31 agosto 2007
Okay, Houston, we've had a problem here.
John Leonard "Jack" Swigert jr., 14 aprile 1970, Missione Apollo 13

So bene dove mi trovavo la notte del 20 luglio 1969.

Ero in un bar alla periferia di Forlì, seduto ad un tavolino di formica rossa con sopra un bicchierone di Coca-cola. Intorno a me il locale era pieno di camionisti con gli occhi incollati allo schermo del televisore in bianco e nero dove scorrevano immagini confuse e da cui le voci concitate di Tito Stagno e di Ruggero Orlando si contendevano la notizia più incredibile dall’inizio della storia: l’uomo era sbarcato sulla luna.
Ovviamente a quell’evento non potevo mancare, così, di ritorno dalla pensione di Gabicce Mare, avevo costretto mio padre a fermarsi da qualche parte per una cena veloce e un televisore acceso. Avevamo scelto quella piccola trattoria perché, si sa, quando ci sono camion parcheggiati fuori la cucina è buona e i prezzi modici.

Di quella missione io sapevo tutto.
Avevo cominciato ad interessarmi ai voli spaziali fin dai tempi dell’Apollo 8 che sfiorò la luna senza atterrarvi; conoscevo i tempi, i luoghi, i nomi. Li avevo pazientemente ricavati dagli articoli sui quotidiani e sulle riviste che – come Epoca e l’Europeo – si occupavano maggiormente dell’argomento. Nella corsa allo spazio io facevo il tifo per gli americani, dato che ai russi non avevo mai perdonato il volo di Laika, abbandonata nello spazio, ma per rigore scientifico ero documentatissimo anche sulle loro navicelle, sui loro cosmonauti – che per un misterioso motivo si chiamavano così a differenza di quelli USA che venivano definiti astronauti. Da tempo nella mia cameretta era appesa una enorme cartina lunare con evidenziati i luoghi previsti per gli sbarchi programmati negli anni a venire, ma anche i crateri di Clavius e il Mare di Crisium, dove Kubrik e Clarke avevano posto il misterioso monolite di 2001 Odissea nello spazio. 

Quella sera in mezzo ai camionisti ciondolanti di sonno che lottavano insieme a me per poter dire ‘io c’ero’ mi trovavo quindi all’apice della mia personale missione. Subito dopo, sufficientemente appagato, cominciai a disinteressarmene. Fino a quel 14 aprile 1970.

Le missioni lunari erano le mie missioni e non potevo esimermi dal ‘tornare in servizio’ appena lessi sui giornali la frase pronunciata da Swigert che rimbombò in tutto il pianeta riempiendolo di apprensione.
Ripresi in mano tutti i miei ritagli e le scatole piene di dati e fotografie polverose, stavo appiccicato davanti ai notiziari e aspettavo che mio padre tornasse a casa con il giornale per divorare i dettagli del dramma che si stava svolgendo a bordo dell’Apollo 13.
Poche settimane prima mio padre mi aveva fatto leggere un bell’articolo nel quale si raccontava di un peschereccio naufragato nell’oceano il cui equipaggio era stato salvato grazie a dei radioamatori che avevano captato la sua richiesta di aiuto. Persone qualunque che avevano salvato altre vite, che avevano sentito su di loro la responsabilità di un salvataggio. Chi ero io per sfuggire ad una simile responsabilità?
Gli americani, si sa, erano sì supertecnologici e grandi scienziati, ma spesso pasticcioni e dotati di poca fantasia. Ovviamente non potevo competere con i loro tecnici e i loro ingegneri ma qualche dato lo avevo anch’io e così mi concentrai su quello che conoscevo. Calcolai i tempi, la quantità di ossigeno che i tre rifugiati nel LEM come in una scialuppa di salvataggio avrebbero consumato, aumentato dalla respirazione accelerata dall’ansia e dalla paura. Conoscevo la grandezza dei contenitori che i due destinati a sbarcare sulla luna avrebbero dovuto portare sulle spalle e giunsi alla conclusione che si doveva utilizzare quella riserva per poter consentire ai tre astronauti di spostarsi nella cabina di pilotaggio per effettuare le manovre necessarie per il difficile rientro.

Come? Questo non lo sapevo di certo. Ero un bambino, mica potevo fare tutto io, no?

