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Ho udito molti anni di parole, e molti anni dovrebbero portare un mutamento.
La palla che lanciai giocando nel parco non ha ancora raggiunto il suolo.

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Till the end of time, 1978

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Promenade with Duke, 1993

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Whisper not, 1999

luna
CURRENT MOON
moon phase

ipse dixit
Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d'infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell'infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d'amore, nessuna uguale all'altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge



Se non puoi essere un pino in cima a una collina sii una sterpaglia nella valle, ma la miglior sterpaglia sul fianco della collina. Sii un cespuglio se non puoi essere un albero. Se non puoi essere una strada sii un sentiero. Se non puoi essere il sole sii una stella. Perché non è dalla dimensione che si vince o si perde. Sii il meglio di ciò che sei.

Martin Luther King, Barratt Junior High School, Philadelphia, 26 ottobre 1967
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disclaimer
Questo sito, mi sembra ovvio, non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.

Alcune immagini sono tratte dal web, in caso di problemi avvisate e saranno immediatamente rimosse.
martedì, 26 giugno 2007
(...) Per questo i morti scompaiono molto lentamente, e spesso la sera continuano a passeggiare per le vie e le case, anche se non hanno più voglia di lavorare nè di fare conversazione. Al massimo portano in braccio i bambini che nasceranno, i più curiosi, che talvolta si sporgono a vedere cosa sarà di loro.
I fannulloni, Marco Lodoli, 1990

Il paese è ormai popolato di assenze. Riempiono i muretti, le panchine, la piazza e le strade antiche. Ogni anno un abitante manca all'appello e aumentano le ombre. Sembra di sentire ancora le loro voci, di vedere le loro figure sedute ai tavoli della locanda, sui muri all'ombra dei tigli, o si può immaginare di scorgerli con le loro caraffe, all'ora di pranzo, a prendere acqua fresca alla fontana della piazza.
Continuano ad aleggiare lungo le stradine ripide di lastricato medievale, guardano i loro orti abbandonati o fatti rifiorire da qualche nipote, passeggiano lungo i sentieri che tante volte hanno liberato dai rovi a colpi di falce o di pennato. Si soffermano sotto il grande castagno che guarda i crinali, sentinella del paese, l'albero più antico e misterioso, quello che c'è sempre stato e che memoria d'uomo non sa datare. Vecchio e orgoglioso è ancora al suo posto, con i suoi rami che toccano terra, coperti di foglie che lo rivestono come l'armatura di un antico guerriero che difende l'accesso al suo mondo, per custodirlo e proteggerlo.
postato da: dodo712 alle ore 21:43 | Link | commenti (57)
categoria:appenninica
mercoledì, 20 giugno 2007
(…)
Materia ed energia erano terminate e, con esse, lo spazio e il tempo. Perfino AC esisteva unicamente in nome di quell'ultima domanda alla quale non c'era mai stata risposta dal tempo in cui un assistente semi-ubriaco, dieci trilioni d'anni prima, l'aveva rivolta a un calcolatore che stava ad AC assai meno di quanto l'uomo stesse all'Uomo.
Tutte le altre domande avevano avuto risposta e, finché quell'ultima non fosse stata anch’essa soddisfatta, AC non si sarebbe forse liberato della consapevolezza di sé.
Tutti i dati raccolti erano arrivati alla fine, ormai. Da raccogliere, non rimaneva più niente.
Ma i dati raccolti dovevano ancora essere correlati e accostati secondo tutte le relazioni possibili.
Un intervallo senza tempo venne speso a far questo.
E accadde, così, che AC scoprisse come si poteva invertire l'andamento dell'entropia.
Ma ormai non c'era nessuno cui AC potesse fornire la risposta all'ultima domanda. Pazienza! La risposta - per dimostrazione - avrebbe provveduto anche a questo.
Per un altro intervallo senza tempo, AC pensò al modo migliore per riuscirci. Con cura, AC organizzò il programma.
La coscienza di AC abbracciò tutto quello che un tempo era stato un Universo e meditò sopra quello che adesso era Caos. Un passo alla volta, così bisognava procedere.
LA LUCE SIA! disse AC.
E la luce fu ...
L'ultima domanda, Isaac Asimov, 1956

Il racconto L'ultima domanda fu scritto da Asimov agli albori dell'era informatica. E' uno dei suoi racconti più celebri e verte su una domanda, una delle tante, poste ad un calcolatore di nome Multivac (gli informatici più attempati ricorderanno che una delle marche storiche al tempo in cui i computer occupavano intere stanze era la Univac).
L'ultima domanda posta al supercomputer da due operatori un po' alticci era se si poteva, e come, arrestare la decadenza dell'universo. Per milioni e milioni di anni il computer e i suoi discendenti continuano ad elaborare gli ultimi processi che la razza umana, ormai scomparsa, ha sottoposto loro. Finchè non rimane che una domanda, l'ultima, l'unico motivo che ancora giustifichi il lavoro della macchina. Il finale è quello riportato sopra ma forse la domanda non è quella più probabile.
Non sarei affatto interessato a vivere per migliaia di anni ma sarei curiosissimo di poter vedere come va a finire questa avventura umana, fino a che punto questa specie riuscirà a progredire (non solo in senso scientifico) e se in qualche modo riuscirà mai a dare una risposta alla domanda più scontata, più difficile, più sensata che un essere umano possa porsi.
Qual'è il senso di tutto questo, del mio passaggio qui? La disperata domanda a cui ogni filosofia o religione ha cercato, in ogni tempo, di dare una risposta.
postato da: dodo712 alle ore 12:17 | Link | commenti (51)
categoria:pensieri e parole, biblioteca
mercoledì, 13 giugno 2007

Agenzia delle Entrate. Ieri mattina.

