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Ho udito molti anni di parole, e molti anni dovrebbero portare un mutamento.
La palla che lanciai giocando nel parco non ha ancora raggiunto il suolo.

Dylan Thomas

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luna
CURRENT MOON
moon phase

ipse dixit
Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d'infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell'infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d'amore, nessuna uguale all'altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge



Se non puoi essere un pino in cima a una collina sii una sterpaglia nella valle, ma la miglior sterpaglia sul fianco della collina. Sii un cespuglio se non puoi essere un albero. Se non puoi essere una strada sii un sentiero. Se non puoi essere il sole sii una stella. Perché non è dalla dimensione che si vince o si perde. Sii il meglio di ciò che sei.

Martin Luther King, Barratt Junior High School, Philadelphia, 26 ottobre 1967
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Stefania Calledda, Attimi d'abisso
Stefania Calledda
Attimi d'abisso


Campagna Emergency Dritto al Cuore

Le vie infinite dei rifiuti di Alessandro Iacuelli
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Alcune immagini sono tratte dal web, in caso di problemi avvisate e saranno immediatamente rimosse.
mercoledì, 07 maggio 2008
Nel nome di Dio, clemente, misericordioso.
Chiamo a testimone calamaio e penna e quello che con la penna si scrive;
Chiamo a testimone l’ombra incerta del crepuscolo e la notte e tutto quello che essa ravviva;
Chiamo a testimone la luna piena e l’alba che imbianca;
Chiamo a testimone il giorno del giudizio e l’anima che si accusa da se stessa;
Chiamo a testimone il tempo, inizio e fine di tutto – che l’uomo è sempre in perdita

Verso la fine del 1944 il partigiano titino Sevkija Selimović ruba dal magazzino dei beni popolari un letto. Gli serve solo per dare un po’ di conforto alla moglie, appena liberata da un campo di concentramento nazista, ma in seguito a questo furto  Sevkija viene arrestato e condannato a morte dal tribunale partigiano yugoslavo. La sua fucilazione ispirerà al fratello minore Meša Derviš i smrt, Il derviscio e la morte, un romanzo importantissimo nel panorama letterario yugoslavo.
Questo antefatto non è necessario per comprendere e apprezzare il romanzo di Selimović ma aiuta a capire la trasformazione che avviene nel cuore del protagonista del libro che vive la stessa tragedia dell’autore.

Ahmed Nureddin, derviscio mevlevi, è un uomo tranquillo. La sua vita è scandita dai rituali religiosi e dai ritmi della tekke, di cui è lo stimato sceicco, in una cittadina bosniaca al tempo (forse l’inizio del settecento) della dominazione turca. Il Corano è alla base della sua esistenza, guarda la sua vita scorrere davanti a sé come se appartenesse ad un altro, certo delle sue verità codificate e consapevole della propria importanza sociale e della propria onestà, isolato dal mondo degli uomini che si agita fuori dalle porte della sua confraternita.
Ma questo mondo, apparentemente immoto e stabile, si inclina su un fianco e cade a pezzi il giorno in cui suo fratello minore viene ingiustamente imprigionato. Nuredin, sicuro della propria autorevolezza, chiede spiegazioni al cadì ma non riesce ad ottenere nemmeno una giustificazione per la prigionia del fratello. L’universo gli crolla addosso quando il giovane viene giustiziato. E’ a questo punto che il pacifico sceicco inizia la sua trasformazione e dalla contemplazione passa alla vendetta usando a piene mani la sua rispettabilità e la sua posizione sociale per fomentare una rivolta, abbattere il potere del cadì e compiere la sua vendetta facendolo uccidere e prendendone il posto. Finisce così per somigliare ogni giorno di più a colui che ha sostituito. Arriverà al punto di imprigionare  il suo unico amico, l’unico sostegno rimastogli. Solo allora, prossimo alla disgrazia finale, circondato dai nemici e dalla sua stessa coscienza, si renderà conto che la sua sete di vendetta lo ha portato oltre la giustizia, a percorrere il sentiero che separa quest’ultima dalla prevaricazione.

