Come il viaggiatore che naviga tra le isole dell’arcipelago vede levarsi a sera i vapori luminosi, e scopre a poco a poco la linea della costa, così io comincio a scorgere il profilo della mia morte.Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar
Dunque è così che succede.
Inaspettatamente, ad una certa ora del pomeriggio, ti rendi conto che la tua vita è cambiata, che i tuoi progetti, i tuoi impegni, altro non sono che fiocchi di vapore spazzati via da un soffio di vento, castelli costruiti sulla sabbia di un domani incautamente dato per scontato, invece fragile come i sogni. Ti è repentinamente chiaro che da quel preciso istante il mondo intorno a te non è più lo stesso, tu non sei più lo stesso. Come il vecchio imperatore cominci a scorgere il tuo orizzonte.
L’ambulanza penetra la notte come un lungo presente che potrebbe sfociare in nessun futuro, ti dondola con le sue lucine e i suoi rumori poco rassicuranti, ti sbatte contro i bordi della lettiga lasciandosi dietro il suono della sirena. Il medico controlla il display, l’infermiera seduta al suo fianco sorride e ti accarezza la guancia con un piccolo gesto che vale oro. Che strano. Ripenso agli anni in cui, come volontario, mi trovavo dalla parte opposta della barricata; cercavo di essere cortese e gentile, rassicurante verso i malati che accompagnavo, ma mi domandavo se quelle attenzioni potessero avere un senso, potessero essere vagamente di aiuto a chi stava disteso nelle proprie paure e nei propri pensieri. Adesso, in questo tunnel di buio e lampeggianti azzurri, so che quelle piccole gocce di umanità hanno un valore immenso e anche la breve, dolce carezza di un’ infermiera è come un appiglio al quale la tua anima tenta di aggrapparsi lungo la lenta discesa verso la disperazione. Respiro gli attimi avido di tempo, li gusto come un boccone prelibato da far durare il più possibile.
Sembra un film. Le luci del soffitto scorrono veloci davanti ai tuoi occhi. C’è silenzio e freddo, qualcuno ti tiene la mano, poggia la sua sulla tua spalla, un rituale semplice di umana condivisione.
Un dolore al polso e i grandi schermi si popolano di radici pulsanti, ragnatele di vasi, rami di un albero che vive. E’ visibile il sondino che si fa strada attraverso le arterie e il cuore; sottile e leggero porta aggrappate a sé tutte le tue speranze, tutto il tuo futuro. Il tempo sembra immobile, ore e minuti non hanno più senso.
Poi il chirurgo mi guarda e sorride, mi strizza l’occhio e alza il pollice. Tutto ciò che fino a quel momento sembrava accadere ad un altro piomba su di me con tutto il suo peso. Il tempo riprende il suo corso e sullo schermo il sondino si ritrae lentamente dopo aver eseguito il suo compito. Adesso i sorrisi sono più ampi, la tensione è svanita. Qualcuno chiede musica e subito le note di un pianoforte inondano la sala in un blues dolce e lentissimo. I grandi schermi si spengono in un’atmosfera improvvisamente distesa, non più opprimente. Dalla mia lettiga saluto, ringrazio, ed esco sospinto verso una notte diversa dalle altre notti, certo che i metri con cui si misura la propria vita non saranno più gli stessi.
La saletta di terapia intensiva è piccola e silenziosa, si sentono solo i bip dei monitor segnati da linee saltellanti che mandano riflessi verdi sul mio polso fasciato. Chiudo gli occhi e mi chiedo se non sia tutto un sogno. Non lo è. Mi accorgo di vivere ogni minuto come mai avevo fatto prima, ne esploro i contorni, scopro i particolari, prendo confidenza con l’attimo che sto attraversando.
Il mondo è diverso stanotte e non sarà più lo stesso. Sorrido di fronte al paradosso: se questa notte manterrà le sue promesse non sarà per me un ricordo negativo ma una opportunità per apprezzare ciò che per me era scontato, per gettare nuova luce su quello che finora consideravo il mio diritto a vivere. Forse ho semplicemente sfiorato l’infinito, forse non si può uscirne immutati. Forse.
Nella penombra riconosco la figura del chirurgo che mi ha rimosso l’occlusione. E’ tarda sera e ha terminato il suo turno, potrebbe essere a casa ma è passato a controllare le mie condizioni. E’ là immobile, una silhouette stagliata contro la luce gialla della porta scorrevole.
Sarebbe una notte perfetta se da questo letto potessi vedere le stelle.
Sul comodino l’iPod che mi ha portato mia moglie; me lo ha mandato mia figlia per aiutarmi a riempiere i miei giorni immobili. Premo il tasto e la prima canzone diventerà la colonna sonora dei miei pensieri. Ascoltandola ad occhi chiusi rivedo scorrere i volti di coloro che quella sera mi sono stati vicini, che con un sorriso o un piccolo gesto mi hanno sorretto, incoraggiato, sospinto verso questa nuova pagina di vita ancora tutta da scrivere, una pagina cominciata con la carezza di un’infermiera, semplice e preziosa come il diamante più puro. Cosa vi verrà scritto e per quanto tempo non è dato saperlo ma la prima cosa che vi annoterò è che se il mondo ha una speranza essa risiede nell’umanità di persone come queste.