Immaginavo che alle stesse conclusioni sarebbero giunti anche i signori ingegneri della NASA ma avevo il sospetto che fossero troppo occupati a pensare a come non fare una pessima figura e così decisi di scrivere loro.
Scrissi la mia letterina con i miei preziosi suggerimenti. Era in italiano ma sapevo che in America molti conoscevano la nostra lingua. E poi se avevano bisogno di una traduzione potevano sempre rivolgersi a mio zio che faceva il cuoco in un grande albergo di New York. Quando la consegnai a mio padre per l’affrancatura lo vidi un po’ perplesso ma in fondo credo che apprezzasse molto il mio impegno.
Il 17 aprile tirai un grande sospiro di sollievo. L’Apollo 13 era rientrato e io mi sentivo come uno dei radioamatori che con la loro catena di messaggi avevano contribuito a riportare a casa i pescatori nell’oceano. In verità mi chiesi molte volte, nei giorni successivi, se la mia letterina fosse arrivata in tempo ma soprattutto se mio padre l’avesse davvero spedita. Non glielo chiesi mai per timore che non lo avesse fatto.

Nei mesi successivi appresi finalmente che il mio contributo al loro salvataggio era stato nullo. Il problema era stato risolto brillantemente in tutt’altro modo ma per un attimo, nella primavera del 1970, a quel ragazzino tutto questo era sembrato possibile. In fondo ci avevo provato a dare una mano.

Wikipedia: Apollo 8
Wikipedia: Apollo 11
Wikipedia: Apollo 13
postato da: dodo712 alle ore 22:11 | Link | commenti (26)
categoria:bolle di sapone, dodo
lunedì, 23 luglio 2007
Tutti conoscono l'utilità dell'utile, ma nessuno sa l'utilità dell'inutile.
Chuang-tzu, Il mondo degli uomini, IV sec. a.C.

Con il tempo si cambia, questo è evidente. Forse è anche vero che, come andavano dicendo i vecchi saggi cinesi, man mano che l'età avanza si abbandona il rigido confucianesimo con il suo carico di lacci e doveri e si comincia a diventare taoisti, a cambiare, cioè, vita e mentalità, a prestare meno attenzione a quanto gli altri si aspettano da noi e a vivere più liberi e leggeri.

Tutto questo preambolo per dire che ho acquistato un pallone da basket, di quelli che usano i ragazzi nei campetti di periferia. Non ho mai giocato a pallacanestro e nemmeno sono particolarmente intenzionato a cominciare adesso, quindi dovrebbe essere un acquisto del tutto inutile. Eppure, in mezzo a signore che esaminavano bikini colorati e teli da spiaggia, giovani circondati da articoli da trekking e attrezzi da palestra, quando ho visto quei palloni nella cesta di metallo, neri, la superficie scalpellata come pneumatici, con quell'irresistibile profumo di gomma, ho sentito improvvisamente la necessità di averne uno.

Sono uscito dal centro commerciale sorridente, palleggiando nel parcheggio, gustando la nervosa prontezza del rimbalzo, come se avessi tra le mani un oggetto vivo e pulsante. Ma la cosa che mi ha colpito è che anni fa non lo avrei mai acquistato proprio perchè assolutamente inutile - la mia razionalità me lo avebbe impedito - invece adesso è mio per lo stesso identico motivo. Ma è davvero così inutile?

Me lo chiedevo questa mattina quando, prima di andare in ufficio, ho palleggiato in cortile per qualche minuto, mirando ad un canestro che non esiste.
 
postato da: dodo712 alle ore 21:39 | Link | commenti (49)
categoria:pensieri e parole, dodo
martedì, 06 marzo 2007

Secondo una credenza tibetana, durante il sonno, l'anima si stacca dal corpo e, legata ad un sottilissimo filo argentato, prende il volo come un aquilone verso una diversa dimensione. Per questo viene considerato pericoloso svegliarsi di soprassalto, c'è il rischio che il filo si spezzi e l'anima non possa più rientrare nel corpo.