Gli uffici sono talmente nuovi e moderni che il vecchietto in mezzo alla sala sembra fuori posto. La sua figura esile si riflette limpida sul pavimento lucido mentre, curvo e sorretto da due bastoni, si avvicina lentamente al bancone, pazientemente accompagnato da una giovane dai tratti asiatici. L'ascensore è fuori uso e mi chiedo quanto tempo può averci messo a salire la rampa di scale per arrivare fin qui. Parla con voce flebile ma, dallo sportello accanto davanti al quale sono in attesa di una pratica dispersa, colgo involontariamente le sue parole.

-Signorina, ho violato la legge.
-Prego? - la ragazza sgrana gli occhi per lo stupore di fronte al suo primo, probabile, fantascientifico caso di autodenuncia.
-Sì, ho commesso un reato - continua serissimo l'anziano contribuente.
-Scusi, si può spiegare meglio? - la ragazza è sempre più incredula e diffidente.
-Nel 730 del 2004 non ho firmato la casella dell'otto per mille. L'ho dimenticato. E' stato il solo anno in cui mi sono dimenticato di firmare. Me lo aveva preparato il sindacato ma nella fretta non ho firmato. Oggi sono venuto a... - si interrompe ma sono convinto che per un attimo abbia seriamente considerato la possibilità di dire 'costituirmi'.
-Guardi, signore, che la firma dell'otto per mille non è mica obbligatoria.
-Ma sì, signorina. L'ho sempre messa ma quell'anno l'ho dimenticata. Immagino che dovrete denunciarmi.
La ragazza sorride a disagio, si guarda intorno cercando conforto nello sguardo altrui come se intendesse dire: ragazzi, se è uno scherzo ditemelo subito. Sorride imbarazzata.
-Ma no, vede, la firma dell'otto per mille non è obbligatoria. Lei non ha commesso alcun reato. Non si preoccupi.
-E allora perchè c'è la casella se non è obbligatoria?
-Ecco, è come se lei in quel modo facesse un'elemosina a qualcuno, alla Chiesa, a qualche associazione... è un contributo volontario.
-Ma è sicura, signorina? Sa, io sono anni che non mi decidevo a venire qui. Per la mia povera moglie...
-Stia tranquillo. E' tutto a posto.
-Nemmeno una multa?
-Niente di niente.

Dopo aver ringraziato l'impiegata per la sua pazienza il vecchio signore è uscito lentamente sotto gli sguardi increduli d tutti noi. Se si candidasse lo voterei subito. Nella sua semplicità ha sopportato un inutile peso sulla coscienza, ma non volendo dare un dispiacere a sua moglie ha aspettato la sua morte per autodenunciarsi per un piccolo reato inesistente.
L'onestà è merce rara e bisognerebbe proteggerla come si fa con i panda.

postato da: dodo712 alle ore 08:48 | Link | commenti (35)
categoria:disperso in ufficio
mercoledì, 06 giugno 2007
Ecco un volto di musicista, ecco Mozart bambino, ecco una bella promessa della vita (...). Protetto, accudito, coltivato, che cosa non potrebbe divenire? Quando per via di una mutazione nasce nei giardini una nuova rosa, ecco che tutti i giardinieri se ne commuovono. La rosa la si isola, la si coltiva, la si favorisce... Ma non ci sono giardinieri per gli uomini.
Mozart bambino, Antoine di Saint-Exupéry, Paris-Soir, 1935

Ho sempre avuto una speciale ammirazione per chi riesce a scrivere poesie - fra i frequentatori di questo blog ce n'è più di uno - probabilmente per la mia assoluta incapacità a fare altrettanto.

Alcune settimane fa Vittorio Sermonti, presentando in televisione la sua nuova traduzione dell'Eneide, ha detto qualcosa che sospettavo da tempo ma che non sarei mai riuscito a spiegare così bene, in poche semplici parole. La poesia, ha detto Sermonti, è fatta per i poeti, ha il compito di snidare il poeta che è dentro ciascuno di noi. Come se si trattasse di una condizione ancestrale, di una creatura sepolta nell'anima e lì dimenticata, addormentata, fino a quando arriva una poesia a risvegliarla.
Forse siamo davvero tutti poeti, scrittori, pittori, musicisti senza saperlo, senza rendercene conto. Forse il figlio del minatore polacco addormentato sul treno in mezzo ai suoi poveri genitori, descritto da Saint-Exupéry in un suo articolo su Paris-Soir, cela davvero un Mozart bambino, inconsapevole del suo genio che non vedrà mai la luce.
O forse è solo qualcosa che si agita in noi e al quale non sappiamo dare un nome.
postato da: dodo712 alle ore 21:51 | Link | commenti (49)
categoria:pensieri e parole