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Ho udito molti anni di parole, e molti anni dovrebbero portare un mutamento.
La palla che lanciai giocando nel parco non ha ancora raggiunto il suolo.

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Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d'infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell'infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d'amore, nessuna uguale all'altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge



Se non puoi essere un pino in cima a una collina sii una sterpaglia nella valle, ma la miglior sterpaglia sul fianco della collina. Sii un cespuglio se non puoi essere un albero. Se non puoi essere una strada sii un sentiero. Se non puoi essere il sole sii una stella. Perché non è dalla dimensione che si vince o si perde. Sii il meglio di ciò che sei.

Martin Luther King, Barratt Junior High School, Philadelphia, 26 ottobre 1967
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Alcune immagini sono tratte dal web, in caso di problemi avvisate e saranno immediatamente rimosse.
mercoledì, 31 maggio 2006
Dopo vari insuccessi il capo aveva conquistato la presidenza di un piccolo tennis club di provincia e, per celebrare questo avvenimento, aveva organizzato il più classico dei tornei fra i soci al solo scopo di innalzare alla gloria e imperitura fama il suo pupillo, un quasi-diciottenne da tutti ritenuto una promessa del tennis. La scontata vittoria nel piccolo torneo gli avrebbe fruttato un articolo sul giornale locale e, forse, l'attenzione del più importante tennis club della provincia.

Il problema era definire il tabellone. Al primo turno nessuno voleva giocare con lui, per non giocarsi la faccia in una partita dall'esito già scritto, quindi era necessario rispolverare qualcuno che non avesse la minima aspirazione di vittoria, che fosse disposto a farsi allegramente calpestare in campo dal divo e non gliene importasse un fico secco della graduatoria del club. Cioè io.
Perciò, fra il sospiro di sollievo di tutti, il primo turno contro il futuro del tennis toscano toccava a me.

Mi presentai all'ora prestabilita nella mia solita tenuta trasandata: maglietta con su scritto I love NY dove il rosso del cuore che sostituiva la parola love aveva ormai assunto un colore rosina pallido tanti erano i lavaggi subiti, pantaloncini blu e le mie vecchissime Nike. In mano  una ancor più vecchia racchetta senza pretese.

Li vidi arrivare come in un film. Immaginatevi la scena del gruppetto che si avvicina al rallentatore accompagnato dalla colonna sonora de Il Gladiatore. Sul vialetto di accesso avanzavano in quattro. Il padre, forse cinquantenne, sguardo duro, occhi taglienti, appese alle mani sembrava avere due enormi istrici che si rivelarono poi borsoni irti di manici di racchette. Mamma esile dallo sguardo dolce e pacifico che sembrava subire la situazione. Una ragazza decisamente carina, forse la fidanzata del genio, forse sua sorella; teneva in bocca un chupa-chups gigante che ogni tanto tirava fuori dalla cavità bordata di rossetto per poter respirare. E poi lui. Firmatissimo, giovane, biondo, coi riccioli lunghi; sembrava l'incarnazione del dio Apollo che, con la faretra tintinnante di frecce, scende verso la spiaggia di Troia per sterminare gli Achei.

Mi presentai col mio miglior sorriso precisando che la cosa si sarebbe risolta in pochi minuti, vista la mia scarsa propensione al gioco del tennis del quale mi interessava solo il palleggio e l'aspetto ludico. Il giovane dio mi strinse mollemente la mano senza guardarmi in faccia mentre il padre esaminava attentamente l'incordatura delle nove racchette che si era portato al seguito. Le mie palline nuove non furono reputate degne di essere colpita da un simile genio per cui giocammo con le sue. In un ulteriore sforzo di accondiscendenza mi offrii, vista la disparità di forze in campo, se il mitico preferiva, di allenarlo sul rovescio o sulle volèes. Da come mi guardò ebbi improvvisamente chiara la situazione: ero solo un immondo, piccolo, insignificante ostacolo che si frapponeva fra il divino e il secondo turno. Indegno persino di una stilla di sudore.