Ho un sogno ricorrente.
Cammino tranquillamente lungo il marciapiede di una qualsiasi via della mia città. Vesto abiti larghi e leggeri, calzature agili che sembrano spingermi ad un incedere più veloce. Sento la necessità di affrettare il passo, così, per il gusto di farlo. Avanzo veloce in mezzo ai passanti ma il mio busto tende ad inclinarsi leggermente in avanti costringendo le mia gambe a seguirlo e ben presto mi ritrovo a correre, solo che i miei passi sono lunghissimi e fra un balzo e l'altro i metri percorsi sono più di quelli coperti da una normale falcata. Sono agilissimo e mi muovo come al rallentatore mentre tutti gli altri mantengono la loro consueta andatura. Ad ogni passo resto a lungo sospeso in aria, seppur a pochi centimetri da terra. Sempre più a lungo.

So che vorrei farlo ma ho paura. Non oso sfidare gli sguardi di rimprovero dei passanti, i loro volti sorpresi, la loro grigia normalità. E resisto. Ma per poco. Appena il marciapiede è un po' più libero e ho l'impressione di non essere visto lascio che il busto vada liberamente in avanti, che le braccia si allarghino dolcemente per farsi abbracciare dal vento e che le gambe scivolino all'indietro, sollevandosi.
Ecco, lievemente, a circa un metro da terra, volo.

E' un volo lento, delicato, che mi riempie di gioia. Volo tra i passanti a mezza altezza, mi sollevo appena per passare sopra ad un passeggino o una panchina e continuo. Continuo.
Sto bene, anche la preoccupazione per l'opinione dei passanti che tanto sembrava preoccuparmi è svanita e con le braccia aperte continuo a volare, le dita che passano a sfiorare ora un cespuglio, ora l'asfalto, ora i capelli di qualcuno.

E' di solito a questo punto che suona la sveglia e la mia anima, legata al filo, rientra al suo posto dopo aver vissuto una scheggia di paradiso.

postato da: dodo712 alle ore 22:39 | Link | commenti (35)
categoria:dodo
mercoledì, 24 gennaio 2007

Il silenzio apparente di questo scrigno dai colori autunnali è disturbato solo dal rumore dei miei passi sul terreno umido. Non mi sembra di sentire nient’altro nonostante in realtà il bosco pulsi di vita e di piccoli movimenti che mi accompagnano in questo tardo pomeriggio, di ritorno dai crinali appenninici punteggiati di antichi cippi di confine che indicavano il passaggio tra la Toscana del Granduca e l’Emilia pontificia.

Accade all’improvviso. Preceduti solo da un lieve fruscìo sbucano correndo dal fitto del bosco e attraversano il sentiero a pochi metri da me. Sono talmente impegnati a rincorrersi e a giocare che non mi hanno visto, devo essere sottovento dato che sono io ad essere investito dal loro odore. Passano silenziosi e veloci, sembrano quasi non toccare il suolo che attutisce i loro passi.
Li immagino già lontani, invece uno di loro si ferma all’improvviso mentre l’altro lo imita subito dopo. Si sono accorti della mia presenza. Sono fermo e affascinato da quello che vedo: due cervi adulti dal manto scuro, immobili sul tappeto di foglie, fra gli alberi, mi stanno fissando; davanti alle loro narici si formano nuvolette di vapore al ritmo del loro respiro accelerato. Non sono impauriti, forse solo sorpresi,  come lo sono io. Sono pochi secondi ma sembrano ore. Sento su di me il loro sguardo curioso e non mi muovo, sperando che quell’attimo duri il più a lungo possibile.

Ci guardiamo negli occhi con una calma che non avrei creduto possibile. Se c’è una potenza antica, un amor che move il sole e l’altre stelle e che governa il mondo è lì che deve essere, annidato nel profondo di quei grandi occhi scuri, è in quello sguardo che ci scambiamo senza tensione, senza paura. Per un attimo sembriamo condividere consapevolmente lo stesso profumo di umidità, la stessa ombra che cresce sotto le foglie degli alberi; guardiamo lo stesso cielo consci di appartenere allo stesso mondo, alla stessa terra. Semplicemente ci guardiamo, da pari a pari, esseri diversi ma con uguale dignità di viaggiatori su questa palla azzurra che rotola nel buio.
Si muovono all’improvviso, quasi all’unisono. Non ho mosso un muscolo, non sono stato io a farli andar via, sono stati loro che, dopo avermi fissato per un lungo momento, hanno continuato la loro corsa nel bosco.