Il libro è la storia di questo passaggio dal bene al male, dalla ricerca della giustizia alla vendetta, dalla pace al tormento, una lenta e inarrestabile caduta verso l’abisso. Il ruolo religioso di Nuredin (che significa luce della fede), le continue citazioni del Corano e di mistici islamici non debbono ingannare, sono solo un paravento un po’ esotico che adorna la  storia senza luogo e senza tempo del libro: un viaggio nell’animo umano che si trasforma, un cammino inquietante perché mostra l’altra faccia di noi stessi.

Pubblicato, nel 1966,  è divenuto immediatamente un libro di testo nelle scuole yugoslave ed è tuttora considerato uno dei più brillanti esempi di letteratura slava.

Meša Selimović
Il derviscio e la morte, 1966
Trad.: Lionello Costantini
Ed. Baldini & Castoldi

postato da: dodo712 alle ore 11:59 | Link | commenti (20)
categoria:biblioteca
giovedì, 13 marzo 2008
Ci sono cose che non riuscirò mai a fare. Scrivere poesie, ad esempio.
Non ricordo di aver mai scritto un solo verso in vita mia, è oltre la mia portata. Non per questo non sono un buon lettore di poesia e provo sempre una sottile, benevola invidia nei confronti di chi riesce a condensare in poche righe un pensiero, un concetto, un sentimento, un pezzettino della propria anima e della propria storia, a dare forma, partendo  da un foglio bianco, ad una scultura fatta di parole. Nella mia macchina c’è  sempre un libro di poesie, è una specie di cassetta del pronto soccorso: se sono in anticipo ad un appuntamento oppure bloccato nel traffico prendo il mio libro, lo apro e leggo qualcosa. In questo momento nella tasca dello sportello ho la solita raccolta di Dylan Thomas.

Quelle di Stefania ho imparato a conoscerle da tempo, da quando cioè ci siamo scambiati commenti sui rispettivi blog appena aperti e il suo spazio è diventato uno degli appuntamenti regolari. Mi sono pian piano diventate familiari, come familiari sono ormai le lucide analisi politiche, sociali ma anche i ritratti dei suoi compagni di viaggio, umanissimi, e di se stessa. 

Confesso che non le ricordavo così belle. Ho cominciato a rileggerle, rigorosamente da solo seguendo i dettami di Whitman che suggerisce di farlo a voce alta, ascoltando il suono della propria lingua che scivola sulle parole.
Certamente conoscere qualcosa di chi scrive ti fa leggere in modo diverso, con maggiore attenzione alle sfumature, perché pensi che ti sia più chiaro ciò che vive tra le parole e da quali profondità  esse scaturiscono. Ma questo può anche essere fuorviante perché suggerisce un punto di partenza che potrebbe non essere lo stesso dell’autore. Mi scuso in anticipo con  Stefania per questo inevitabile  condizionamento.

Non so ergermi a critico che scandaglia, legge oltre le righe, incastra i versi nella storia e nel cammino dell’autore. Il mio rapporto con la poesia è estremamente banale: mi piace, mi lascia indifferente, oppure non mi piace affatto.
Quelle raccolte in Attimi d’abisso mi piacciono, perché scorrendo giù dagli occhi all’anima ti lasciano qualcosa appiccicato addosso, una traccia importante del loro passaggio. Toccano corde e le fanno vibrare, hanno il grande pregio di non lasciare indifferenti.
Mi sembra di scorgere un sentiero, nel libro. L’ordine in cui i brani sono proposti non sono probabilmente casuali, si ha la sensazione di un processo, di un cammino, di un cambiamento. C’è rabbia, sconforto, impotenza, ma anche solitudine,  lotta, ribellione,  rifiuto della commiserazione altrui, fino ad arrivare alla consapevolezza che anche questa è vita, che noi siamo, sempre e comunque, molto di più della nostra sofferenza, del nostro dolore, della nostra fragilità, compagni dai quali è possibile trarre forza, se riusciamo a guardarli dritto negli occhi. E nell’ultima drammatica poesia quella mano che tiene l’altra è piena di grandezza e umanità, non solo di dolore ma di vita, sempre.
Non una notte che lascia intravedere un giorno nuovo, non la certezza di un’alba attesa dopo le tenebre, ma una luce debole eppure invincibile, una forza caparbia che a quella notte corre parallela, che non arriva come un dono ma già c’è, già pulsa in noi nell’attesa di essere scoperta.  Guardare la vita attraverso una lente senza lasciare che quest’ultima sia la vita stessa. Una risorsa che è parte di noi, non facile da raggiungere se non attraverso un cammino dentro se stessi rivelato dalla sofferenza e dalle difficoltà. Non a caso la citazione di Camus (Nel pieno dell'inverno ho scoperto in me un'invincibile estate, Lo Straniero, 1942) ti mette in guardia sin dalla prima pagina.

