Chiamo a testimone calamaio e penna e quello che con la penna si scrive;
Chiamo a testimone l’ombra incerta del crepuscolo e la notte e tutto quello che essa ravviva;
Chiamo a testimone la luna piena e l’alba che imbianca;
Chiamo a testimone il giorno del giudizio e l’anima che si accusa da se stessa;
Chiamo a testimone il tempo, inizio e fine di tutto – che l’uomo è sempre in perdita
Questo antefatto non è necessario per comprendere e apprezzare il romanzo di Selimović ma aiuta a capire la trasformazione che avviene nel cuore del protagonista del libro che vive la stessa tragedia dell’autore.
Ahmed Nureddin, derviscio mevlevi, è un uomo tranquillo. La sua vita è scandita dai rituali religiosi e dai ritmi della tekke, di cui è lo stimato sceicco, in una cittadina bosniaca al tempo (forse l’inizio del settecento) della dominazione turca. Il Corano è alla base della sua esistenza, guarda la sua vita scorrere davanti a sé come se appartenesse ad un altro, certo delle sue verità codificate e consapevole della propria importanza sociale e della propria onestà, isolato dal mondo degli uomini che si agita fuori dalle porte della sua confraternita.
Ma questo mondo, apparentemente immoto e stabile, si inclina su un fianco e cade a pezzi il giorno in cui suo fratello minore viene ingiustamente imprigionato. Nuredin, sicuro della propria autorevolezza, chiede spiegazioni al cadì ma non riesce ad ottenere nemmeno una giustificazione per la prigionia del fratello. L’universo gli crolla addosso quando il giovane viene giustiziato. E’ a questo punto che il pacifico sceicco inizia la sua trasformazione e dalla contemplazione passa alla vendetta usando a piene mani la sua rispettabilità e la sua posizione sociale per fomentare una rivolta, abbattere il potere del cadì e compiere la sua vendetta facendolo uccidere e prendendone il posto. Finisce così per somigliare ogni giorno di più a colui che ha sostituito. Arriverà al punto di imprigionare il suo unico amico, l’unico sostegno rimastogli. Solo allora, prossimo alla disgrazia finale, circondato dai nemici e dalla sua stessa coscienza, si renderà conto che la sua sete di vendetta lo ha portato oltre la giustizia, a percorrere il sentiero che separa quest’ultima dalla prevaricazione.
Il libro è la storia di questo passaggio dal bene al male, dalla ricerca della giustizia alla vendetta, dalla pace al tormento, una lenta e inarrestabile caduta verso l’abisso. Il ruolo religioso di Nuredin (che significa luce della fede), le continue citazioni del Corano e di mistici islamici non debbono ingannare, sono solo un paravento un po’ esotico che adorna la storia senza luogo e senza tempo del libro: un viaggio nell’animo umano che si trasforma, un cammino inquietante perché mostra l’altra faccia di noi stessi.
Pubblicato, nel 1966, è divenuto immediatamente un libro di testo nelle scuole yugoslave ed è tuttora considerato uno dei più brillanti esempi di letteratura slava.
Il derviscio e la morte, 1966
Trad.: Lionello Costantini
Ed. Baldini & Castoldi







(…)
I cieli non sono umani, ma c'è qualcosa forse più di questi cieli, la compassione e l'amore di cui mi sono ormai dimenticato e che ho dimenticato.
Mi chiedo spesso perchè mai debba legarmi agli oggetti. Materia inerte, morta, a volte mai vissuta, eppure non riesco a non immaginare in loro una remotissima anima.
Dopo la puntura tutto cambia. Dal letto si distende fino alla finestra una strada fatta di luna, larga, e per quella strada sale un uomo in mantello bianco foderato di porpora e va verso la luna. Vicino a lui cammina un giovane con un chitone stracciato e il viso deturpato. Camminando fianco a fianco discorrono con calore, discutono, cercano di concludere un colloquio.
Evidentemente Alcide faceva evoluzioni nel sublime come se fosse casa sua, per così dire con familiarità, dava del tu agli angeli, questo ragazzo, e aveva l'aria da niente. Aveva offerto quasi senza un dubbio a una ragazzina vagamente apparentata anni di tortura, l'annichilimento della sua povera vita in quella torrida monotonia, senza condizioni, senza mercanteggiare, senz'altro interesse che quello del suo buon cuore. Offriva a quella ragazzina lontana tanta tenerezza da rifare il mondo e questo non si vedeva.
Se cerco tra i miei ricordi quelli che mi hanno lasciato un sapore durevole, se faccio il bilancio delle ore che contarono, ritrovo infallibilmente ciò che nessuna ricchezza sarebbe valsa a procurarmi. Non si compera l'amicizia di un Mermoz, di un compagno vincolato per sempre a noi dalle prove vissute insieme.
Anni fa, in una intervista in occasione dell'uscita del suo film Il Piccolo Buddha, Bernardo Bertolucci affermò che il buddismo è una religione intelligente.