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Ho udito molti anni di parole, e molti anni dovrebbero portare un mutamento.
La palla che lanciai giocando nel parco non ha ancora raggiunto il suolo.

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ipse dixit
Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d'infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell'infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d'amore, nessuna uguale all'altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge



Se non puoi essere un pino in cima a una collina sii una sterpaglia nella valle, ma la miglior sterpaglia sul fianco della collina. Sii un cespuglio se non puoi essere un albero. Se non puoi essere una strada sii un sentiero. Se non puoi essere il sole sii una stella. Perché non è dalla dimensione che si vince o si perde. Sii il meglio di ciò che sei.

Martin Luther King, Barratt Junior High School, Philadelphia, 26 ottobre 1967
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Alcune immagini sono tratte dal web, in caso di problemi avvisate e saranno immediatamente rimosse.
venerdì, 27 giugno 2008
Ci sono gesti che sono memoria. Contengono in sé tutto quanto serve per riaprire una porta chiusa, il ricordo di una vita che riaffiora quando li ripetiamo.

Ho accarezzato un albero. Niente di strano, un gesto comune ripetuto molte volte senza troppa attenzione: si apre il palmo della mano  e semplicemente lo si appoggia alla corteccia del fusto. E si torna indietro, come lungo un nastro che si riavvolge, fino a quando appiccicavo il naso ai tronchi dei castagni per sentirne il profumo. Mi piaceva così tanto che sopportavo anche , abbracciandolo, di diventare un’autostrada per le formiche che lo percorrevano su e giù nel loro indaffarato percorso. Mi piaceva farlo specie in settembre, quando le foglie cominciavano a cadere e il vento e le piogge di fine agosto erano ormai passate riverniciando le piante del loro profumo più autentico.

I bambini sembrano strani, visti da  questa età, ma molto più naturali di molti adulti dalla memoria corta. E così, crescendo, si dimentica e il tempo sembra cancellare tutto. Ma i gesti rimangono da qualche parte, custodendo i ricordi come una goccia d’ambra racchiude l’insetto catturato migliaia di anni prima.

Poi succede che chissà come il gesto viene ripetuto, in un tempo e in un luogo che mai avremmo sospettato di attraversare, e come in un incantesimo si percepisce di nuovo il solletico delle formiche sulle braccia, il profumo di un altro albero, di un altro mondo. E ti piace pensare che il vecchio castagno abbia nascosto in te il suo regalo, un pacchetto che solo adesso, molto tempo dopo, ti sei ricordato di aprire.

postato da: dodo712 alle ore 12:49 | Link | commenti (21)
categoria:bolle di sapone
martedì, 17 giugno 2008
Le stelle non sono al loro posto. Basterebbe questo a capire che non è l’ora di sempre, quella in cui di solito esco per la mia quasi quotidiana escursione tra le stradine del vicinato.

Le tre di notte. Quanto tempo che non guardavo il cielo a quest’ora.
La melassa nera sembra abbracciare tutto, anche il tempo, un nastro fluido che parte da qui e scorre indietro. Il mio io di adesso e quello di molti anni fa, intrappolati come due insetti preistorici nella stessa goccia di ambra.

Tre di notte. Passate così tante volte in macchina a parlare e ascoltare musica con gli amici. Con l’amico più amico di tutti. Quello ideale, con il quale potresti girare il mondo senza annoiarti,  P., che voleva l’Argentina in sacco a pelo, mentre tu cercavi il nordamerica dei Greyhound. Con cui avevi giurato di sedere sulle scogliere di Hammerfest a guardare il grigiore bianco che incappuccia il nord del mondo.

Mi ci sono seduto su quelle scogliere, ma lui non c’era. L’ultima volta che l’ho visto era nella camera sterile di un ospedale. Intorno a lui l’infermiera e il medico verdi di camice,  bianchi di guanti e mascherina, il mondo chiuso fuori affinchè non l’aggredisse più di quanto stava facendo. Solo e sorridente, come era sempre stato, fino in fondo.
Conservo ancora le lettere che ci scrivemmo, seduti uno di fronte all’altro, durante la nostra scorribanda sul treno per Vienna. Al ritorno ci consegnammo le lettere. Sembrava un’idiozia, invece era la nascita di un ricordo.

Le stelle che conosco non sono dove dovrebbero essere, si sono nascoste dove non posso trovarle. La notte scava nel profondo di ricordi dolorosi che solo il tempo riesce a rendere innocui, si insinua come se fosse viva fino a toccare l’anima. E’ la stessa notte di sempre, non è lei ad essere cambiata.
postato da: dodo712 alle ore 12:22 | Link | commenti (29)
categoria:bolle di sapone, dodo
mercoledì, 14 maggio 2008
Qualcosa abita in noi, negli strati più profondi della coscienza. Fuori dal nostro controllo gestisce le nostre emozioni, là dove non possiamo raggiungerle, là dove niente viene dimenticato.

Un oggetto. Un insieme di cuoio, tessuto e metallo assemblato in forma di valigetta. Nessun particolare valore intrinseco anche se è un oggetto di ottima fattura. Ma, aggrappati alla sua stoffa, alle sue fibbie, ai suoi scomparti, vivono ricordi e sentimenti che sembravano dimenticati, incrostazioni di pensieri apparentemente morti e sepolti.
L’avevo riposta sperando di rinchiudere nell’armadio, insieme a lei, anche i ricordi dei brutti momenti che si portava dietro, in uno di quei sussulti durante i quali si decide improvvisamente di voltare pagina e per rafforzare la volontà la si maschera con un cambiamento reale, sia esso un nuovo oggetto acquistato, un taglio di capelli, un nuovo capo d’abbigliamento. L’avevo dimenticata per anni fino a quando, avendo bisogno di una valigetta capiente, non ho riaperto quello scomparto.