Rimango lì, appagato, pervaso dalla sensazione di aver sfiorato, per un attimo, l’anima del mondo, di averne sentito il respiro profondo e di esserne stato finalmente parte, al pari del bosco e dei suoi abitanti, delle cime e dei prati sui crinali, dei ruscelli e delle nuvole, del vento e della pioggia, fuso con ogni animale, con gli aghi di pino e con le foglie umide sul sentiero. Una delle mille facce di uno stesso, unico prisma, la piccola parte di un Tutto.

Mi accorgo di non aver quasi respirato. Lascio uscire l’aria dai miei polmoni e sorrido, perché la felicità è sempre un attimo, una scintilla, un raro allineamento di sensazioni che ruotano come pianeti lungo imprevedibili orbite e che talvolta hanno la ventura di trovarsi sullo stesso asse, lo stesso che per un solo lunghissimo istante ha unito i loro occhi ai miei.

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categoria:pensieri e parole, dodo
mercoledì, 10 gennaio 2007
Mi chiedo spesso perchè mai debba legarmi agli oggetti. Materia inerte, morta, a volte mai vissuta, eppure non riesco a non immaginare in loro una remotissima anima.
Forse è solo un problema di ricordi che si appiccicano alle cose e vi rimangono talmente incollati da divenirne parte; gettandole via temo di perdere anche la memoria che vi si è avvinghiata come un rampicante.

Specialmente i libri. Li presto poco volentieri e solo a persone che so per certo attribuire loro lo stesso valore dei quali io li rivesto. E poi un libro non significa solo carta e parole ma anche un percorso, la storia della sua lettura, costellata di appunti, richiami, annotazioni, commenti, sottolineature. Anche loro sono ricoperti di incrostazioni di memoria, e l'Odissea risuona di allegre notti catalane mentre il Chuang-Tzu ha il sapore delle spiagge ventose di Lefkada.

E così li conservo. Quelli a cui sono particolarmente affezionato sugli scaffali della libreria, gli altri in cassetti, cassapanche, armadi, sempre comunque a portata di mano  in caso di urgenza - dove per urgenza s'intende l'improvvisa necessità di recuperarvi una frase, una nota, un ricordo.
Ogni tanto vado a far loro visita per sfogliarli di nuovo, ripromettendomi di vendere quelli meno interessanti a qualche commerciante di libri usati, ma non lo faccio mai. Mi sembrerebbe un tradimento e ne soffrirei. Dopo tutto come si può vendere un vecchio amico, un antico compagno di strada?
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categoria:biblioteca, dodo
martedì, 28 novembre 2006
Ricordo ancora quando mio padre la portò a casa.

Il quadro, avvolto in un involucro di carta beige, gli era stato regalato da qualcuno. Era piuttosto grande e andò a sostituire una vecchia stampa in un angolo della sala, proprio vicino alla porta che dava sul balcone.
Raffigurava una bambina, forse di dieci anni, vestita in foggia vittoriana, con un abito chiaro, un viso grazioso dagli occhi scuri e penetranti e dai capelli castani che le ricadevano in forma di boccoli sulle spalle. Teneva in mano un cappello a larghe falde abbellito da un nastro azzurro. Sullo sfondo si poteva intuire un paesaggio tipicamente inglese punteggiato di cavalieri in giacca rossa, probabilmente una scena di caccia alla volpe.
Io, che di anni ne avevo cinque o sei, me ne innamorai immediatamente.

Ogni volta che le passavo davanti non potevo fare a meno di rivolgere uno sguardo al volto sorridente della bambina e a quegli occhi profondi che magicamente sembravano seguirmi in ogni punto della stanza. Immaginavo che fosse il ritratto di qualcuno che esisteva veramente e mi chiedevo come poteva chiamarsi, dove poteva abitare.

Gli anni passavano e pian piano raggiunsi l'età della bambina. In un certo senso adesso eravamo coetanei. Cominciai a pensare che se il quadro era antico quella bambina forse adesso era una donna adulta o, peggio ancora, morta e sepolta da chissà quanti decenni.
Fu probabilmente verso i dodici anni che ebbi la netta sensazione di essere, da quel momento, più grande di lei. Notavo infatti che l'espressione del viso, che in passato mi era sembrata vagamente adulta, era in realtà infantile e quasi cominciai a considerarla come una sorella minore.
Sempre più minore.

