Succede raramente perchè, confesso, lo trovo un'esercizio difficile; utile, certo, spesso necessario, ma sempre doloroso.
Si tratta di mettere in acqua la barchetta della propria coscienza e farla viaggiare intorno al proprio cuore, circumnavigare la propria isola, compiere un periplo di questo nostro mare per andare ad esplorare il lato oscuro dell'anima, quello dove sono raccolti i pensieri che non vorremmo pensare, i desideri che non vorremmo avere, l'altra faccia, quella inconfessabile, della luna.
E' un po' come guardarsi in uno specchio con la luce di lato, radente, che evidenzia le rughe, le imperfezioni della pelle; un'immagine che non ci piace, che tendiamo a relegare nell'ombra di un angolino tranquillo dove non possa disturbare e far troppo male.
La parte rinnegata di noi stessi, quella che si risveglia sollecitata dalla rabbia, dalla frustrazione, dal dolore, è chiusa in un ripostiglio come un oggetto non voluto del quale però non possiamo liberarci. E allora credo sia utile, con calma e freddezza, aprire la porta dello sgabuzzino per andare a vederla da vicino, per rendersi conto che anche quella cosa inguardabile è parte di noi.
E, seppur avvolta dalla notte, potremmo accorgersi che quell'anima è piena di stelle.







Ogni giorno che passa mi sento sempre più estraneo.
Secondo una credenza tibetana, durante il sonno, l'anima si stacca dal corpo e, legata ad un sottilissimo filo argentato, prende il volo come un aquilone verso una diversa dimensione. Per questo viene considerato pericoloso svegliarsi di soprassalto, c'è il rischio che il filo si spezzi e l'anima non possa più rientrare nel corpo.