Una increspatura sulla superficie tranquilla dell’anima si è trasformata in un vortice che ti trascina nel passato e i ricordi induriti riprendono la loro freschezza e ritornano ad essere materia viva e pulsante, dolorosa.
Niente si dimentica, niente dorme come sembra. Niente riposa.
postato da: dodo712 alle ore 12:44 | Link | commenti (34)
categoria:bolle di sapone
martedì, 06 novembre 2007
Il sentiero che proviene da Orsigna e sale su verso la vetta del Corno alle Scale separa per un breve tratto la Toscana dall'Emilia. Una volta emersi dal bosco e raggiunto il crinale appenninico, guardando in basso verso destra, si possono vedere le vallate del versante emiliano e i borghi di Monteacuto, Lizzano in Belvedere e Pianaccio, il paese natale di Enzo Biagi.

Come molti, di Enzo Biagi ho sentito parlare fin da piccolo. La prima volta che lo vidi ero un bambino ma lo ricordo ancora; era in TV, aveva già i capelli bianchi e presentava un servizio sul Laos. Per me era già vecchio, stretto in quella sua giacca grigia abbottonata su una sottile cravatta nera e quegli occhialoni dalla montatura enorme e scura. Eppure quell'omino apparentemente goffo era stato in un paese di cui ignoravo l'esistenza a documentare una guerra combattuta in mezzo alla giungla, e la cosa mi sembrava incredibile. Mio padre, che nella sua libreria aveva molti suoi libri, mi disse che quel giornalista era nato a poca distanza da lui, dall'altra parte dell'appennino, oltre il crinale.

Così Biagi è sempre stato un autore molto letto, in casa. Uno stile semplice, ironico, gentile, l'opposto dello stile asciutto, ossuto e pungente di Montanelli, di cui mio padre non condivideva le idee ma al quale riconosceva una onestà morale limpida. Entrambi hanno tenuto la schiena dritta, a dispetto dei venti contrari, mettendo in pratica quanto Kipling augura a suo figlio nella sua celeberrima If.

Una brava persona.
postato da: dodo712 alle ore 22:25 | Link | commenti (35)
categoria:pensieri e parole, bolle di sapone
giovedì, 18 ottobre 2007
Giacca nera, ingessati nelle loro camicie bianche fissate al collo da cravatte sottili, occhiali dalle montature spesse e scure, contrastavano così tanto con i divi scomposti del rock che si esibivano in quegli anni seminascosti da montagne di cavi, microfoni, tamburi, rullanti, piatti e strati infiniti di tastiere.

Passavano ogni giorno in TV, quasi timidamente, in una fascia innocua, in estate, proprio mentre mi preparavo il pranzo, di solito spaghetti e parmigiano; vecchi filmati trasmessi come tappabuchi in attesa del telegiornale. I miei erano rimasti in città ed io avevo il privilegio di abitare da solo in montagna sotto lo sguardo non troppo vigile di una zia. Erano gli ultimi giorni della TV in bianco e nero e da ragazzino la fame di musica era tanta.

Quei quattro signori eleganti sembravano tremendamente retrò con quella batteria ridotta all'essenziale che danzava con il contrabbasso, intento a salire e scendere scale di suoni, mentre gli accordi del piano sembravano così anomali sotto la melodia, ora facile ora contorta, di un sax che volava libero da ogni apparente costrizione. Era una musica senza tempo, non collocabile, alle mie orecchie, in una stagione circoscritta. Era il mio piccolo appuntamento quotidiano con l'irrazionale, con un suono che mi piaceva senza che io sapessi veramente spiegarne il motivo.

Il motivo per cui mi piace ho smesso di chiedermelo, ma continuo ad ascoltarla, quella musica. Rimarrà sempre abbinata al sapore degli spaghetti e del parmigiano.
postato da: dodo712 alle ore 08:21 | Link | commenti (31)
categoria:bolle di sapone, dodo, blue notes
venerdì, 31 agosto 2007
Okay, Houston, we've had a problem here.
John Leonard "Jack" Swigert jr., 14 aprile 1970, Missione Apollo 13

So bene dove mi trovavo la notte del 20 luglio 1969.

Ero in un bar alla periferia di Forlì, seduto ad un tavolino di formica rossa con sopra un bicchierone di Coca-cola. Intorno a me il locale era pieno di camionisti con gli occhi incollati allo schermo del televisore in bianco e nero dove scorrevano immagini confuse e da cui le voci concitate di Tito Stagno e di Ruggero Orlando si contendevano la notizia più incredibile dall’inizio della storia: l’uomo era sbarcato sulla luna.
Ovviamente a quell’evento non potevo mancare, così, di ritorno dalla pensione di Gabicce Mare, avevo costretto mio padre a fermarsi da qualche parte per una cena veloce e un televisore acceso. Avevamo scelto quella piccola trattoria perché, si sa, quando ci sono camion parcheggiati fuori la cucina è buona e i prezzi modici.

Di quella missione io sapevo tutto.
Avevo cominciato ad interessarmi ai voli spaziali fin dai tempi dell’Apollo 8 che sfiorò la luna senza atterrarvi; conoscevo i tempi, i luoghi, i nomi. Li avevo pazientemente ricavati dagli articoli sui quotidiani e sulle riviste che – come Epoca e l’Europeo – si occupavano maggiormente dell’argomento. Nella corsa allo spazio io facevo il tifo per gli americani, dato che ai russi non avevo mai perdonato il volo di Laika, abbandonata nello spazio, ma per rigore scientifico ero documentatissimo anche sulle loro navicelle, sui loro cosmonauti – che per un misterioso motivo si chiamavano così a differenza di quelli USA che venivano definiti astronauti. Da tempo nella mia cameretta era appesa una enorme cartina lunare con evidenziati i luoghi previsti per gli sbarchi programmati negli anni a venire, ma anche i crateri di Clavius e il Mare di Crisium, dove Kubrik e Clarke avevano posto il misterioso monolite di 2001 Odissea nello spazio. 