Per diversi anni quel quadro ha rappresentato il termine di paragone della mia crescita. Quella compagna silenziosa che mi guardava dalla parete era immutabile nel suo aspetto ma il mio punto di vista cambiava col tempo. In fondo mi sarebbe piaciuto che anche lei, nel suo paesaggio idilliaco di campi su cui il sole splendeva perenne, avesse potuto crescere insieme a me.

Ieri, a casa di mia madre, l'ho guardata di nuovo dopo molto tempo. E' paziente e fedele. Mi ha accompagnato in silenzio per decenni e continua a sorridermi e a fissarmi con l'aria di chi - nonostante tutto - vuol sembrare più grande dei suoi anni.
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categoria:bolle di sapone, dodo
giovedì, 12 ottobre 2006
Non si può certo dire che questo ospedale sia il luogo ideale in cui passare un mattino di inizio autunno. Ogni volta che percorro i suoi viali il pensiero mi riporta a momenti tristi  fortunatamente superati da tempo. Sono in attesa di una visita ma sono in anticipo e mi siedo su una panchina a leggere il giornale.

La panchina. E' come un flashback, un deja vu. Un dettaglio che unisce il presente al passato, una chiave che apre una porta dimenticata su una stanza già vista e vissuta. Improvvisamente mi rendo conto che quella è la stessa panchina su cui ero seduto in un giorno di primavera di molti anni fa. E' una panchina come le altre, disposta lungo  un vialetto secondario, poco frequentato, e non la ricorderei certo con tanta precisione se non portasse con sè un ricordo particolare che non mi ha mai abbandonato e che ogni tanto ritorna in superficie a tormentarmi.

Ero seduto proprio qui in quel remotissimo aprile di tanti anni fa, in attesa di entrare a far visita a mia madre ricoverata in una di queste tristi palazzine. Ci venivo tutti i giorni, nonostante la distanza, pranzavo con un panino o in una delle vicine trattorie per turisti e poi mi incamminavo lentamente verso l'ingresso, sempre in anticipo. C'era sempre un po' di tempo per sedersi all'ombra di un albero a leggere un buon libro. E quel giorno la panchina era proprio questa.

Nei giardini di un ospedale, nei giorni di primavera, è normale imbattersi in pazienti che escono a respirare un po' di sole in pigiama o in vestaglia, ma la ragazza che mi passò di fronte aveva qualcosa di decisamente diverso. Aveva indosso la sua triste vestaglina di un azzurro sbiadito, portava occhiali dalla montatura nera che in quegli anni non andavano affatto di moda, era alta e giovane anche se di qualche anno certamente più grande di me. Sarebbe stata una delle tante figure che si aggiravano per il giardino se non fosse stato per la borsetta elegante che le pendeva dalla spalla, per gli occhi truccati, per il rossetto vivace che aveva sulle labbra e per le scarpe lucide con il tacco alto. Mi passò davanti senza guardarmi e si sedette sulla panchina di fronte, sul lato opposto del vialetto.
Sembrava quasi voler portare con sè, anche in quel luogo di sofferenza, la sua normalità, come se fosse un salvagente a cui aggrapparsi. Ma questo lo pensai dopo, in quel momento la considerai un po' strana anche se carina.

Non mi accorsi neppure quando venne a sedersi accanto a me. Alzai la testa sorpreso e vidi che mi guardava. Dagli occhi le scendevano due rivoli di lacrime limpide, per niente macchiate dal trucco. Non sapevo cosa dire, cosa fare. Come dice il poeta, il paese delle lacrime è così misterioso ed io non sapevo come toccarla, come raggiungerla. Ci pensò lei. "Posso chiederti una cosa?" disse. Io annuii con l'aria da idiota senza aprire bocca. "Posso darti un bacio?" chiese. Come se fosse la cosa più ovvia del mondo non trovai di meglio che rispondere "Certo...".
Mi baciò lievemente sulla guancia, appena appena, lasciandomi sulla pelle una piccola traccia liquida della sua disperazione. Poi mi guardò con i suoi occhi chiari immersi nelle lacrime e, stringendomi forte la mano, mi disse "Grazie. Davvero". Mi accarezzò il viso con la stessa tenerezza di una madre che accarezza il proprio bambino e si alzò. Senza mai voltarsi percorse elegante il vialetto e sparì.

