Fortunatamente sembrano esistere persone tranquillizzanti. Ti mettono di buon umore e ti riconciliano con il mondo per il solo fatto di esistere, ti fanno vedere la vita da una angolazione inusuale facendo le cose più semplici in modo diverso e probabilmente migliore.E' la mia pasticceria preferita. Piccola e accogliente, ridotta al minimo. Qui non si trovano bignè, creme colorate, trionfi di panna, ma dolci tradizionali, semplici, dai sapori insoliti e antichi, pasticcini dalla forma e dal colore diverso, grezzo, eppure buonissimi.
La ragazza te li indica, spiega gli ingredienti, la lavorazione, i tempi di cottura, l'origine delle farine e della frutta. Indossa i guanti in lattice e inizia a preparare il piccolo vassoio. Prende i pasticcini uno per uno, li adagia senza fretta, con ordinata delicatezza. E' evidente che lei ama quei prodotti che crea con le sue mani. Ogni tanto si volta verso di te e sorride, controllando che tu stia apprezzando l'attenzione con la quale sta preparando il tuo dessert.
Sembra un modo di affrontare la vita, il suo, fatto di piccoli gesti, di voce bassa e di sorrisi gentili. La fretta qui non esiste, è rimasta fuori dalla porta con il rumore del mondo. Qui dentro ogni minuto è riempito di attenzione, di cura, di garbo leggero, la lentezza regna anche nelle pieghe della carta trasparente che adesso copre il tuo vassoio, nello spillare il biglietto da visita alla confezione. Prima di togliersi i guanti la ragazza guarda ancora una volta i suoi pasticcini che stanno per lasciarla - sono convinto che li stia salutando, un po' dispiaciuta. Poi gira intorno al piccolo banco, sorride e delicatamente ti apre la porta.E ti ritrovi in un altro mondo, un mondo che appare grigio, freddo e ostile, così in contrasto col calore umano del piccolo negozio. Non sarebbe poi male se riuscissimo, tutti, ad indossare un sorriso, uno strato, anche lieve, di gentilezza.







Giacca nera, ingessati nelle loro camicie bianche fissate al collo da cravatte sottili, occhiali dalle montature spesse e scure, contrastavano così tanto con i divi scomposti del rock che si esibivano in quegli anni seminascosti da montagne di cavi, microfoni, tamburi, rullanti, piatti e strati infiniti di tastiere.
A guardare bene sembra un quadro di Edward Hopper.