Quella sera in mezzo ai camionisti ciondolanti di sonno che lottavano insieme a me per poter dire ‘io c’ero’ mi trovavo quindi all’apice della mia personale missione. Subito dopo, sufficientemente appagato, cominciai a disinteressarmene. Fino a quel 14 aprile 1970.

Le missioni lunari erano le mie missioni e non potevo esimermi dal ‘tornare in servizio’ appena lessi sui giornali la frase pronunciata da Swigert che rimbombò in tutto il pianeta riempiendolo di apprensione.
Ripresi in mano tutti i miei ritagli e le scatole piene di dati e fotografie polverose, stavo appiccicato davanti ai notiziari e aspettavo che mio padre tornasse a casa con il giornale per divorare i dettagli del dramma che si stava svolgendo a bordo dell’Apollo 13.
Poche settimane prima mio padre mi aveva fatto leggere un bell’articolo nel quale si raccontava di un peschereccio naufragato nell’oceano il cui equipaggio era stato salvato grazie a dei radioamatori che avevano captato la sua richiesta di aiuto. Persone qualunque che avevano salvato altre vite, che avevano sentito su di loro la responsabilità di un salvataggio. Chi ero io per sfuggire ad una simile responsabilità?
Gli americani, si sa, erano sì supertecnologici e grandi scienziati, ma spesso pasticcioni e dotati di poca fantasia. Ovviamente non potevo competere con i loro tecnici e i loro ingegneri ma qualche dato lo avevo anch’io e così mi concentrai su quello che conoscevo. Calcolai i tempi, la quantità di ossigeno che i tre rifugiati nel LEM come in una scialuppa di salvataggio avrebbero consumato, aumentato dalla respirazione accelerata dall’ansia e dalla paura. Conoscevo la grandezza dei contenitori che i due destinati a sbarcare sulla luna avrebbero dovuto portare sulle spalle e giunsi alla conclusione che si doveva utilizzare quella riserva per poter consentire ai tre astronauti di spostarsi nella cabina di pilotaggio per effettuare le manovre necessarie per il difficile rientro.

Come? Questo non lo sapevo di certo. Ero un bambino, mica potevo fare tutto io, no?

Immaginavo che alle stesse conclusioni sarebbero giunti anche i signori ingegneri della NASA ma avevo il sospetto che fossero troppo occupati a pensare a come non fare una pessima figura e così decisi di scrivere loro.
Scrissi la mia letterina con i miei preziosi suggerimenti. Era in italiano ma sapevo che in America molti conoscevano la nostra lingua. E poi se avevano bisogno di una traduzione potevano sempre rivolgersi a mio zio che faceva il cuoco in un grande albergo di New York. Quando la consegnai a mio padre per l’affrancatura lo vidi un po’ perplesso ma in fondo credo che apprezzasse molto il mio impegno.
Il 17 aprile tirai un grande sospiro di sollievo. L’Apollo 13 era rientrato e io mi sentivo come uno dei radioamatori che con la loro catena di messaggi avevano contribuito a riportare a casa i pescatori nell’oceano. In verità mi chiesi molte volte, nei giorni successivi, se la mia letterina fosse arrivata in tempo ma soprattutto se mio padre l’avesse davvero spedita. Non glielo chiesi mai per timore che non lo avesse fatto.

Nei mesi successivi appresi finalmente che il mio contributo al loro salvataggio era stato nullo. Il problema era stato risolto brillantemente in tutt’altro modo ma per un attimo, nella primavera del 1970, a quel ragazzino tutto questo era sembrato possibile. In fondo ci avevo provato a dare una mano.

Wikipedia: Apollo 8
Wikipedia: Apollo 11
Wikipedia: Apollo 13
postato da: dodo712 alle ore 22:11 | Link | commenti (26)
categoria:bolle di sapone, dodo
lunedì, 16 luglio 2007
Il treno scuro attraversa la campagna toscana gettando sulle colline incoronate di cipressi l'ombra leggera del vapore della locomotiva.
Seduto accanto al finestrino un giovane alto e snello guarda scivolare via i campi gialli della Valdorcia. Indossa una divisa nuova di zecca da carabiniere ed è in viaggio per la sua prima destinazione. Non sa ancora che cosa lo attende a Messina, dove poche settimane più tardi avrebbe scavato per giorni fra le macerie del terremoto del 1908, un evento destinato a rubarli in un sol colpo innocenza e giovinezza. Su quel treno che taglia la campagna senese non immagina ancora le sue mogli, i suoi figli,  suo nipote che avrebbe tenuto sulle ginocchia per  un tempo troppo breve in una città  non lontana dalle sue campagne, ma estranea, ai piedi dei monti. Gli occhi chiari fissano quelle colline basse che non avrebbe rivisto mai più.


Ogni volta che torno al paese natale di mio nonno paterno mi sembra di vivere una sorta di condivisione della memoria; come se ricordassi con la sua mente tutto ciò che mio padre mi ha raccontato di lui.
Su quel treno, seduto proprio di fronte, è come se ci fossi anch'io ad accompagnarlo nel suo viaggio, sorridente e invisibile.
postato da: dodo712 alle ore 23:36 | Link | commenti (49)
categoria:bolle di sapone
martedì, 15 maggio 2007
Il cielo, troppo scuro per essere vero, rivela l'uso di un filtro rosso.
In basso, il selciato è antico come le pietre della spalletta del ponte medievale a cui è appoggiato mio padre, camicia chiara e maniche arrotolate. Davanti a lui, sotto la mano che tocca la spalla, un bambino in pantaloni corti e maglietta scura. Entrambi sorridono e sorrido anch'io nel vedermi in quella vecchia foto in bianco e nero.
Non ho memoria di quel momento, uno dei tanti, fissato da una vecchia Petri a telemetro in un luogo qualsiasi di un'Italia ancora ingenua che viveva allegramente il suo boom economico. Se non fosse per questa immagine il ricordo per me non esisterebbe.