Ho ripensato infinite  volte a quella ragazza. A come la sorpresa mi abbia impedito di chiederle semplicemente perchè. Avrei potuto alzarmi e fermarla per tentare di scoprire quale disperazione, quale angoscia poteva indurla a chiedere un gesto di tenerezza ad un tizio su una panchina. Forse per lei non potevo fare più di quello che mi aveva chiesto. Forse con quel gesto voleva semplicemente chiedere ad uno sconosciuto di essere in qualche modo aiutata. Forse. Ma non posso saperlo.

Nei giorni successivi mi sono sempre seduto sulla stessa panchina ma lei non è più ricomparsa. Una volta, fingendo di essermi perso, ho setacciato i reparti femminili di alcune palazzine nella speranza di vederla in uno di quei letti.
Ogni volta che ripenso a quel giorno - e talvolta succede - mi piace immaginare che quelle lacrime fossere causate da una delle nuvole scure che ogni tanto attraversano il nostro cielo e prego che possa averle superate e dimenticate.
Lo spero davvero tanto.


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categoria:bolle di sapone, dodo
martedì, 19 settembre 2006

Serata grigia, pervasa da una malinconia non cercata, una di quelle sere in cui i ricordi si affollano ai confini della tua mente e premono per entrarvi vestiti di rimorso e rimpianto. E’ buio quando decido di uscire per cercarmi una solitudine che mi aiuti a liberarmi da questi compagni.

Serata di pioggia. E’ bello passeggiare lentamente per le strade, gettare uno sguardo alle finestre illuminate che bucano la notte, sentire il rumore di posate appoggiate sui piatti, voci e lampi di televisori accesi, immaginare i commensali che cenano, cercare di capire, dai lampadari appesi al soffitto, chi sono gli abitanti di quelle case; forse vecchi, bambini, impiegati, operai, pensionati. Schegge di altre vite che non ti interessano, troppo impegnato a stilare un bilancio della tua.

Percorro le stradine del centro, fra palazzi trecenteschi e nomi antichi di vie. Cerco i posti della mia infanzia, gli angoli preferiti che non sono mai cambiati per secoli. Questo vicolo stretto tra due imponenti palazzi ha il lastricato antico come il mondo, si snoda per un po’ in perfetta solitudine e poi si sbuca dietro il battistero permettendo di vedere allineati il lato del palazzo del tribunale, la facciata del duomo con il suo campanile e le arcate del palazzo comunale, tutti affacciati sulla grande piazza, simboli dei tre poteri che governavano la signoria medievale di questa città.

Di qua non passa mai nessuno, nemmeno stasera. La pioggia tiene tutti a casa, la pioggia che crea pozzanghere improvvise, una delle quali sbarra la strada nel vicolo stretto. E’ abbastanza larga da non permettere di andare avanti senza un lungo balzo per oltrepassarla. A malincuore torno sui miei passi per cambiare strada.
Mi fermo di nuovo e mi volto chiedendomi se sarò ancora in grado di farlo, dopo tutti questi anni.
Perchè no?

Faccio un rapido appello dei miei muscoli. Ci sono tutti. Mando al diavolo il mal di schiena e corro.
Corro. Come da bambino, di notte. Non decido di farlo, lo faccio e basta. I miei muscoli riescono senza sforzo a ricordarsi come si fa. Mi accorgo di sorridere mentre salto la pozzanghera con una agilità che mi sorprende, come il bambino immortalato da Cartier-Bresson che si specchia nell’acqua immobile sotto di lui.

E non mi fermo. Continuo a correre. Non è il passettino scialbo e aerobico del jogging. Corro a pieni polmoni e lunghe falcate, convinto che adesso cominceranno a farmi male muscoli e ossa.
Non succede, non ancora. Al termine del vicolo svolto a destra. Un altro balzo per saltare la pietra rialzata che serviva a legare i cavalli. Sono seicento anni che è là. La ricordavo e l’ho saltata come facevo da piccolo. 

Sto bene come non succedeva da millenni, sento ogni cellula del mio corpo aderire alla vita, so che posso correre ancora, senza sforzo apparente. L’aria accarezza il viso, scompiglia i capelli e comincia a bruciare nei polmoni.
Il tempo scorre all’indietro quando, da bambini, correvamo di notte davanti al piccolo cimitero di montagna. Tutti insieme per farci coraggio e sfidare le storie di fuochi fatui e di capelli precocemente imbiancati per un lembo di mantello impigliato in un ramo. Sentivamo il cuore aprirsi correndo sull'asfalto illuminato dai lampioni, lo sentivamo restringersi, rannicchiarsi impaurito in fondo al petto nei tratti più bui. Ancora una volta, per un attimo, non sono sicuro in quale tempo io stia vivendo.