Questo ho intravisto (o creduto di intravedere), se sia giusto o meno non so, sarà Stefania a dirlo, se vorrà, ma è ciò che Attimi d’abisso ha lasciato depositato dopo il suo fluire.  Non sono buono a recensire poesie, ad apprezzarne la tecnica o a soppesare ogni parola per scoprire il motivo per cui è stata scelta. Preferisco recensire la persona che le ha scritte, perché ogni poesia è chi la scrive, e farlo con il cuore più che con la mente.  Per il poco che so di lei, per il poco che ho scorto tra i suoi versi, per quella sensibilità e saggezza, umanità e intelligenza,  che sempre dimostra quando scrive.

E' un libro che lascia un’impronta, un libro intenso, che insegna ed arricchisce. E'  una splendida lettura - la migliore degli ultimi tempi - dalla quale si emerge con gli occhi un po’ più aperti. Per questo da oggi farà compagnia a Dylan Thomas.


Stefania Calledda
Attimi d'abisso
Ed. La Riflessione

postato da: dodo712 alle ore 22:45 | Link | commenti (23)
categoria:biblioteca
mercoledì, 20 giugno 2007
(…)
Materia ed energia erano terminate e, con esse, lo spazio e il tempo. Perfino AC esisteva unicamente in nome di quell'ultima domanda alla quale non c'era mai stata risposta dal tempo in cui un assistente semi-ubriaco, dieci trilioni d'anni prima, l'aveva rivolta a un calcolatore che stava ad AC assai meno di quanto l'uomo stesse all'Uomo.
Tutte le altre domande avevano avuto risposta e, finché quell'ultima non fosse stata anch’essa soddisfatta, AC non si sarebbe forse liberato della consapevolezza di sé.
Tutti i dati raccolti erano arrivati alla fine, ormai. Da raccogliere, non rimaneva più niente.
Ma i dati raccolti dovevano ancora essere correlati e accostati secondo tutte le relazioni possibili.
Un intervallo senza tempo venne speso a far questo.
E accadde, così, che AC scoprisse come si poteva invertire l'andamento dell'entropia.
Ma ormai non c'era nessuno cui AC potesse fornire la risposta all'ultima domanda. Pazienza! La risposta - per dimostrazione - avrebbe provveduto anche a questo.
Per un altro intervallo senza tempo, AC pensò al modo migliore per riuscirci. Con cura, AC organizzò il programma.
La coscienza di AC abbracciò tutto quello che un tempo era stato un Universo e meditò sopra quello che adesso era Caos. Un passo alla volta, così bisognava procedere.
LA LUCE SIA! disse AC.
E la luce fu ...
L'ultima domanda, Isaac Asimov, 1956