Ho di nuovo aperto la mia scatola di vecchie foto per finire di scansionarle. E' come uno scavo archeologico, lo so. Riaffiorano dalla polvere compagni di scuola, compleanni, vecchi parenti di cui si è perso persino il ricordo, estinti come tanti dinosauri. Sembra ieri e invece sono trascorse intere ere geologiche.
Di fronte a queste  immagini di momenti lontanissimi della mia vita ho sempre un brivido di stupore perchè è come se alcuni attimi, i più remoti, avessero assunto il colore della pellicola sulla quale sono stati impressi. Immagino di averli vissuti in bianco, nero e grigio, o nei toni sbiaditi delle stampe.

Mi chiedo che colore possano avere i ricordi.
postato da: dodo712 alle ore 23:25 | Link | commenti (34)
categoria:pensieri e parole, bolle di sapone
lunedì, 16 aprile 2007
Ogni città ha un odore. Non un aroma vero e ben riconoscibile, ma un profumo associato arbitrariamente, in base al primo impatto, al primo approccio con il luogo.

A volte è semplicemente l'odore dei vagoni della metropolitana, delle rotaie, della plastica dei sedili o delle scale mobili, a volte qualcos'altro. Come Parigi, che per me conserva  il profumo dei croissant al burro consumati a un caffè presso la Gare de Lyon, e Londra che, nella mia mente, profuma di mele verdi, come uno shampoo, a causa di quel fruttivendolo all'uscita della stazione di Charing Cross che mi regalò una mela verde, appena arrivato, solo e zaino in spalla. Così Marrakesh è speziata mentre Osaka è linda di detersivo e New York è odore di vapore dai tombini e crauti, quelli del panino sgranocchiato davanti al Radio City Hall mezz'ora dopo il mio arrivo. Istanbul, invece, profuma di zafferano, Fes di tè e di menta.

Non sono ricordi, questi, da conservare in una scatola come vecchie foto.  Li porto sempre con me e spesso mi costringono a fermarmi per strada, colpito da un odore che mi ricorda qualche città del mondo.
postato da: dodo712 alle ore 21:47 | Link | commenti (33)
categoria:bolle di sapone, viaggiando
martedì, 28 novembre 2006
Ricordo ancora quando mio padre la portò a casa.

Il quadro, avvolto in un involucro di carta beige, gli era stato regalato da qualcuno. Era piuttosto grande e andò a sostituire una vecchia stampa in un angolo della sala, proprio vicino alla porta che dava sul balcone.
Raffigurava una bambina, forse di dieci anni, vestita in foggia vittoriana, con un abito chiaro, un viso grazioso dagli occhi scuri e penetranti e dai capelli castani che le ricadevano in forma di boccoli sulle spalle. Teneva in mano un cappello a larghe falde abbellito da un nastro azzurro. Sullo sfondo si poteva intuire un paesaggio tipicamente inglese punteggiato di cavalieri in giacca rossa, probabilmente una scena di caccia alla volpe.
Io, che di anni ne avevo cinque o sei, me ne innamorai immediatamente.

Ogni volta che le passavo davanti non potevo fare a meno di rivolgere uno sguardo al volto sorridente della bambina e a quegli occhi profondi che magicamente sembravano seguirmi in ogni punto della stanza. Immaginavo che fosse il ritratto di qualcuno che esisteva veramente e mi chiedevo come poteva chiamarsi, dove poteva abitare.

Gli anni passavano e pian piano raggiunsi l'età della bambina. In un certo senso adesso eravamo coetanei. Cominciai a pensare che se il quadro era antico quella bambina forse adesso era una donna adulta o, peggio ancora, morta e sepolta da chissà quanti decenni.
Fu probabilmente verso i dodici anni che ebbi la netta sensazione di essere, da quel momento, più grande di lei. Notavo infatti che l'espressione del viso, che in passato mi era sembrata vagamente adulta, era in realtà infantile e quasi cominciai a considerarla come una sorella minore.
Sempre più minore.

Per diversi anni quel quadro ha rappresentato il termine di paragone della mia crescita. Quella compagna silenziosa che mi guardava dalla parete era immutabile nel suo aspetto ma il mio punto di vista cambiava col tempo. In fondo mi sarebbe piaciuto che anche lei, nel suo paesaggio idilliaco di campi su cui il sole splendeva perenne, avesse potuto crescere insieme a me.

Ieri, a casa di mia madre, l'ho guardata di nuovo dopo molto tempo. E' paziente e fedele. Mi ha accompagnato in silenzio per decenni e continua a sorridermi e a fissarmi con l'aria di chi - nonostante tutto - vuol sembrare più grande dei suoi anni.
postato da: dodo712 alle ore 11:59 | Link | commenti (31)
categoria:bolle di sapone, dodo
giovedì, 26 ottobre 2006
La scatola blu contiene ricordi senza proprietario.
Adesso è riposta in un armadio che non viene mai aperto ma una volta era una scatola per biscotti, quelli danesi, e forse è per questo che emana ancora un vago profumo di cose buone. Sul coperchio Napoleone, ritratto da Jacques-Louis David, sembra sfidare il mondo sul suo cavallo bianco.

La scatola custodisce vecchie fotografie forse appartenenti a qualche nonno, scarti di selezioni precedenti, sempre più numerose. Ritraggono persone di cui si è persa la memoria e che nessuno è più in grado di identificare; forse amici, parenti, vicini di casa, compagni di giochi, volti in bianco e nero, sbiaditi e ingialliti dagli anni, che non hanno più un nome, nè una storia, perchè chi poteva raccontarla non c'è più. E loro sono un po' morti insieme agli ultimi depositari di quei ricordi.

Se fossi uno scrittore o un regista mi piacerebbe raccontare una vita. Non la vita di un grand'uomo che con un tratto di penna ha deciso il destino di milioni di persone o di intere nazioni, ma il percorso nel mondo di uno qualsiasi fra questi sguardi che hanno vissuto in silenzio, senza fare rumore, una vita che nessuno ormai può più descrivere, uomini e donne che hanno attraversato il loro tempo senza lasciare traccia, subendo la storia scritta da altri.

