Serata grigia, pervasa da una malinconia non cercata, una di quelle sere in cui i ricordi si affollano ai confini della tua mente e premono per entrarvi vestiti di rimorso e rimpianto. E’ buio quando decido di uscire per cercarmi una solitudine che mi aiuti a liberarmi da questi compagni.
Serata di pioggia. E’ bello passeggiare lentamente per le strade, gettare uno sguardo alle finestre illuminate che bucano la notte, sentire il rumore di posate appoggiate sui piatti, voci e lampi di televisori accesi, immaginare i commensali che cenano, cercare di capire, dai lampadari appesi al soffitto, chi sono gli abitanti di quelle case; forse vecchi, bambini, impiegati, operai, pensionati. Schegge di altre vite che non ti interessano, troppo impegnato a stilare un bilancio della tua.
Percorro le stradine del centro, fra palazzi trecenteschi e nomi antichi di vie. Cerco i posti della mia infanzia, gli angoli preferiti che non sono mai cambiati per secoli. Questo vicolo stretto tra due imponenti palazzi ha il lastricato antico come il mondo, si snoda per un po’ in perfetta solitudine e poi si sbuca dietro il battistero permettendo di vedere allineati il lato del palazzo del tribunale, la facciata del duomo con il suo campanile e le arcate del palazzo comunale, tutti affacciati sulla grande piazza, simboli dei tre poteri che governavano la signoria medievale di questa città.
Di qua non passa mai nessuno, nemmeno stasera. La pioggia tiene tutti a casa, la pioggia che crea pozzanghere improvvise, una delle quali sbarra la strada nel vicolo stretto. E’ abbastanza larga da non permettere di andare avanti senza un lungo balzo per oltrepassarla. A malincuore torno sui miei passi per cambiare strada.
Mi fermo di nuovo e mi volto chiedendomi se sarò ancora in grado di farlo, dopo tutti questi anni.
Perchè no?
Faccio un rapido appello dei miei muscoli. Ci sono tutti. Mando al diavolo il mal di schiena e corro.
Corro. Come da bambino, di notte. Non decido di farlo, lo faccio e basta. I miei muscoli riescono senza sforzo a ricordarsi come si fa. Mi accorgo di sorridere mentre salto la pozzanghera con una agilità che mi sorprende, come il bambino immortalato da Cartier-Bresson che si specchia nell’acqua immobile sotto di lui.
E non mi fermo. Continuo a correre. Non è il passettino scialbo e aerobico del jogging. Corro a pieni polmoni e lunghe falcate, convinto che adesso cominceranno a farmi male muscoli e ossa.
Non succede, non ancora. Al termine del vicolo svolto a destra. Un altro balzo per saltare la pietra rialzata che serviva a legare i cavalli. Sono seicento anni che è là. La ricordavo e l’ho saltata come facevo da piccolo.
Sto bene come non succedeva da millenni, sento ogni cellula del mio corpo aderire alla vita, so che posso correre ancora, senza sforzo apparente. L’aria accarezza il viso, scompiglia i capelli e comincia a bruciare nei polmoni.
Il tempo scorre all’indietro quando, da bambini, correvamo di notte davanti al piccolo cimitero di montagna. Tutti insieme per farci coraggio e sfidare le storie di fuochi fatui e di capelli precocemente imbiancati per un lembo di mantello impigliato in un ramo. Sentivamo il cuore aprirsi correndo sull'asfalto illuminato dai lampioni, lo sentivamo restringersi, rannicchiarsi impaurito in fondo al petto nei tratti più bui. Ancora una volta, per un attimo, non sono sicuro in quale tempo io stia vivendo.
Distrutto, mi appoggio al vecchio pozzo. Se qualcuno dalle finestre della piazzetta mi ha visto arrivare di corsa e saltar su con l’entusiasmo di chi segna un gol in una finale mondiale penserà che sono impazzito. Un idiota che corre sotto la pioggia e, non contento, esulta come un bambino, come un bambino! Non me ne importa nulla. Mi sento vivo. E basta.
Neanche più l’ombra di un rimpianto, la corsa ha rotto l’assedio e messo in rotta il nemico. So che domani pagherò tutto questo con dolori muscolari e mal di schiena, ma domani è domani ed avrò tempo per i bilanci. La pioggia scende in rigagnoli sul viso, sembrano lacrime, vorrei che fossero lacrime, di gioia, di sollievo, di liberazione. Mi sorprendo a ringraziare la pioggia, la sento amica, uno spirito benevolo e pagano, una divinità antica che stasera ha preparato tutto perché potessi vibrare di vita. Un’amica che, se potessi, abbraccerei a lungo.