Il racconto L'ultima domanda fu scritto da Asimov agli albori dell'era informatica. E' uno dei suoi racconti più celebri e verte su una domanda, una delle tante, poste ad un calcolatore di nome Multivac (gli informatici più attempati ricorderanno che una delle marche storiche al tempo in cui i computer occupavano intere stanze era la Univac).
L'ultima domanda posta al supercomputer da due operatori un po' alticci era se si poteva, e come, arrestare la decadenza dell'universo. Per milioni e milioni di anni il computer e i suoi discendenti continuano ad elaborare gli ultimi processi che la razza umana, ormai scomparsa, ha sottoposto loro. Finchè non rimane che una domanda, l'ultima, l'unico motivo che ancora giustifichi il lavoro della macchina. Il finale è quello riportato sopra ma forse la domanda non è quella più probabile.
Non sarei affatto interessato a vivere per migliaia di anni ma sarei curiosissimo di poter vedere come va a finire questa avventura umana, fino a che punto questa specie riuscirà a progredire (non solo in senso scientifico) e se in qualche modo riuscirà mai a dare una risposta alla domanda più scontata, più difficile, più sensata che un essere umano possa porsi.
Qual'è il senso di tutto questo, del mio passaggio qui? La disperata domanda a cui ogni filosofia o religione ha cercato, in ogni tempo, di dare una risposta.
postato da: dodo712 alle ore 12:17 | Link | commenti (51)
categoria:pensieri e parole, biblioteca
martedì, 27 febbraio 2007

I cieli non sono umani, ma c'è qualcosa forse più di questi cieli, la compassione e l'amore di cui mi sono ormai dimenticato e che ho dimenticato.
Una solitudine troppo rumorosa, Bohumil Hrabal, 1981

Sfogliando le prime pagine l'ho visto subito.
E' un lungo capello castano, sottile e sinuoso, tenuto casualmente dal bordo del nastro adesivo che ferma la plastica protettiva alla copertina del libro appena preso in prestito in biblioteca. Arbitrariamente decido che si tratta di un capello femminile, forse appartenente ad una lettrice che mi ha preceduto. In realtà potrebbe essere dell'impiegata al bancone ma, non so perchè, scarto questa ipotesi.

Il libro è consunto, vecchio, vissuto, sottolineato e pieno di richiami, tutto il contrario di come si dovrebbe trattare un oggetto non proprio. Questi segni a matita probabilmente sono stati tracciati da molti lettori che, nel corso degli anni, hanno avuto in mano il volume, tuttavia mi piace schiacciare i segni sullo stesso piano temporale per attribuirli alla misteriosa donna che ha lasciato cadere il suo capello tra le pagine. Come quando, guardando una costellazione, ne annulliamo la profondità e la distanza.

Inizia così una specie di doppia lettura, quella di Una solitudine troppo rumorosa e quella, parallela, della personalità dell'anonima lettrice, facendo attenzione a che cosa ha sottolineato, a che cosa, in quelle pagine, ha colpito la sua attenzione.
Frasi ad effetto, alcune poetiche altre tristissime, citazioni di Kant e il suo epitaffio, interi periodi deprimenti e cupi. Una specie di ossessione per la frase che Hrabal ripete molte volte nel libro: solo quando siamo stritolati esprimiamo il meglio di noi stessi. Ma anche, finalmente, un grande segno rotondo attorno a quelle poche parole: oggi è stata una bella giornata.

A giudicare dalle condizioni del libro si può intuire che presto verrà destinato al macero, finendo nelle mani di un collega del protagonista della storia, un operaio di Praga - addetto alla pressa che distrugge carta e libri - che cerca di salvare le opere che ama riempiendo la sua casa di volumi.

Chissà se quell'operaio sfoglierà questo libro e lo metterà da parte, salvando dalla distruzione la storia del suo collega praghese e gli appunti dell'anonima lettrice. Dopo tutto sarebbe un destino perfetto, per il triste operaio Hanta, quello di finire nelle mani di qualcuno che gli somiglia.

postato da: dodo712 alle ore 09:02 | Link | commenti (28)
categoria:pensieri e parole, biblioteca
mercoledì, 10 gennaio 2007
Mi chiedo spesso perchè mai debba legarmi agli oggetti. Materia inerte, morta, a volte mai vissuta, eppure non riesco a non immaginare in loro una remotissima anima.
Forse è solo un problema di ricordi che si appiccicano alle cose e vi rimangono talmente incollati da divenirne parte; gettandole via temo di perdere anche la memoria che vi si è avvinghiata come un rampicante.