Sono solo figure senza nome, polvere di un'esistenza, ma io le immagino in un loro eterno presente e se potessi percorrere verso il basso la mia personale scala del tempo le sagome riprenderebbero il loro antico colore e tornerebbero a muoversi, magari proprio a partire da quello scatto che le ha immobilizzate sullo sfondo di vecchie case, di colline senesi incoronate di cipressi e di appennini dalle cime rotonde.

Non c'è più nessuno che possa testimoniare per loro e questa è la loro eterna condanna. I loro nomi sono scritti sulle lapidi di un ignoto cimitero, negli archivi di Ellis Island o nei registri immigrazione di qualche porto sudamericano. C'è certamente traccia di loro almeno nei libri di battesimo delle chiese.

Ci vorrebbe qualcuno che rendesse omaggio a questa moltitudine di vite silenziose e discrete che nascondono chissà quali quotidiani eroismi e disperazioni, dolori e speranze che non hanno più senso, lontano dai libri di storia, dai giornali e dalla luce della popolarità. Esistenze oscure che racchiudono tesori multicolori nei loro cuori perduti. Sarebbe bello se ad ognuno di loro venisse concessa la possibilità di scrivere il proprio diario, da archiviare nella lunga storia del mondo come traccia del loro passaggio, per poi lasciarli finalmente al loro oblìo che non sarebbe più così assoluto.

Le fotografie della scatola blu sono lì da decenni e vi resteranno. Perchè non si possono cancellare, gettandole via, le ultime testimonianze di un'esistenza. E' una responsabilità, questa, che un semplice uomo non può sopportare.


postato da: dodo712 alle ore 14:29 | Link | commenti (35)
categoria:bolle di sapone
giovedì, 12 ottobre 2006
Non si può certo dire che questo ospedale sia il luogo ideale in cui passare un mattino di inizio autunno. Ogni volta che percorro i suoi viali il pensiero mi riporta a momenti tristi  fortunatamente superati da tempo. Sono in attesa di una visita ma sono in anticipo e mi siedo su una panchina a leggere il giornale.

La panchina. E' come un flashback, un deja vu. Un dettaglio che unisce il presente al passato, una chiave che apre una porta dimenticata su una stanza già vista e vissuta. Improvvisamente mi rendo conto che quella è la stessa panchina su cui ero seduto in un giorno di primavera di molti anni fa. E' una panchina come le altre, disposta lungo  un vialetto secondario, poco frequentato, e non la ricorderei certo con tanta precisione se non portasse con sè un ricordo particolare che non mi ha mai abbandonato e che ogni tanto ritorna in superficie a tormentarmi.

Ero seduto proprio qui in quel remotissimo aprile di tanti anni fa, in attesa di entrare a far visita a mia madre ricoverata in una di queste tristi palazzine. Ci venivo tutti i giorni, nonostante la distanza, pranzavo con un panino o in una delle vicine trattorie per turisti e poi mi incamminavo lentamente verso l'ingresso, sempre in anticipo. C'era sempre un po' di tempo per sedersi all'ombra di un albero a leggere un buon libro. E quel giorno la panchina era proprio questa.

Nei giardini di un ospedale, nei giorni di primavera, è normale imbattersi in pazienti che escono a respirare un po' di sole in pigiama o in vestaglia, ma la ragazza che mi passò di fronte aveva qualcosa di decisamente diverso. Aveva indosso la sua triste vestaglina di un azzurro sbiadito, portava occhiali dalla montatura nera che in quegli anni non andavano affatto di moda, era alta e giovane anche se di qualche anno certamente più grande di me. Sarebbe stata una delle tante figure che si aggiravano per il giardino se non fosse stato per la borsetta elegante che le pendeva dalla spalla, per gli occhi truccati, per il rossetto vivace che aveva sulle labbra e per le scarpe lucide con il tacco alto. Mi passò davanti senza guardarmi e si sedette sulla panchina di fronte, sul lato opposto del vialetto.
Sembrava quasi voler portare con sè, anche in quel luogo di sofferenza, la sua normalità, come se fosse un salvagente a cui aggrapparsi. Ma questo lo pensai dopo, in quel momento la considerai un po' strana anche se carina.

Non mi accorsi neppure quando venne a sedersi accanto a me. Alzai la testa sorpreso e vidi che mi guardava. Dagli occhi le scendevano due rivoli di lacrime limpide, per niente macchiate dal trucco. Non sapevo cosa dire, cosa fare. Come dice il poeta, il paese delle lacrime è così misterioso ed io non sapevo come toccarla, come raggiungerla. Ci pensò lei. "Posso chiederti una cosa?" disse. Io annuii con l'aria da idiota senza aprire bocca. "Posso darti un bacio?" chiese. Come se fosse la cosa più ovvia del mondo non trovai di meglio che rispondere "Certo...".
Mi baciò lievemente sulla guancia, appena appena, lasciandomi sulla pelle una piccola traccia liquida della sua disperazione. Poi mi guardò con i suoi occhi chiari immersi nelle lacrime e, stringendomi forte la mano, mi disse "Grazie. Davvero". Mi accarezzò il viso con la stessa tenerezza di una madre che accarezza il proprio bambino e si alzò. Senza mai voltarsi percorse elegante il vialetto e sparì.

Ho ripensato infinite  volte a quella ragazza. A come la sorpresa mi abbia impedito di chiederle semplicemente perchè. Avrei potuto alzarmi e fermarla per tentare di scoprire quale disperazione, quale angoscia poteva indurla a chiedere un gesto di tenerezza ad un tizio su una panchina. Forse per lei non potevo fare più di quello che mi aveva chiesto. Forse con quel gesto voleva semplicemente chiedere ad uno sconosciuto di essere in qualche modo aiutata. Forse. Ma non posso saperlo.