Ma io sono un ingenuo e ritengo l'uomo una creatura che cela in sè bontà inaspettate. Apollo fece di tutto per farmi ricredere. Dopo pochi minuti aveva già chiuso il primo set con un umiliante 6-0 senza concedermi nemmeno un gioco, senza nemmeno farmi palleggiare. Ogni colpo un punto! Meglio così, pensai, prima la finiamo prima mi libero di costui.

I cambi di campo erano uno spettacolo. L'augusto si sedeva sulla sua sedia mentre suo padre si inginocchiava a massaggiargli le cosce e i polpacci, sua madre frugava nella borsa frigorifero e ne estraeva diversi integratori che sottoponeva alla attenta scelta del figlio. La ragazza carina continuava a succhiare indifferente il suo chupa-chups. Io avevo dimenticato l'acqua.

Ormai non c'era dialogo, anzi non c'era mai stato visto che da quando erano spuntati dal vialetto nessuno di loro mi aveva rivolto la parola. Mentre il futuro del tennis mondiale si portava sul 5-0 nel secondo set pensai che in fondo era giusto così, anche se lui, già dotato di tecnica sopraffina e di vertiginosa gioventù, dell'arroganza e del disprezzo per gli altri avrebbe anche potuto fare a meno.

Ma evidentemente esiste un dio degli oppressi, un nume tutelare delle schiappe e delle mezze cartucce. Si manifestò al punto successivo, quando il biondo angelo lanciò un grido e si accasciò presso la rete. Un crampo! Il padre gli teneva la gamba distesa, la madre gli asciugava il sudore, la ragazza masticava sensualmente il solito caramellone.
Si trascinò sulla sedia imprecando come uno scaricatore di porto. Ebbe un secondo crampo all'altra gamba. La mamma lo soccorse con una bustina di Polase.

Sentendomi un po' in colpa mi avvicinai docile al sofferente e dissi che per me non c'erano problemi: se avesse avuto bisogno di una sosta per riprendersi avrei aspettato. Dopo tutto non ambivo ad una vittoria che non meritavo affatto. Mi guardò come un indemoniato guarda un esorcista e per tutta risposta zoppicò in campo a prendere posizione. Di nuovo, senza rivolgermi la parola.

Aveva perso tutta la sua potenza e la sua precisione; adesso potevo palleggiare e collezionare qualche punticino. Ci volle molta fatica ma alla fine vinsi il set per 7-5. Al cambio di campo, ancora una volta, mi dichiarai pronto a concedergli un po' di riposo. A me non importava un fico secco del torneo e non avevo nessuna intenzione e soprattutto nessuna possibilità di intralciare il suo cammino. Dopo tutto ero lì solo per fare un favore ad un amico.
E' evidente che sono stupido fino al midollo, che non capisco quanta arroganza e disprezzo possa a volte abitare il cuore delle persone anche nella semplice pratica di uno sport. Il dio caduto sputacchiò in terra e prese posizione. Per lui non esistevo.

Era troppo. Davvero troppo. Il perfido Mr. Hyde mandò a quel paese il buon Dr. Jekyll. Era pur vero che non mi importava niente della partita ma l'infame aveva smosso un po' del mio amor proprio assopito.
Lo ammetto, fu un massacro. Soffriva visibilmente mentre lo facevo correre senza pietà da un angolo all'altro del campo o avanti e indietro con pallonetti certamente assistiti dal cielo tanto erano perfetti nella loro cattiveria. Mi sembrava di compiere un sacrilegio. Trattare così quel talento decaduto era come assaltare il Palazzo d'Inverno, violare l'harem del Sultano, stuprare le sacre vergini di Vesta nel loro tempio, ma Mr. Hyde procedeva con freddezza. Anche l'espressione del padre era cambiata e ogni tanto vedevo che mi lanciava uno sguardo quasi a tentare di leggere in quel riflesso nei miei occhi, in quella piccola smorfia di soddisfazione all'angolo della bocca, la profondità della mia determinazione. La mamma aveva già compreso l'enormità della disfatta del figlio, lo si intuiva dallo sguardo triste e assente. L'unica indifferente era la ragazza che continuava a succhiare quel che restava del suo lecca-lecca.

