Se per un istante Dio dimenticasse che io sono un pupazzo di stracci e mi regalasse un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto cio' che penso ma in definitiva penserei tutto quello che dico. Darei valore alle cose, non per cio' che valgono ma per quello che significano. Dormirei poco, sognerei di piu', comprendendo che per ogni minuto che teniamo chiusi gli occhi perdiamo sessanta secondi di luce. Andrei quando i piu' si trattengono, starei sveglio quando i piu' dormono. Ascolterei quando i piu' parlano, e come gusterei un buon gelato di cioccolata. Se Dio mi facesse la grazia di un pezzo di vita, vestirei leggero, mi allungherei disteso al sole, lasciando scoperto non solo il mio corpo ma anche la mia anima. Mio Dio, se io avessi un cuore, scriverei il mio odio sopra il ghiaccio e attenderei l'arrivo del sole. Dipingerei un poema di Benedetti sopra le stelle con un sogno di van Gogh, e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna. Irrigherei con le mie lacrime le rose, per sentire il dolore delle spine e il bacio incarnato dei loro petali. Dio mio, se avessi un pezzo di vita. Non lascerei passare un solo giorno senza dire alla gente che amo, che la amo. Convincerei ogni donna o uomo che sono loro i miei favoriti e vivrei innamorato dell'amore. Agli uomini proverei quanto si sbagliano pensando che si smette di innamorarsi quando si invecchia, senza sapere che si invecchia quando si smette di innamorarsi. A un bambino darei ali, ma lascerei che da solo imparasse a volare. Ai vecchi insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia ma con il dimenticare. Tante cose ho appreso da voi uomini. Ho appreso che tutto il mondo vuole vivere sulla cima della montagna, senza sapere che la vera felicita' sta nel modo di salire la scarpata. Ho appreso che quando un neonato afferra con il suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito di suo padre, lo tiene intrappolato per sempre. Ho appreso che un uomo ha il diritto di guardarne un altro dall'alto in basso soltanto quando deve aiutarlo ad alzarsi. Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi, ma alla fine non potranno servirmi molto perche' quando mi riporranno dentro questa valigia, purtroppo io staro' morendo.
Nonostante siano passati diversi anni, ancora adesso su siti e blog è possibile trovare questo testo seguito dalla firma di Gabriel Garcia Marquez. Questa attribuzione è una bufala, o semplicemente un errore nato dallo zelo di un giornalista del quotidiano peruviano La Republica che nel maggio del 2000 pubblicò questo testo sul suo giornale attribuendolo a Garcia Marquez, che lo avrebbe scritto in un momento di grave peggioramento delle sue condizioni di salute, come una sorta di testamento spirituale. La notizia rimbalzò di testata in testata e, attraverso internet, si diffuse in tutto il mondo.
Molti gridarono al capolavoro, al sublime epitaffio del Premio Nobel, alla sua inconfondibile poetica. Persino il regista indiano Mrinal Sen vi riconobbe la sensibilità di Garcia Marquez, suo amico di lunga data.
Appena si diffuse la notizia che il brano era in realtà stato scritto da Johnny Welch, ventriloquo messicano, come monologo per il suo pupazzo Don Mofles, il pezzo diventò improvvisamente spazzatura. Tutta la sensibilità di Marquez si trasformò in sentimentalismo da quattro soldi, la poesia fu bollata comu un maldestro tentativo di strappar lacrime e il povero ventriloquo finì per non ricevere nessun merito per un brano che per lungo tempo era stato considerato un piccolo gioiello da consegnare alla storia della letteratura sudamericana.
Tutto questo fa pensare che c’è qualcosa che non va. Se ne deduce infatti che, in certi casi, non contano le parole ma chi le scrive, non è importante la scultura ma chi scolpisce. Ne sanno qualcosa i critici d’arte entusiasti delle teste di Modigliani ritrovate nel 1984 nelle acque del Fosso Reale a Livorno. In quel naso appena abbozzato giuravano di riconoscere il tocco sublime del grande Amedeo, poi, quando lo scherzo si manifestò in tutta la sua terribile evidenza, non seppero far altro che sbiancare e ammutolire di fronte alla disfatta.
Johnny Welch non ha mai smesso di fare il ventriloquo. La sua carriera letteraria non è nemmeno mai cominciata nonostante il suo testo sia stato molto apprezzato. Almeno per un po’.







21 dicembre 1960. New York è alle porte di un inverno freddo e lungo, ornata con neve sporca ai lati delle strade e con i marciapiedi bagnati che riflettono le luci degli addobbi natalizi. E’ ormai sera e l’immancabile vapore sale dai tombini mentre la città si prepara al Natale.
Mi chiedo spesso perchè mai debba legarmi agli oggetti. Materia inerte, morta, a volte mai vissuta, eppure non riesco a non immaginare in loro una remotissima anima.