Nei giorni successivi mi sono sempre seduto sulla stessa panchina ma lei non è più ricomparsa. Una volta, fingendo di essermi perso, ho setacciato i reparti femminili di alcune palazzine nella speranza di vederla in uno di quei letti.
Ogni volta che ripenso a quel giorno - e talvolta succede - mi piace immaginare che quelle lacrime fossere causate da una delle nuvole scure che ogni tanto attraversano il nostro cielo e prego che possa averle superate e dimenticate.
Lo spero davvero tanto.


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martedì, 19 settembre 2006

Serata grigia, pervasa da una malinconia non cercata, una di quelle sere in cui i ricordi si affollano ai confini della tua mente e premono per entrarvi vestiti di rimorso e rimpianto. E’ buio quando decido di uscire per cercarmi una solitudine che mi aiuti a liberarmi da questi compagni.

Serata di pioggia. E’ bello passeggiare lentamente per le strade, gettare uno sguardo alle finestre illuminate che bucano la notte, sentire il rumore di posate appoggiate sui piatti, voci e lampi di televisori accesi, immaginare i commensali che cenano, cercare di capire, dai lampadari appesi al soffitto, chi sono gli abitanti di quelle case; forse vecchi, bambini, impiegati, operai, pensionati. Schegge di altre vite che non ti interessano, troppo impegnato a stilare un bilancio della tua.

Percorro le stradine del centro, fra palazzi trecenteschi e nomi antichi di vie. Cerco i posti della mia infanzia, gli angoli preferiti che non sono mai cambiati per secoli. Questo vicolo stretto tra due imponenti palazzi ha il lastricato antico come il mondo, si snoda per un po’ in perfetta solitudine e poi si sbuca dietro il battistero permettendo di vedere allineati il lato del palazzo del tribunale, la facciata del duomo con il suo campanile e le arcate del palazzo comunale, tutti affacciati sulla grande piazza, simboli dei tre poteri che governavano la signoria medievale di questa città.

Di qua non passa mai nessuno, nemmeno stasera. La pioggia tiene tutti a casa, la pioggia che crea pozzanghere improvvise, una delle quali sbarra la strada nel vicolo stretto. E’ abbastanza larga da non permettere di andare avanti senza un lungo balzo per oltrepassarla. A malincuore torno sui miei passi per cambiare strada.
Mi fermo di nuovo e mi volto chiedendomi se sarò ancora in grado di farlo, dopo tutti questi anni.
Perchè no?

Faccio un rapido appello dei miei muscoli. Ci sono tutti. Mando al diavolo il mal di schiena e corro.
Corro. Come da bambino, di notte. Non decido di farlo, lo faccio e basta. I miei muscoli riescono senza sforzo a ricordarsi come si fa. Mi accorgo di sorridere mentre salto la pozzanghera con una agilità che mi sorprende, come il bambino immortalato da Cartier-Bresson che si specchia nell’acqua immobile sotto di lui.

E non mi fermo. Continuo a correre. Non è il passettino scialbo e aerobico del jogging. Corro a pieni polmoni e lunghe falcate, convinto che adesso cominceranno a farmi male muscoli e ossa.
Non succede, non ancora. Al termine del vicolo svolto a destra. Un altro balzo per saltare la pietra rialzata che serviva a legare i cavalli. Sono seicento anni che è là. La ricordavo e l’ho saltata come facevo da piccolo. 

Sto bene come non succedeva da millenni, sento ogni cellula del mio corpo aderire alla vita, so che posso correre ancora, senza sforzo apparente. L’aria accarezza il viso, scompiglia i capelli e comincia a bruciare nei polmoni.
Il tempo scorre all’indietro quando, da bambini, correvamo di notte davanti al piccolo cimitero di montagna. Tutti insieme per farci coraggio e sfidare le storie di fuochi fatui e di capelli precocemente imbiancati per un lembo di mantello impigliato in un ramo. Sentivamo il cuore aprirsi correndo sull'asfalto illuminato dai lampioni, lo sentivamo restringersi, rannicchiarsi impaurito in fondo al petto nei tratti più bui. Ancora una volta, per un attimo, non sono sicuro in quale tempo io stia vivendo.

Distrutto, mi appoggio al vecchio pozzo. Se qualcuno dalle finestre della piazzetta mi ha visto arrivare di corsa e saltar su con l’entusiasmo di chi segna un gol in una finale mondiale penserà che sono impazzito. Un idiota che corre sotto la pioggia e, non contento, esulta come un bambino, come un bambino! Non me ne importa nulla. Mi sento vivo. E basta.

Neanche più l’ombra di un rimpianto, la corsa ha rotto l’assedio e messo in rotta il nemico. So che domani pagherò tutto questo con dolori muscolari e mal di schiena, ma domani è domani ed avrò tempo per i bilanci. La pioggia scende in rigagnoli sul viso, sembrano lacrime, vorrei che fossero lacrime, di gioia, di sollievo, di liberazione. Mi sorprendo a ringraziare la pioggia, la sento amica, uno spirito benevolo e pagano, una divinità antica che stasera ha preparato tutto perché potessi vibrare di vita. Un’amica che, se potessi, abbraccerei a lungo.

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martedì, 04 luglio 2006
Non ho mai sognato di condurre un treno.

Avevo, da piccolo, il mio trenino Lima, come quasi tutti i miei coetanei in quegli anni in cui l'Italia non era ancora opulenta e i bambini aspiravano a diventare tanti capostazione.
Mi faceva un po' pena, il mio trenino. Si trascinava lento sul suo binario senza speranza ed io lo vedevo come un animale in gabbia costretto a percorrere quel cerchio di rotaie senza possibilità di scelta.
Così, ogni tanto, gli facevo assaporare la libertà spingendolo con la mano sul pavimento. Ovviamente venivo rimproverato perchè - dicevano - così lo avrei rovinato, ma io sapevo che lui voleva così.

