Okay, Houston, we've had a problem here.
John Leonard "Jack" Swigert jr., 14 aprile 1970, Missione Apollo 13
So bene dove mi trovavo la notte del 20 luglio 1969.
Ero in un bar alla periferia di Forlì, seduto ad un tavolino di formica rossa con sopra un bicchierone di Coca-cola. Intorno a me il locale era pieno di camionisti con gli occhi incollati allo schermo del televisore in bianco e nero dove scorrevano immagini confuse e da cui le voci concitate di Tito Stagno e di Ruggero Orlando si contendevano la notizia più incredibile dall’inizio della storia: l’uomo era sbarcato sulla luna.
Ovviamente a quell’evento non potevo mancare, così, di ritorno dalla pensione di Gabicce Mare, avevo costretto mio padre a fermarsi da qualche parte per una cena veloce e un televisore acceso. Avevamo scelto quella piccola trattoria perché, si sa, quando ci sono camion parcheggiati fuori la cucina è buona e i prezzi modici.
Di quella missione io sapevo tutto.
Avevo cominciato ad interessarmi ai voli spaziali fin dai tempi dell’Apollo 8 che sfiorò la luna senza atterrarvi; conoscevo i tempi, i luoghi, i nomi. Li avevo pazientemente ricavati dagli articoli sui quotidiani e sulle riviste che – come Epoca e l’Europeo – si occupavano maggiormente dell’argomento. Nella corsa allo spazio io facevo il tifo per gli americani, dato che ai russi non avevo mai perdonato il volo di Laika, abbandonata nello spazio, ma per rigore scientifico ero documentatissimo anche sulle loro navicelle, sui loro cosmonauti – che per un misterioso motivo si chiamavano così a differenza di quelli USA che venivano definiti astronauti. Da tempo nella mia cameretta era appesa una enorme cartina lunare con evidenziati i luoghi previsti per gli sbarchi programmati negli anni a venire, ma anche i crateri di Clavius e il Mare di Crisium, dove Kubrik e Clarke avevano posto il misterioso monolite di 2001 Odissea nello spazio.
Quella sera in mezzo ai camionisti ciondolanti di sonno che lottavano insieme a me per poter dire ‘io c’ero’ mi trovavo quindi all’apice della mia personale missione. Subito dopo, sufficientemente appagato, cominciai a disinteressarmene. Fino a quel 14 aprile 1970.
Le missioni lunari erano le mie missioni e non potevo esimermi dal ‘tornare in servizio’ appena lessi sui giornali la frase pronunciata da Swigert che rimbombò in tutto il pianeta riempiendolo di apprensione.
Ripresi in mano tutti i miei ritagli e le scatole piene di dati e fotografie polverose, stavo appiccicato davanti ai notiziari e aspettavo che mio padre tornasse a casa con il giornale per divorare i dettagli del dramma che si stava svolgendo a bordo dell’Apollo 13.
Poche settimane prima mio padre mi aveva fatto leggere un bell’articolo nel quale si raccontava di un peschereccio naufragato nell’oceano il cui equipaggio era stato salvato grazie a dei radioamatori che avevano captato la sua richiesta di aiuto. Persone qualunque che avevano salvato altre vite, che avevano sentito su di loro la responsabilità di un salvataggio. Chi ero io per sfuggire ad una simile responsabilità?
Gli americani, si sa, erano sì supertecnologici e grandi scienziati, ma spesso pasticcioni e dotati di poca fantasia. Ovviamente non potevo competere con i loro tecnici e i loro ingegneri ma qualche dato lo avevo anch’io e così mi concentrai su quello che conoscevo. Calcolai i tempi, la quantità di ossigeno che i tre rifugiati nel LEM come in una scialuppa di salvataggio avrebbero consumato, aumentato dalla respirazione accelerata dall’ansia e dalla paura. Conoscevo la grandezza dei contenitori che i due destinati a sbarcare sulla luna avrebbero dovuto portare sulle spalle e giunsi alla conclusione che si doveva utilizzare quella riserva per poter consentire ai tre astronauti di spostarsi nella cabina di pilotaggio per effettuare le manovre necessarie per il difficile rientro.
Come? Questo non lo sapevo di certo. Ero un bambino, mica potevo fare tutto io, no?
Immaginavo che alle stesse conclusioni sarebbero giunti anche i signori ingegneri della NASA ma avevo il sospetto che fossero troppo occupati a pensare a come non fare una pessima figura e così decisi di scrivere loro.
Scrissi la mia letterina con i miei preziosi suggerimenti. Era in italiano ma sapevo che in America molti conoscevano la nostra lingua. E poi se avevano bisogno di una traduzione potevano sempre rivolgersi a mio zio che faceva il cuoco in un grande albergo di New York. Quando la consegnai a mio padre per l’affrancatura lo vidi un po’ perplesso ma in fondo credo che apprezzasse molto il mio impegno.
Il 17 aprile tirai un grande sospiro di sollievo. L’Apollo 13 era rientrato e io mi sentivo come uno dei radioamatori che con la loro catena di messaggi avevano contribuito a riportare a casa i pescatori nell’oceano. In verità mi chiesi molte volte, nei giorni successivi, se la mia letterina fosse arrivata in tempo ma soprattutto se mio padre l’avesse davvero spedita. Non glielo chiesi mai per timore che non lo avesse fatto.
Nei mesi successivi appresi finalmente che il mio contributo al loro salvataggio era stato nullo. Il problema era stato risolto brillantemente in tutt’altro modo ma per un attimo, nella primavera del 1970, a quel ragazzino tutto questo era sembrato possibile. In fondo ci avevo provato a dare una mano.
Wikipedia: Apollo 8
Wikipedia: Apollo 11
Wikipedia: Apollo 13