Distrutto, mi appoggio al vecchio pozzo. Se qualcuno dalle finestre della piazzetta mi ha visto arrivare di corsa e saltar su con l’entusiasmo di chi segna un gol in una finale mondiale penserà che sono impazzito. Un idiota che corre sotto la pioggia e, non contento, esulta come un bambino, come un bambino! Non me ne importa nulla. Mi sento vivo. E basta.

Neanche più l’ombra di un rimpianto, la corsa ha rotto l’assedio e messo in rotta il nemico. So che domani pagherò tutto questo con dolori muscolari e mal di schiena, ma domani è domani ed avrò tempo per i bilanci. La pioggia scende in rigagnoli sul viso, sembrano lacrime, vorrei che fossero lacrime, di gioia, di sollievo, di liberazione. Mi sorprendo a ringraziare la pioggia, la sento amica, uno spirito benevolo e pagano, una divinità antica che stasera ha preparato tutto perché potessi vibrare di vita. Un’amica che, se potessi, abbraccerei a lungo.

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martedì, 04 luglio 2006
Non ho mai sognato di condurre un treno.

Avevo, da piccolo, il mio trenino Lima, come quasi tutti i miei coetanei in quegli anni in cui l'Italia non era ancora opulenta e i bambini aspiravano a diventare tanti capostazione.
Mi faceva un po' pena, il mio trenino. Si trascinava lento sul suo binario senza speranza ed io lo vedevo come un animale in gabbia costretto a percorrere quel cerchio di rotaie senza possibilità di scelta.
Così, ogni tanto, gli facevo assaporare la libertà spingendolo con la mano sul pavimento. Ovviamente venivo rimproverato perchè - dicevano - così lo avrei rovinato, ma io sapevo che lui voleva così.

Non li ho mai amati i treni e ancor meno le stazioni, luoghi tristi dove le partenze non sembrano essere mai allegre. Posti di confine dove non si è più eppure non si è ancora; proiettati verso la nuova destinazione ma non ancora arrivati.

Per me il viaggio in treno è appoggiare la testa al finestrino e guardare scorrere veloci campi e case, strade e profili di colline. E poi ci sono le città. Il treno rallenta e ci permette di intravvedere frammenti di vita altrui incorniciati all'interno delle finestre illuminate alla sera.
Tavole apparecchiate, divani a tratti colorati dalla luce azzurra di un televisore acceso. E si vedono panni stesi ad asciugare e fiori ad abbellire brutte facciate. Sembrano messi apposta, quei fiori, per noi passeggeri; gli unici a poterli vedere.
E balconi tristi con una sedia di plastica bianca, unico refrigerio nelle serate estive passate a veder passare i finestrini accesi che scivolano veloci sui binari.
Tutto sembra così triste.

Ma a volte su quei balconi, con le mani chiuse intorno alle ringhiere, si vedono bambini che guardano passare i treni. E allora si pensa - o si spera - che forse ne esistono ancora che sognano di poter guidare locomotive, che forse quelle case intraviste per pochi attimi sono ancora popolate di sognatori che, con i loro sogni, sono l'avanguardia dell'umanità.

E allora ci si appoggia, sorridendo, al sedile.
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categoria:bolle di sapone, dodo
lunedì, 26 giugno 2006

Tu sais... quand on est tellement triste on aime les couchers de soleil...

Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe

Il ricordo più remoto che conservo della mia infanzia è probabilmente quello del contatto col corpo magro di mia nonna che mi teneva in braccio.

Mi portava, verso sera, ad una curva della strada, appena fuori dal paese, dalla quale si dominava la vallata stretta e profonda; mi conduceva al limite del sentiero dal quale, ogni sera, sbucava mio nonno al ritorno dalla lunga giornata di lavoro nei campi terrazzati sul fianco della montagna.
A volte le attese erano lunghe e allora mia nonna mi raccontava il tramonto.
 