Non li ho mai amati i treni e ancor meno le stazioni, luoghi tristi dove le partenze non sembrano essere mai allegre. Posti di confine dove non si è più eppure non si è ancora; proiettati verso la nuova destinazione ma non ancora arrivati.

Per me il viaggio in treno è appoggiare la testa al finestrino e guardare scorrere veloci campi e case, strade e profili di colline. E poi ci sono le città. Il treno rallenta e ci permette di intravvedere frammenti di vita altrui incorniciati all'interno delle finestre illuminate alla sera.
Tavole apparecchiate, divani a tratti colorati dalla luce azzurra di un televisore acceso. E si vedono panni stesi ad asciugare e fiori ad abbellire brutte facciate. Sembrano messi apposta, quei fiori, per noi passeggeri; gli unici a poterli vedere.
E balconi tristi con una sedia di plastica bianca, unico refrigerio nelle serate estive passate a veder passare i finestrini accesi che scivolano veloci sui binari.
Tutto sembra così triste.

Ma a volte su quei balconi, con le mani chiuse intorno alle ringhiere, si vedono bambini che guardano passare i treni. E allora si pensa - o si spera - che forse ne esistono ancora che sognano di poter guidare locomotive, che forse quelle case intraviste per pochi attimi sono ancora popolate di sognatori che, con i loro sogni, sono l'avanguardia dell'umanità.

E allora ci si appoggia, sorridendo, al sedile.
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lunedì, 26 giugno 2006

Tu sais... quand on est tellement triste on aime les couchers de soleil...

Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe

Il ricordo più remoto che conservo della mia infanzia è probabilmente quello del contatto col corpo magro di mia nonna che mi teneva in braccio.

Mi portava, verso sera, ad una curva della strada, appena fuori dal paese, dalla quale si dominava la vallata stretta e profonda; mi conduceva al limite del sentiero dal quale, ogni sera, sbucava mio nonno al ritorno dalla lunga giornata di lavoro nei campi terrazzati sul fianco della montagna.
A volte le attese erano lunghe e allora mia nonna mi raccontava il tramonto.
 

Forse anch’io – come le oche di Konrad Lorenz – ho ricevuto una sorta di imprinting seguendo il lento affondare del sole dietro i fianchi delle montagne che, lontanissime, chiudevano la valle, mentre mia nonna mi sussurrava che il sole andava a tuffarsi in un mare troppo lontano per essere visto da lì. Forse è da quelle sere passate con lei che è nato il fascino per quello spettacolo di luce mutevole che infiamma il cielo al crepuscolo.

Anni più tardi, ancora bambino, avrei costretto mio padre a lunghe attese davanti alle pareti del Rosengarten (non ce la faccio a chiamarlo Catinaccio, è più forte di me) avvampate dall’enrosadira dolomitica, per assistere alla fioritura delle rose traditrici maledette da Re Laurino. E da adulto sarei stato sveglio nelle notti estive finlandesi ad ammirare dal balcone tramonti rossi e lunghissimi che confinavano con albe infinite. E a volte mi sarei fermato, come faccio tuttora, lungo la strada, da solo, ad aspettare il ricongiungersi del sole con la notte.

Forse è per questo che mi commuove il pensiero dei quarantatre tramonti del Piccolo Principe e certe descrizioni del cielo che non riesco ad evitare di sottolineare quando le incontro sui libri. Ma a differenza del piccolo principe i tramonti non mi rattristano. Mai. Mi riportano all’infanzia, alla meraviglia di quei primi passi in un mondo nuovo.

Se mia nonna sapesse che il ricordo che ho di lei è ormai vago e lontanissimo certamente ne sarebbe rattristata. Ma sarebbe la tristezza di un attimo. Poi sorriderebbe, consapevole di avermi regalato un miracolo che si ripete ogni sera.

 

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mercoledì, 14 giugno 2006
Il mio amico P ed io avevamo una strana abitudine.
Durante i nostri viaggi eravamo soliti scriverci a vicenda. Ad esempio viaggiando in treno ci sedevamo uno di fronte all'altro ed iniziavamo la nostra opera. Si scriveva di tutto: di viaggi, speranze, sogni, ragazze, amicizie ritrovate oppure tradite. In quelle lettere c'era la nostra visione del mondo, opportunamente duplicata in carta carbone per non perderne traccia. Una volta a destinazione ci scambiavamo quanto avevamo scritto.

Può succedere che un giorno come tanti altri, dalle pagine di un vecchio libro, riemerga inaspettatamente una di quelle lettere. Può succedere che porti con sè un messaggio che ravviva una fiammella creduta spenta. L'ho aperta con delicatezza pregustandone il contenuto senza ricordarlo. Inchiostro azzurro su quadrettini grigi.
Era la copia di una di quelle lettere. Era stata scritta molti anni prima, nella penombra dello scompartimento di un treno che, in quel lontano dicembre, attraversava le Alpi e la notte in mezzo a campi e montagne bianche di neve, nascoste agli occhi dai finestrini ghiacciati.

Scorrere quelle righe è stato come tornare a casa dopo un lungo esilio.
In quella lettera ho rivisto il mio antico me stesso prima che fosse spazzato via dall'età adulta; e l'ho riletta con l'animo di chi torna nella sua vecchia casa, dove ogni angolo è legato a un ricordo, a una voce, a una lacrima.
Mi sono riconosciuto appena. Allora mi sentivo a mio agio nel mondo; casa era dove stava il cuore e il cuore era ovunque io fossi e in molti altri luoghi. Dalla lettera traspariva una voglia di vivere, di conoscere, di viaggiare che col tempo e con le intemperie della vita sembrava essere evaporata nel nulla; e l'età, la famiglia, il lavoro erano le lastre di marmo sotto cui esse era stata sepolta.

Quella lettera mi ha riportato qualcosa dal passato. Era stata al suo posto per anni, ignorata, addormentata, dimenticata come un geroglifico non decifrato. E ora era riemersa dal nulla ed io, come Champollion, avevo decifrato la stele; tutto era chiaro e i simboli erano tornati vivi, non più pietra incisa o inchiostro invecchiato, ma parole, pensieri, sentimenti.