L’ambulanza penetra la notte come un lungo presente che potrebbe sfociare in nessun futuro, ti dondola con le sue lucine e i suoi rumori poco rassicuranti, ti sbatte contro i bordi della lettiga lasciandosi dietro il suono della sirena. Il medico controlla il display, l’infermiera seduta al suo fianco sorride e ti accarezza la guancia con un piccolo gesto che vale oro. Che strano. Ripenso agli anni in cui, come volontario, mi trovavo dalla parte opposta della barricata; cercavo di essere cortese e gentile, rassicurante verso i malati che accompagnavo, ma mi domandavo se quelle attenzioni potessero avere un senso, potessero essere vagamente di aiuto a chi stava disteso nelle proprie paure e nei propri pensieri. Adesso, in questo tunnel di buio e lampeggianti azzurri, so che quelle piccole gocce di umanità hanno un valore immenso e anche la breve, dolce carezza di un’ infermiera è come un appiglio al quale la tua anima tenta di aggrapparsi lungo la lenta discesa verso la disperazione. Respiro gli attimi avido di tempo, li gusto come un boccone prelibato da far durare il più possibile.
Sembra un film. Le luci del soffitto scorrono veloci davanti ai tuoi occhi. C’è silenzio e freddo, qualcuno ti tiene la mano, poggia la sua sulla tua spalla, un rituale semplice di umana condivisione.
Un dolore al polso e i grandi schermi si popolano di radici pulsanti, ragnatele di vasi, rami di un albero che vive. E’ visibile il sondino che si fa strada attraverso le arterie e il cuore; sottile e leggero porta aggrappate a sé tutte le tue speranze, tutto il tuo futuro. Il tempo sembra immobile, ore e minuti non hanno più senso.
Poi il chirurgo mi guarda e sorride, mi strizza l’occhio e alza il pollice. Tutto ciò che fino a quel momento sembrava accadere ad un altro piomba su di me con tutto il suo peso. Il tempo riprende il suo corso e sullo schermo il sondino si ritrae lentamente dopo aver eseguito il suo compito. Adesso i sorrisi sono più ampi, la tensione è svanita. Qualcuno chiede musica e subito le note di un pianoforte inondano la sala in un blues dolce e lentissimo. I grandi schermi si spengono in un’atmosfera improvvisamente distesa, non più opprimente. Dalla mia lettiga saluto, ringrazio, ed esco sospinto verso una notte diversa dalle altre notti, certo che i metri con cui si misura la propria vita non saranno più gli stessi.
La saletta di terapia intensiva è piccola e silenziosa, si sentono solo i bip dei monitor segnati da linee saltellanti che mandano riflessi verdi sul mio polso fasciato. Chiudo gli occhi e mi chiedo se non sia tutto un sogno. Non lo è. Mi accorgo di vivere ogni minuto come mai avevo fatto prima, ne esploro i contorni, scopro i particolari, prendo confidenza con l’attimo che sto attraversando.
Il mondo è diverso stanotte e non sarà più lo stesso. Sorrido di fronte al paradosso: se questa notte manterrà le sue promesse non sarà per me un ricordo negativo ma una opportunità per apprezzare ciò che per me era scontato, per gettare nuova luce su quello che finora consideravo il mio diritto a vivere. Forse ho semplicemente sfiorato l’infinito, forse non si può uscirne immutati. Forse.
Nella penombra riconosco la figura del chirurgo che mi ha rimosso l’occlusione. E’ tarda sera e ha terminato il suo turno, potrebbe essere a casa ma è passato a controllare le mie condizioni. E’ là immobile, una silhouette stagliata contro la luce gialla della porta scorrevole.
Sarebbe una notte perfetta se da questo letto potessi vedere le stelle.
Sul comodino l’iPod che mi ha portato mia moglie; me lo ha mandato mia figlia per aiutarmi a riempiere i miei giorni immobili. Premo il tasto e la prima canzone diventerà la colonna sonora dei miei pensieri. Ascoltandola ad occhi chiusi rivedo scorrere i volti di coloro che quella sera mi sono stati vicini, che con un sorriso o un piccolo gesto mi hanno sorretto, incoraggiato, sospinto verso questa nuova pagina di vita ancora tutta da scrivere, una pagina cominciata con la carezza di un’infermiera, semplice e preziosa come il diamante più puro. Cosa vi verrà scritto e per quanto tempo non è dato saperlo ma la prima cosa che vi annoterò è che se il mondo ha una speranza essa risiede nell’umanità di persone come queste.







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