Si insinua sorniona nell'anima con stregamenti ed enigmi, dei quali solo essa possiede la chiave. Praga non molla nessuno di quelli che ha catturato.
Angelo Maria Ripellino, Praga Magica, 1973
Ci vorrebbe la nebbia.
Solo un velo, un pannello sfumato da far calare di fronte alle splendide guglie di Nostra Signora Davanti a Tyn, sullo sfondo della severa silhouette di Jan Hus che sembra attraversare la piazza sulla prua del suo rogo di bronzo (Sylvie Germain).
Ci vorrebbe la nebbia per cercare di nascondere questa ondata di turisti che sciama nelle vie del centro, si riunisce ad applaudire davanti all'orologio del Municipio e poi, per la gioia di bancarellari e borseggiatori, invade il Ponte Carlo, si ferma a strofinare, chissà mai perchè, i pannelli bronzei ai piedi della statua di San Giovanni Napucemo fino a renderli scintillanti e si spinge rumorosa fino al Castello per riversarsi nella parodia di quello che fu il Vicolo d'Oro. Chissà che faccia farebbero Kafka e Seifert se potessero vedere questo gregge colorato spintonarsi davanti alle porte delle loro case trasformate in negozietti per turisti.
Vorrei essere solo e invece non sono che uno dei tanti che con la loro presenza arricchisce questa città di un po' di denaro ma la deruba di parte del suo incanto.
Eppure Praga riesce ancora a riservare qualche vaga magia, magari nell'ombra del Cortile di Tyn, a due passi dal caos, dove è ancora possibile sedersi ad un caffè in santa pace senza dover sopportare l'assurda presenza di vere Trattorie Toscane, come in Malé Namesti, oppure in qualche vicolo che risuona della musica di Chopin o Vivaldi, in un'atmosfera che ci viene regalata da uno dei tanti musicisti di strada. Si può, se si è fortunati, incorrere in un improvviso temporale che liberi, anche solo per pochi minuti, il selciato di Ponte Carlo dalla sua folla di visitatori, bancarellari e ladruncoli e ne riveli la bellezza in un brevissimo istante luccicante, al ritorno del sole, prima che venga di nuovo invaso.
Oppure si dovrebbe salire su una delle tante torri per ammirare i tetti di Praga e le sue guglie, i suoi campanili, isole affioranti in mezzo a questa alluvione umana. Ma meglio ancora è far suonare la sveglia all'alba, farsi trasportare dal tram bianco e rosso che sferraglia giù per la collina di Kobylisy regalando scorci bellissimi, scendere verso la Torre delle Polveri e percorrere una Celetna incredibilmente deserta, attraversare stupiti lo splendore della Staromestské Namesti salutando come si conviene il vecchio Hus e poi dirigersi a caso nei vicoli, nelle piazzette, sui ponti di questa meraviglia di pietra gustandosi ogni angolo, ogni palazzo.
Ci vorrebbe la nebbia, ma non c'è.
E allora almeno cerchiamo di alzare il naso e guardare i frontoni dei palazzi e le loro facciate, fra barocco e art nouveau, le guglie delle torri che si stagliano contro il cielo con un'eleganza che toglie il respiro. Spingiamoci fino a Vaclavské Namesti, testimone di tutte le gioie e di tutti i dolori di Praga, riciclata come centro commerciale, una fetta di Champs Elysées, piena di negozi e grandi magazzini, bella solo per la sua curvatura ascendente in direzione del Museo Nazionale, buona solo per acquistare qualche CD di musica classica a ottimi prezzi. Cerchiamo almeno di guadagnarci il panorama dal Castello, salendo i gradini fin sotto le guglie di San Vito: tetti, chiese, ponti e torri, e, appena più in basso, i vicoli affollati di Mala Strana che contrastano con la verde tranquillità dell'isoletta di Kampa, lambita dalle acque della Moldava, regno di anatroccoli, barchette e pedalò.
Cerco di immaginare come possa essere questa città popolata solo dai praghesi, con la loro aria un po' triste e rassegnata, non troppo amichevoli ma neppure scortesi.
Forse aspettano anche loro un temporale improvviso che li liberi, almeno per un po', da questa troppa umanità.







Guardando l'ombra che proietta
Vieni! Chiunque tu possa essere, vieni! Pagano, idolatra o adoratore del fuoco, vieni!