Specialmente i libri. Li presto poco volentieri e solo a persone che so per certo attribuire loro lo stesso valore dei quali io li rivesto. E poi un libro non significa solo carta e parole ma anche un percorso, la storia della sua lettura, costellata di appunti, richiami, annotazioni, commenti, sottolineature. Anche loro sono ricoperti di incrostazioni di memoria, e l'Odissea risuona di allegre notti catalane mentre il Chuang-Tzu ha il sapore delle spiagge ventose di Lefkada.

E così li conservo. Quelli a cui sono particolarmente affezionato sugli scaffali della libreria, gli altri in cassetti, cassapanche, armadi, sempre comunque a portata di mano  in caso di urgenza - dove per urgenza s'intende l'improvvisa necessità di recuperarvi una frase, una nota, un ricordo.
Ogni tanto vado a far loro visita per sfogliarli di nuovo, ripromettendomi di vendere quelli meno interessanti a qualche commerciante di libri usati, ma non lo faccio mai. Mi sembrerebbe un tradimento e ne soffrirei. Dopo tutto come si può vendere un vecchio amico, un antico compagno di strada?
postato da: dodo712 alle ore 18:23 | Link | commenti (33)
categoria:biblioteca, dodo
martedì, 14 novembre 2006
Fredrich Overbeck (1789-1869)  -  Acquarello su cartone - Musei VaticaniDopo la puntura tutto cambia. Dal letto si distende fino alla finestra una strada fatta di luna, larga, e per quella strada sale un uomo in mantello bianco foderato di porpora e va verso la luna. Vicino a lui cammina un giovane con un chitone stracciato e il viso deturpato. Camminando fianco a fianco discorrono con calore, discutono, cercano di concludere un colloquio.
Il Maestro e Margherita, Michail Bulgakov, 1966

Chi ha letto il Maestro e Margherita non può non ricordare le pagine finali del libro.
La lunga cavalcata di Woland e del suo seguito che accompagnano Margherita ed il suo amico verso la loro ultima destinazione. Nei loro mantelli neri i personaggi, trasfigurati dalla luce della luna, abbandonano le loro grottesche sembianze mentre le tenebre avvolgono la terra, spegnendo la luce del sole che si rifrange in mille frammenti sulle finestre di Mosca rivolte a occidente.
E dalla cima della rupe si scorge una strada di luce lunare e in lontananza Gerusalemme. E su quella strada due uomini camminano discutendo, Cristo e il quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.

Sarebbe bello che ci fosse un Dio come quello descritto da Bulgakov, un Dio talmente umano da trattenersi a discutere con il governatore romano, un Dio capace di inginocchiarsi per asciugare le lacrime dei bambini vittime di guerre, violenze, malattie e spiegare loro perchè sono stati scippati della loro vita, per quale incomprensibile disegno tutto ciò sia potuto accadere. E sapesse sorreggere le loro madri per quella perdita che non si può colmare. Un Dio che si aggirasse fra i reparti degli ospedali e tra le baracche di chi non ha più niente o niente ha mai avuto, pronto a sedersi per spiegare, come un uomo fra gli uomini, il motivo di tante sofferenze e la ragione per cui a volte sembra così indifferente alla disperazione dei suoi figli.
postato da: dodo712 alle ore 08:45 | Link | commenti (33)
categoria:biblioteca, religioni
venerdì, 12 maggio 2006
Una spolveratina agli scaffali della propria biblioteca a volte riserva piacevoli ricordi che riaffiorano inaspettati. E' il caso di questo minuscolo libro che dieci anni fa rappresentò un piccolo caso editoriale, innescato anche grazie ad un articolo di Gianni Riotta sul Corriere della Sera che si concludeva con questo invito: se leggete un libro all'anno, quest'anno leggete questo.

Alice Sturiale (1983 - 1996), fiorentina, ha vissuto solo dodici anni, ma li ha vissuti intensamente, aderendo alla propria esistenza con la pienezza che solo i bambini sono in grado di cogliere. Ne è testimonianza questo Il Libro di Alice, pubblicato a cura dei suoi meravigliosi genitori, che raccoglie brani del suo diario, lettere, riflessioni, poesie e i cui proventi vanno alla Fondazione (intitolata ad Alice) che si occupa di bambini con problemi di natura psico-fisica.

