Da oltre dodici secoli, adagiato sui fianchi dell'Appennino Toscano, il paesino natale di mia madre domina la vallata verde di castagni. Con la sua chiesetta sulla sommità, le casette a grappolo, una attaccata all'altra quasi a volersi riscaldare nei cupi inverni, le sue stradine lastricate di piccole storie e i suoi sessanta residenti, sembrava quanto di più tranquillo e immutabile si potesse concepire.
Come ogni anno anche questa volta avevo accompagnato mia madre a passare l'estate nella piccola casa di famiglia, secondo un'abitudine che andava avanti da sempre e che le permetteva di sfuggire al caldo della città. L'inverno era alle spalle e la bottega di alimentari, con bar annesso, aveva riaperto i battenti con una nuova gestione che sarebbe durata fino al temrine dell'estate per poi lasciare le sessanta anime - quasi tutti ultrasettantenni - alla loro solitudine invernale.
In paese conoscevo tutti e uscire per andare verso l'unica piazza a salutare i vecchietti, ogni anno in numero sempre più esiguo, era ormai un rito piacevole al quale non amavo sottrarmi. Ma questa volta qualcosa era diverso. C'era un'agitazione palpabile, una strana atmosfera elettrica, come se una nave aliena fosse discesa nei dintorni ed avesse soggiogato al suo volere le menti degli abitanti del paese.
La realtà - davvero aliena - non era poi tanto diversa.
Il vecchio O era uno dei personaggi tipici del paese. Molto più arguto di quanto volesse far intendere attraverso il suo linguaggio strascicato e il suo aspetto dimesso, teneva in mano il segno rivelatore del cataclisma che aveva sconvolto la vita tranquilla del paesino: una lattina di Coca-Cola.
"Ora 'un si po' bere neanche un po' di Cohahola?" tentava pateticamente di giustificarsi. Ma in un borgo in cui si piange ancora la scomparsa dei fiaschi impagliati di Chianti come la perdita di un caro amico, il bianco e rosso della lattina rappresentava una sospetta rivoluzione epocale.
Il nocciolo del problema - me lo sentivo - era nel bar.
Il nocciolo del problema, fu chiaro appena varcata la soglia della vecchia bottega, possedeva suadenti occhi azzurri, corti capelli biondi e una maglietta scollatissima, prossima all'esplosione, che lasciava scoperte le spalle e l'ombelico, evidenziando un fisico da velina, e che recava la scritta esotica Irina in caratteri cirillici formati da brillantini colorati.
Irina era la collaboratrice stagionale del gestore, stagionale anche lui, della bottega. Lo venni a sapere da un nugolo di omini ammassati sul muretto di fronte alla piazza. Proveniva dall'Ucraina ma per le anziane donne del paese - che certamente la vedevano come la Bocca di rosa di De Andrè - era semplicemente la russa, mentre i più nostalgici fra i vecchietti - ignari di alcuni piccoli particolari storici - le si rivolgevano con un tenerissimo tovarich, pensando di farla sentire più vicina a casa.
Gli ormoni sopiti dei vecchietti, in combutta con un cervello che le dure necessità della vita in montagna avevano oltremodo affinato, avevano escogitato uno stratagemma per poter sfruttare la situazione. La sceneggiatura era sempre la stessa. Simulando un paio di colpi di tosse e con l'aria di chi sta per morire da un momento all'altro gli astuti montanari si avvicinavano al bancone del bar e, con un filo di voce, procedevano alla loro ordinazione. La ragazza, ovviamente, non capiva il borbottìo e, volgendo gli occhi al cielo ormai rassegnata ad interpretare il ruolo che le era richiesto, si sporgeva in avanti per comprendere meglio esponendo così il suo commovente decolleté agli sguardi nostalgici e neanche tanto furtivi degli anziani clienti.
Ma non tutto era ancora chiaro: perchè così tante lattine rosse nelle mani degli arzilli vecchietti? Dopo dieci minuti di permanenza nel locale la soluzione del caso fu evidente. Che fosse Coca-Cola oppure detersivo poco importava. L'ingegno appenninico doveva necessariamente averci impiegato qualche giorno ma alla fine aveva individuato il prodotto riposto nello sportellino in basso, proprio sotto il bancone. Una volta identificato il prezioso complice nelle rosse lattine il gioco era fatto.
Sì, perchè, nelle giornate adatte, cioè quando Irina indossava una minigonna da urlo, la richiesta della bevanda comportava una curvatura in avanti del busto con contemporanea genuflessione per aprire lo sportellino e raggiungerne il contenuto. Tutto questo procurava agli occhi dei vecchietti la rarissima possibilità, in un solo colpo, di frugare nella scollatura della ragazza e di ammirarne le gambe lasciate scoperte nel movimento.
Un'apoteosi!
Conoscendo i miei polli, non mi sorprenderebbe se alcuni di loro avessero supplicato il loro medico per una richiesta urgentissima per rimuovere le cateratte che impedivano di godere del sublime panorama slavo.
Dopo aver salutato i miei vecchietti e mia madre mi voltai a guardare la piazza brulicante di omini; molti di loro tenevano in mano una bibita, un gelato, alcuni una lattina rossa. La bella vita sarebbe durata fino a settembre, poi sarebbero ripiombati nel lungo e triste inverno ma almeno avrebbero avuto il piacevole ricordo delle morbide forme di Irina la russa e della loro irripetibile estate.
Quei vecchietti terribili mi facevano un po' tenerezza. Probabilmente ne facevano anche alla ragazza che si prestava pazientemente al loro gioco.
Buona estate, ragazzi. Finii la mia Coca-Cola e tornai a casa.