Mi piace pensare che il vero destinatario di quella lettera non fosse il mio amico sul treno per Vienna ma io stesso, anni dopo; quelle righe mi aspettavano all'uscita del lungo tunnel, per ricordarmi la via che avevo smarrito.
Forse ci eravamo dati appuntamento qui ed ora, come in un racconto di Dick, e io non lo sapevo.

Sono stato via, ma sono tornato.
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mercoledì, 07 giugno 2006
Mi sono sempre chiesto come raffigurare il tempo.

Le tavole cronologiche piatte e monotone non mi sono mai piaciute e i calendari circolari dei Maya, con il tempo che ricomincia al termine di ogni ciclo, sono arrivati troppo tardi per potermi influenzare. Quindi ho sempre immaginato il tempo come una grande V con al vertice, in basso, l'anno zero da cui tutto parte e a cui tutto arriva, secondo le nostre convenzioni storiche. E' uno schema che mi sono inventato al tempo delle elementari, quando dovevo ricordarmi di contare all'indietro gli anni prima dello zero, quelli sul ramo sinistro della mia V.

L'andamento è tutt'altro che regolare. Certo, ci sono tanti piccoli gradini, in questa scala, uno per ogni anno, e alcuni sono più alti degli altri perchè ci sono anni che valgono come decenni. E ad ogni cambio di secolo c'è un pianerottolo.

Il vertice di destra la scala a V è, alla sua sommità, in costruzione perchè quest'ultimo pezzo, che parte dalla mia nascita e arriva fino a questo preciso istante, è la mia vita. Ogni anno vi aggiungo un gradino e posso ripercorrerla verso l'alto o verso il basso per rivivere il passato come se fosse il presente, come se si trattasse di due mondi confinanti e non separati, due bolle di sapone che nel loro volo si uniscono condividendo una porzione della loro delicatissima parete.

Forse è questo nuovo pensiero che mi spinge - oggi - verso la necessità di ripercorrere sentieri già battuti provandone di nuovo emozioni e profumi, di esplorare la sottile membrana che separa, ma al tempo stesso unisce, passato e presente.
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giovedì, 25 maggio 2006
Van Gogh, Notte stellataLa primavera ci regalava il possesso della notte e, nei capelli, l'aria fresca di maggio che spargeva le lacrime sulle guance, mentre pedalavamo nell'oscurità dietro ai coni di luce delle nostre biciclette. Al termine di un inverno di attesa arrivava il permesso di uscire dopo Carosello e le nostre dinamo tornavano in vita nei sabato sera. Le serate erano lunghe e luminose e la notte un territorio eccitante e sconosciuto che aspettava solo di essere esplorato.

Il campo del Carmine era un grande prato incolto incastrato fra una schiera di case basse e la vecchia chiesa sconsacrata posta proprio ai margini del centro storico. In realtà quel campo non aveva un nome ma noi bambini lo avevamo battezzato così. Era recintato da una vecchia rete metallica arrugginita e, come tutte le cose proibite, aveva un fascino irresistibile.

Parcheggiate le biciclette dietro l'angolo, strisciavamo con cautela sotto la rete in un punto in cui questa era parzialmente rialzata. Ci sembrava di entrare nel nostro regno segreto, in un mare scuro di erba alta su cui volteggiavano a centinaia le piccole lanterne delle lucciole. Ne raccoglievamo a decine nei nostri barattoli di vetro e correvamo a rifugiarci sotto i rami del grande bosso che cresceva in un angolo.
La pianta ci permetteva di oltrepassare i suoi rami più esterni e di rifugiarci presso il suo tronco, come in una caverna di legno e foglie che la luce delle lucciole intrappolate illuminava appena. Più tardi, a casa e custoditi sotto un bicchiere, gli insetti, in seguito ad un misterioso fenomeno, producevano monetine guadagnandosi così la libertà.

Il campo del Carmine c'è ancora. A fianco della chiesa hanno costruito delle palazzine che ospitano uffici e il prato incolto è diventato un giardino. Ci sono passato poche sere fa, in bicicletta, non certo per caso, ma per soddisfare, come spesso avviene negli ultimi tempi e in certe fasi della vita, il bisogno di ritrovare le proprie tracce e far riaffiorare ricordi nascosti.
La vecchia rete non c'è più e il giardino è protetto da una bella cancellata. Nonostante fosse notte inoltrata il cancello era aperto ed io non ho saputo resistere.
Varcare quella soglia è stato come ritornare indietro nel tempo: la stessa oscurità, lo stesso profumo di notte e di erba. Erba tagliata, rasata con cura. Eppure mi sembrava di sentire ancora il solletico degli steli sulle gambe nude, la punta dell'erba che si piegava docile sotto i palmi delle mani aperte verso il basso ad accarezzarla.
E, non ci crederete, di nuovo il prato era inondato di lucciole.

Il vecchio bosso era ancora là e io sono passato a salutarlo come si fa con un vecchio amico. La fessura tra i rami c'è ancora e io ci sono entrato a fatica. Il tronco adesso è più grosso ma la sensazione è stata la stessa di un tempo. Mi piace pensare che il bosso, più vecchio e più saggio, abbia riconosciuto il tocco della mia mano sul suo legno antico.
Ho di nuovo attraversato il prato trapunto di lucciole, sembrava la notte stellata di Van Gogh, e sono tornato alla bicicletta, stupito di non averla trovata rossa fiammante, coperta di adesivi colorati e con i pendagli variopinti ai lati del manubrio.

In quel momento gli anni di cui mi ero liberato in quei pochi minuti mi sono precipitati addosso tutti insieme, come un cappotto troppo pesante da indossare. Ero di nuovo qui, in questo spazio e in questo tempo.
Mi sono lasciato dietro le stelle del cielo e quelle che ondeggiavano lente sul prato.
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