Ricordo ancora quando mio padre la portò a casa.Il quadro, avvolto in un involucro di carta beige, gli era stato regalato da qualcuno. Era piuttosto grande e andò a sostituire una vecchia stampa in un angolo della sala, proprio vicino alla porta che dava sul balcone.
Raffigurava una bambina, forse di dieci anni, vestita in foggia vittoriana, con un abito chiaro, un viso grazioso dagli occhi scuri e penetranti e dai capelli castani che le ricadevano in forma di boccoli sulle spalle. Teneva in mano un cappello a larghe falde abbellito da un nastro azzurro. Sullo sfondo si poteva intuire un paesaggio tipicamente inglese punteggiato di cavalieri in giacca rossa, probabilmente una scena di caccia alla volpe.
Io, che di anni ne avevo cinque o sei, me ne innamorai immediatamente.Ogni volta che le passavo davanti non potevo fare a meno di rivolgere uno sguardo al volto sorridente della bambina e a quegli occhi profondi che magicamente sembravano seguirmi in ogni punto della stanza. Immaginavo che fosse il ritratto di qualcuno che esisteva veramente e mi chiedevo come poteva chiamarsi, dove poteva abitare.
Gli anni passavano e pian piano raggiunsi l'età della bambina. In un certo senso adesso eravamo coetanei. Cominciai a pensare che se il quadro era antico quella bambina forse adesso era una donna adulta o, peggio ancora, morta e sepolta da chissà quanti decenni.
Fu probabilmente verso i dodici anni che ebbi la netta sensazione di essere, da quel momento, più grande di lei. Notavo infatti che l'espressione del viso, che in passato mi era sembrata vagamente adulta, era in realtà infantile e quasi cominciai a considerarla come una sorella minore.
Sempre più minore.Per diversi anni quel quadro ha rappresentato il termine di paragone della mia crescita. Quella compagna silenziosa che mi guardava dalla parete era immutabile nel suo aspetto ma il mio punto di vista cambiava col tempo. In fondo mi sarebbe piaciuto che anche lei, nel suo paesaggio idilliaco di campi su cui il sole splendeva perenne, avesse potuto crescere insieme a me.
Ieri, a casa di mia madre, l'ho guardata di nuovo dopo molto tempo. E' paziente e fedele. Mi ha accompagnato in silenzio per decenni e continua a sorridermi e a fissarmi con l'aria di chi - nonostante tutto - vuol sembrare più grande dei suoi anni.







Dopo la puntura tutto cambia. Dal letto si distende fino alla finestra una strada fatta di luna, larga, e per quella strada sale un uomo in mantello bianco foderato di porpora e va verso la luna. Vicino a lui cammina un giovane con un chitone stracciato e il viso deturpato. Camminando fianco a fianco discorrono con calore, discutono, cercano di concludere un colloquio.
Devo scusarmi con tutti gli amici se non sono molto presente in questo e nei vostri blog. E' un periodo un po' frenetico che passerà presto.