Forse anch’io – come le oche di Konrad Lorenz – ho ricevuto una sorta di imprinting seguendo il lento affondare del sole dietro i fianchi delle montagne che, lontanissime, chiudevano la valle, mentre mia nonna mi sussurrava che il sole andava a tuffarsi in un mare troppo lontano per essere visto da lì. Forse è da quelle sere passate con lei che è nato il fascino per quello spettacolo di luce mutevole che infiamma il cielo al crepuscolo.

Anni più tardi, ancora bambino, avrei costretto mio padre a lunghe attese davanti alle pareti del Rosengarten (non ce la faccio a chiamarlo Catinaccio, è più forte di me) avvampate dall’enrosadira dolomitica, per assistere alla fioritura delle rose traditrici maledette da Re Laurino. E da adulto sarei stato sveglio nelle notti estive finlandesi ad ammirare dal balcone tramonti rossi e lunghissimi che confinavano con albe infinite. E a volte mi sarei fermato, come faccio tuttora, lungo la strada, da solo, ad aspettare il ricongiungersi del sole con la notte.

Forse è per questo che mi commuove il pensiero dei quarantatre tramonti del Piccolo Principe e certe descrizioni del cielo che non riesco ad evitare di sottolineare quando le incontro sui libri. Ma a differenza del piccolo principe i tramonti non mi rattristano. Mai. Mi riportano all’infanzia, alla meraviglia di quei primi passi in un mondo nuovo.

Se mia nonna sapesse che il ricordo che ho di lei è ormai vago e lontanissimo certamente ne sarebbe rattristata. Ma sarebbe la tristezza di un attimo. Poi sorriderebbe, consapevole di avermi regalato un miracolo che si ripete ogni sera.

 

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categoria:bolle di sapone, dodo, appenninica
mercoledì, 14 giugno 2006
Il mio amico P ed io avevamo una strana abitudine.
Durante i nostri viaggi eravamo soliti scriverci a vicenda. Ad esempio viaggiando in treno ci sedevamo uno di fronte all'altro ed iniziavamo la nostra opera. Si scriveva di tutto: di viaggi, speranze, sogni, ragazze, amicizie ritrovate oppure tradite. In quelle lettere c'era la nostra visione del mondo, opportunamente duplicata in carta carbone per non perderne traccia. Una volta a destinazione ci scambiavamo quanto avevamo scritto.

Può succedere che un giorno come tanti altri, dalle pagine di un vecchio libro, riemerga inaspettatamente una di quelle lettere. Può succedere che porti con sè un messaggio che ravviva una fiammella creduta spenta. L'ho aperta con delicatezza pregustandone il contenuto senza ricordarlo. Inchiostro azzurro su quadrettini grigi.
Era la copia di una di quelle lettere. Era stata scritta molti anni prima, nella penombra dello scompartimento di un treno che, in quel lontano dicembre, attraversava le Alpi e la notte in mezzo a campi e montagne bianche di neve, nascoste agli occhi dai finestrini ghiacciati.

Scorrere quelle righe è stato come tornare a casa dopo un lungo esilio.
In quella lettera ho rivisto il mio antico me stesso prima che fosse spazzato via dall'età adulta; e l'ho riletta con l'animo di chi torna nella sua vecchia casa, dove ogni angolo è legato a un ricordo, a una voce, a una lacrima.
Mi sono riconosciuto appena. Allora mi sentivo a mio agio nel mondo; casa era dove stava il cuore e il cuore era ovunque io fossi e in molti altri luoghi. Dalla lettera traspariva una voglia di vivere, di conoscere, di viaggiare che col tempo e con le intemperie della vita sembrava essere evaporata nel nulla; e l'età, la famiglia, il lavoro erano le lastre di marmo sotto cui esse era stata sepolta.

Quella lettera mi ha riportato qualcosa dal passato. Era stata al suo posto per anni, ignorata, addormentata, dimenticata come un geroglifico non decifrato. E ora era riemersa dal nulla ed io, come Champollion, avevo decifrato la stele; tutto era chiaro e i simboli erano tornati vivi, non più pietra incisa o inchiostro invecchiato, ma parole, pensieri, sentimenti.

Mi piace pensare che il vero destinatario di quella lettera non fosse il mio amico sul treno per Vienna ma io stesso, anni dopo; quelle righe mi aspettavano all'uscita del lungo tunnel, per ricordarmi la via che avevo smarrito.
Forse ci eravamo dati appuntamento qui ed ora, come in un racconto di Dick, e io non lo sapevo.

Sono stato via, ma sono tornato.