L'errore che tutti commettono - me compreso ovviamente - avvicinandosi a questo libro, è quello di aspettarsi una lettura triste e patetica. Niente di tutto questo. Certamente ci si commuove al pensiero di questa bambina costretta dalla sua malattia a passare quasi tutta la vita su una sedia a rotelle sorretta da un busto, ma non crediate di trovare pietismo o autocommiserazione per questa sua condizione. C'è anzi gioia e amore per la vita; c'è consapevolezza che questa sua condizione le offre un punto di vista diverso, ben più completo di quello dei suoi coetanei (e di molti adulti).
C'è cuore e lucidità negli scritti di Alice. Ma quando si crede di individuare una maturità che oltrepassa la sua età c'è sempre qualcosa di fortunatamente normale che ci ricorda che in fondo era una ragazzina come tante altre.

Niente ha impedito a questa bambina di sciare tra le gambe del padre, di fare il bagno sulla sua carrozzina nelle acque di Stintino, di frequentare gli scout e, con opportuni accorgimenti, di percorrere sentieri di montagna. Grazie al suo carattere forte e determinato ha gettato uno sguardo lucidissimo sulla sua condizione e sulla società che non si cura dei problemi di quelli come lei. Un suo articolo sulle barriere architettoniche disseminate per Firenze è stato pubblicato su La Nazione.

L'ultima parte del libro è dedicata ai pensieri dei suoi amici, dei compagni di scuola, degli scout, dei parenti. Ebbene, su nessuna di queste pagine incombe l'ombra della tragedia ma vi si percepisce il riflesso della luce che il suo carattere è riuscito a trasmettere a chi le stava accanto.

E' un libro positivo, tutt'altro che triste. un piccolo e prezioso promemoria per provare finalmente a viverla fino in fondo, questa vita.

Il disegno di un compagno di scuola delle elementari raffigura un enorme arcobaleno che si staglia contro il cielo azzurro; sotto, la dedica ad Alice recita: il cielo non è mai stato così grande.
Quanto bisogno abbiamo di quel cielo!

Dedicata alla Cami
Non bastano le parole
per parlare di te,
non bastano i pensieri,
non bastano i sogni.
Esiste solo
un piccolo grande nome:
Camilla
che neanche
la più bella poesia
di questo mondo
può raggiungere.
Solo una cosa
ne è all'altezza:
uno sguardo sincero
e una lieve carezza sul viso.

Novembre 1995, Alice Sturiale, Il Libro di Alice
postato da: dodo712 alle ore 13:03 | Link | commenti (11)
categoria:biblioteca
giovedì, 13 aprile 2006
Evidentemente Alcide faceva evoluzioni nel sublime come se fosse casa sua, per così dire con familiarità, dava del tu agli angeli, questo ragazzo, e aveva l'aria da niente. Aveva offerto quasi senza un dubbio a una ragazzina vagamente apparentata anni di tortura, l'annichilimento della sua povera vita in quella torrida monotonia, senza condizioni, senza mercanteggiare, senz'altro interesse che quello del suo buon cuore. Offriva a quella ragazzina lontana tanta tenerezza da rifare il mondo e questo non si vedeva.
Si addormentò di colpo, alla luce della candela. Finì che mi alzai per guardare bene i suoi tratti alla luce.
Dormiva come tutti. Aveva l'aria proprio normale. Però non sarebbe poi tanto male se ci fosse qualcosa per distinguere i buoni dai cattivi.
Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, 1932

Ci sono libri che, la prima volta che li avvicini, ti respingono, poi, più tardi, li riprendi in mano e cominci ad amarli. A me è successo con Viaggio al termine della notte.

