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Blogger: dodo712

Ho udito molti anni di parole, e molti anni dovrebbero portare un mutamento.
La palla che lanciai giocando nel parco non ha ancora raggiunto il suolo.

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luna
CURRENT MOON
moon phase

ipse dixit
Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d'infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell'infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d'amore, nessuna uguale all'altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge



Se non puoi essere un pino in cima a una collina sii una sterpaglia nella valle, ma la miglior sterpaglia sul fianco della collina. Sii un cespuglio se non puoi essere un albero. Se non puoi essere una strada sii un sentiero. Se non puoi essere il sole sii una stella. Perché non è dalla dimensione che si vince o si perde. Sii il meglio di ciò che sei.

Martin Luther King, Barratt Junior High School, Philadelphia, 26 ottobre 1967
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Questo sito, mi sembra ovvio, non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.

Alcune immagini sono tratte dal web, in caso di problemi avvisate e saranno immediatamente rimosse.
mercoledì, 28 marzo 2007

Succede raramente perchè, confesso, lo trovo un'esercizio difficile; utile, certo, spesso necessario, ma sempre doloroso.

Si tratta di mettere in acqua la barchetta della propria coscienza e farla viaggiare intorno al proprio cuore, circumnavigare la propria isola, compiere un periplo di questo nostro mare per andare ad esplorare il lato oscuro dell'anima, quello dove sono raccolti i pensieri che non vorremmo pensare, i desideri che non vorremmo avere, l'altra faccia, quella inconfessabile, della luna.

E' un po' come guardarsi in uno specchio con la luce di lato, radente, che evidenzia le rughe, le imperfezioni della pelle; un'immagine che non ci piace, che tendiamo a relegare nell'ombra di un angolino tranquillo dove non possa disturbare e far troppo male.

La parte rinnegata di noi stessi, quella che si risveglia sollecitata dalla rabbia, dalla frustrazione, dal dolore, è chiusa in un ripostiglio come un oggetto non voluto del quale però non possiamo liberarci. E allora credo sia utile, con calma e freddezza, aprire la porta dello sgabuzzino per andare a vederla da vicino, per rendersi conto che anche quella cosa inguardabile è parte di noi.

E, seppur avvolta dalla notte, potremmo accorgersi che quell'anima è piena di stelle.

 

postato da: dodo712 alle ore 19:45 | Link | commenti (29)
categoria:pensieri e parole
sabato, 17 marzo 2007
Ogni giorno che passa mi sento sempre più estraneo.
Ho sempre meno da spartire con il piccolo mondo di questi uffici, una realtà fatta di apparenza, di pavimenti lucidi e di scrivanie ingombre di fogli, di auto costosissime e di persone che pensano solo ad accumulare denaro. Un mondo fuori dal mondo nel quale la preoccupazione più terribile, il più atroce dei problemi, è la presenza di una minuscola macchiolina chiara sul décolleté che potrebbe rendere orribilmente insopportabile il contrasto con l'abbronzatura delle Maldive e che un bravissimo dermatologo rimuoverà chirurgicamente a breve.

Perfino i poveri dipendenti sono risucchiati in questo vortice vuoto e accecante, fino a credere che quella sia davvero la vita. Tutti corrono, tutti si muovono come guidati dal navigatore, ormai indispensabile per percorrere la strada di tutti i giorni, anno dopo anno.
Ognuno sembra affannarsi dietro a qualcosa che continua a  sfuggirmi, che porta tutti a trascurare quel che c'è fuori, a vivere la loro vita lontano dai problemi del pianeta, a non saper trovare l'Iraq e l'Afghanistan su una cartina, a non leggere mai un giornale, nemmeno il Sole 24 Ore, a cui tutti sono abbonati ma che cestinano, alla sera, ancora avvolto nel suo cellophane, intatto.

Nessuno di loro ha guardato la luna rossa, nè un cielo stellato.
Io li osservo un po' assente da dietro i miei monitor.  Qui dentro io sono l'errore, l'imperfezione, la crepa. Sono l'increspatura sull'acqua, lo specchio graffiato, l'anomalia, il difetto.
postato da: dodo712 alle ore 12:05 | Link | commenti (62)
categoria:disperso in ufficio
martedì, 06 marzo 2007

Secondo una credenza tibetana, durante il sonno, l'anima si stacca dal corpo e, legata ad un sottilissimo filo argentato, prende il volo come un aquilone verso una diversa dimensione. Per questo viene considerato pericoloso svegliarsi di soprassalto, c'è il rischio che il filo si spezzi e l'anima non possa più rientrare nel corpo.

Ho un sogno ricorrente.
Cammino tranquillamente lungo il marciapiede di una qualsiasi via della mia città. Vesto abiti larghi e leggeri, calzature agili che sembrano spingermi ad un incedere più veloce. Sento la necessità di affrettare il passo, così, per il gusto di farlo. Avanzo veloce in mezzo ai passanti ma il mio busto tende ad inclinarsi leggermente in avanti costringendo le mia gambe a seguirlo e ben presto mi ritrovo a correre, solo che i miei passi sono lunghissimi e fra un balzo e l'altro i metri percorsi sono più di quelli coperti da una normale falcata. Sono agilissimo e mi muovo come al rallentatore mentre tutti gli altri mantengono la loro consueta andatura. Ad ogni passo resto a lungo sospeso in aria, seppur a pochi centimetri da terra. Sempre più a lungo.

So che vorrei farlo ma ho paura. Non oso sfidare gli sguardi di rimprovero dei passanti, i loro volti sorpresi, la loro grigia normalità. E resisto. Ma per poco. Appena il marciapiede è un po' più libero e ho l'impressione di non essere visto lascio che il busto vada liberamente in avanti, che le braccia si allarghino dolcemente per farsi abbracciare dal vento e che le gambe scivolino all'indietro, sollevandosi.
Ecco, lievemente, a circa un metro da terra, volo.

E' un volo lento, delicato, che mi riempie di gioia. Volo tra i passanti a mezza altezza, mi sollevo appena per passare sopra ad un passeggino o una panchina e continuo. Continuo.
Sto bene, anche la preoccupazione per l'opinione dei passanti che tanto sembrava preoccuparmi è svanita e con le braccia aperte continuo a volare, le dita che passano a sfiorare ora un cespuglio, ora l'asfalto, ora i capelli di qualcuno.

E' di solito a questo punto che suona la sveglia e la mia anima, legata al filo, rientra al suo posto dopo aver vissuto una scheggia di paradiso.

postato da: dodo712 alle ore 22:39 | Link | commenti (35)
categoria:dodo