Non nascondo che ero molto condizionato dalla pessima fama dell'autore. Louis Ferdinand Céline (1894 - 1961), pseudonimo di Louis Destouches, era quanto di peggio sembrava aver calcato l'Europa del novecento fra quelli che facevano il mestiere di scrittore. Antisemita, collaborazionista, sostenitore della Francia filonazista di Vichy. Fuggiasco attraverso la Germania in rovina e profugo nella tranquilla Danimarca, ritornò in patria dopo l'esilio per essere quasi totalmente dimenticato da una Francia che voleva disfarsi in silenzio della vergognosa stagione collaborazionista che tormentava la coscienza della nazione.

Eppure quest'uomo che sembrava riunire in sè tutte le meschinità del secolo ha scritto uno dei libri più significativi del Novecento europeo. Il suo mondo cupo ci accoglie fin dalla pagina d'apertura con la citazione di una canzone della Guardia Svizzera che, dopo aver servito Luigi XVI,  nel 1793 attraversò la Francia rivoluzionaria per riparare nei cantoni elvetici.

Notre vie est un voyage
Dans l'hiver et dans la nuit
Nous cherchons notre passage
Dans le ciel où rien ne luit.

La nostra vita è un viaggio
attraverso l'inverno e la notte
cerchiamo la nostra via
nel cielo dove niente brilla.

Dicevo che inizialmente si viene respinti dal linguaggio: è una specie di repulsione che mi ricorda il Gadda (mai digerito) di Quel pasticciaccio brutto..., una sorta di argot, una lingua parlata niente affatto letteraria, spezzettata e tutt'altro che amichevole. Ma una volta superato questo scoglio abbiamo accesso al mondo del medico Bardamu - povero fra i poveri - fatto di meschinità e miseria materiale  e morale, di bassifondi di tre continenti, di tragedie e di fango; un mondo dove i sogni non riescono neppure a sbocciare, uccisi sul loro nascere da una realtà troppo arida.

Ma in mezzo a questa melma ogni tanto emerge un personaggio, un tramonto, una descrizione di quelle che tolgono il respiro e fanno commuovere, come quando si vede un fiorellino che nasce in mezzo ad una discarica a dimostrare che anche quella è comunque vita.

Ringrazio Marcella (martik) che, l'altro giorno, mi ha fatto tornare in mente questo libro mentre commentavo il suo blog.


postato da: dodo712 alle ore 13:03 | Link | commenti (17)
categoria:biblioteca
martedì, 21 marzo 2006
Se cerco tra i miei ricordi quelli che mi hanno lasciato un sapore durevole, se faccio il bilancio delle ore che contarono, ritrovo infallibilmente ciò che nessuna ricchezza sarebbe valsa a procurarmi. Non si compera l'amicizia di un Mermoz, di un compagno vincolato per sempre a noi dalle prove vissute insieme.
Quella notte di volo con le sue centomila stelle, qualla serenità, quella sovranità di qualche ora, non può comperarle il denaro. Quell'aspetto nuovo del mondo dopo la tappa difficile, quegli alberi, quei fiori, quelle donne, quei sorrisi colorati di fresco dalla vita che l'alba ci ha reso poc'anzi, quel coro di piccole cose che ci ricompensano, non può comperarli il denaro.
Antoine de Saint-Exupéry, Terre des Hommes

La sabbia è rosa sotto la luna.
Sentiamo la mancanza di tutto, ma la sabbia è rosa.
Antoine de Saint-Exupéry, Terre des Hommes

Cosa si può mai pensare di un pilota così distratto da scambiare i litri con i galloni e precipitare senza carburante nel bel mezzo del deserto libico, da dimenticare di far uscire il carrello in fase di atterraggio, o così incosciente da rischiare ad ogni volo la vita per sorvolare - in piena guerra - con il suo ricognitore la casa di Agay dove passava le sue estati da bambino, oppure setacciare dal cielo per giorni le Ande alla disperata ricerca del suo amico disperso? Cosa si può pensare di un uomo che anche nella morte non è stato comune scomparendo nell'azzurro come il suo famosissimo omino?

L'idea che si ha di Antoine de Saint-Exupéry dai suoi libri, dalle sue lettere e dalle biografie che sono state scritte su di lui è quella di un uomo intelligente e sensibile, emotivo e sentimentale che metteva al primo posto fra i suoi valori la lealtà verso gli amici e l'amore per il mestiere, non quello di scrittore ma quello di aviatore, quello che lo ha portato a volare fino al suo ultimo giorno, falsificando i certificati medici che volevano costringerlo a terra invece che ai comandi del suo ricognitore in volo sulla Francia occupata.
Lo conosciamo soprattutto per il Piccolo Principe ma leggendo gli altri suoi libri meno conosciuti ci accorgiamo che Saint-Ex ha raccontato, a suo modo, sempre la stessa storia: la celebrazione della lealtà e dell'amicizia il cui condensato è riassunto proprio nel suo libro più famoso.
Dalle sue lettere e dai suoi taccuini di appunti si capisce molto della sua personalità timida ed entusiasta da bambinone alto e grosso il quale affermava che la sua più grande gioia era quando un amico in difficoltà si rivolgeva a lui per cercare aiuto, possibilmente nel cuore della notte.

Esce adesso, recensito sul Diaro di Repubblica di oggi da Michele Serrra, Daria Galateria e Frederic d'Agay, un volume con i suoi disegni che però poco sembra aggiungere alla sua figura. Il suo stile era pieno di emozione quando descriveva le cavalcate notturne fra le nubi in Volo di notte o la liberazione dello schiavo Bakr da una tribù mauritana in Terra degli uomini, un modo di scrivere talvolta un po' confuso o ridondante ma sempre coinvolgente. Fa un po' storcere il naso ai critici che non lo hanno mai troppo amato ma sono in molti, in Francia e altrove, a tenere tutti i suoi libri ben allineati sullo scaffale delle loro librerie. Io sono fra questi.

fonte:
Il taccuino segreto del Piccolo Principe di D. Galateria, M. Serra e F. d'Agay,
La Repubblica
Antoine de Saint-Exupéry, una biografia di Stacy Schiff, Bompiani
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categoria:biblioteca
giovedì, 16 marzo 2006
Anni fa, in una intervista in occasione dell'uscita del suo film Il Piccolo Buddha, Bernardo Bertolucci affermò che il buddismo è una religione intelligente.

Ieri su Repubblica Piergiorgio Odifreddi parla dell'ultimo libro del Dalai Lama, L'abbraccio del mondo. Quando scienza e spiritualità si incontrano (Sperling & Kupfer), nel quale vengono affrontati i problemi sul rapporto scienza e religione. Se le parole riportate non uscissero dalla penna dell'Oceano di Saggezza sembrerebbero pronunciate da uno scienziato qualsiasi. Si dice infatti: "Ci sono molte aree del pensiero buddista tradizionale in cui le spiegazioni e le teorie sono rudimentali, se paragonate a quelle della scienza moderna" e ancora: "Se l'analisi scientifica dimostrasse che certe credenze del Buddismo sono false, bisognerebbe accettare le scoperte della scienza e abbandonare quelle credenze".

Sarebbe inconcepibile anche solo immaginare che un papa, un cardinale, un vescovo, un pastore, un rabbino, un alim sunnita o un imam sciita, possano enunciare simili concetti senza essere tacciati di follia. E' concepibilissimo, invece, in ambito buddista visto che a Buddha stesso è attribuita l'esortazione ai propri seguaci a non accettare passivamente la validità dei suoi insegnamenti basandosi solo sulla sua venerabilità. Tutto il contrario di quanto siamo abituati a sentire dalle religioni del Libro. D'altra parte un gran numero di pratiche buddiste si fondano sull'esperienza (lo Zen non si insegna sui libri ma attraverso la pratica diretta, da maestro ad allievo).

Forse è anche a questo che si riferiva Bertolucci nella sua affermazione. Come è solito dire un mio caro amico, non sono molto religioso, ma se lo fossi probabilmente sarei buddista.

fonte: La Repubblica, Budda e la scienza di Piergiorgio Odifreddi
postato da: dodo712 alle ore 13:50 | Link | commenti (22)
categoria:biblioteca, religioni