Finì che mi sentii in colpa per averlo eliminato. Il 6-0 al terzo set era la più umiliante sconfitta che il giovane dio avesse probabilmente mai subito. Si alzò dalla polvere e si allontanò zoppicando, attorniato dai suoi sacerdoti, consolato dalla mamma, scortato dal padre e dalla ragazza carina mentre pian piano, dentro di me, Mr. Hyde cedeva di nuovo il posto al buon Dr. Jekyll.
postato da: dodo712 alle ore 13:27 | Link | commenti (18)
categoria:dodo
giovedì, 25 maggio 2006
Van Gogh, Notte stellataLa primavera ci regalava il possesso della notte e, nei capelli, l'aria fresca di maggio che spargeva le lacrime sulle guance, mentre pedalavamo nell'oscurità dietro ai coni di luce delle nostre biciclette. Al termine di un inverno di attesa arrivava il permesso di uscire dopo Carosello e le nostre dinamo tornavano in vita nei sabato sera. Le serate erano lunghe e luminose e la notte un territorio eccitante e sconosciuto che aspettava solo di essere esplorato.

Il campo del Carmine era un grande prato incolto incastrato fra una schiera di case basse e la vecchia chiesa sconsacrata posta proprio ai margini del centro storico. In realtà quel campo non aveva un nome ma noi bambini lo avevamo battezzato così. Era recintato da una vecchia rete metallica arrugginita e, come tutte le cose proibite, aveva un fascino irresistibile.

Parcheggiate le biciclette dietro l'angolo, strisciavamo con cautela sotto la rete in un punto in cui questa era parzialmente rialzata. Ci sembrava di entrare nel nostro regno segreto, in un mare scuro di erba alta su cui volteggiavano a centinaia le piccole lanterne delle lucciole. Ne raccoglievamo a decine nei nostri barattoli di vetro e correvamo a rifugiarci sotto i rami del grande bosso che cresceva in un angolo.
La pianta ci permetteva di oltrepassare i suoi rami più esterni e di rifugiarci presso il suo tronco, come in una caverna di legno e foglie che la luce delle lucciole intrappolate illuminava appena. Più tardi, a casa e custoditi sotto un bicchiere, gli insetti, in seguito ad un misterioso fenomeno, producevano monetine guadagnandosi così la libertà.

Il campo del Carmine c'è ancora. A fianco della chiesa hanno costruito delle palazzine che ospitano uffici e il prato incolto è diventato un giardino. Ci sono passato poche sere fa, in bicicletta, non certo per caso, ma per soddisfare, come spesso avviene negli ultimi tempi e in certe fasi della vita, il bisogno di ritrovare le proprie tracce e far riaffiorare ricordi nascosti.
La vecchia rete non c'è più e il giardino è protetto da una bella cancellata. Nonostante fosse notte inoltrata il cancello era aperto ed io non ho saputo resistere.
Varcare quella soglia è stato come ritornare indietro nel tempo: la stessa oscurità, lo stesso profumo di notte e di erba. Erba tagliata, rasata con cura. Eppure mi sembrava di sentire ancora il solletico degli steli sulle gambe nude, la punta dell'erba che si piegava docile sotto i palmi delle mani aperte verso il basso ad accarezzarla.
E, non ci crederete, di nuovo il prato era inondato di lucciole.

Il vecchio bosso era ancora là e io sono passato a salutarlo come si fa con un vecchio amico. La fessura tra i rami c'è ancora e io ci sono entrato a fatica. Il tronco adesso è più grosso ma la sensazione è stata la stessa di un tempo. Mi piace pensare che il bosso, più vecchio e più saggio, abbia riconosciuto il tocco della mia mano sul suo legno antico.
Ho di nuovo attraversato il prato trapunto di lucciole, sembrava la notte stellata di Van Gogh, e sono tornato alla bicicletta, stupito di non averla trovata rossa fiammante, coperta di adesivi colorati e con i pendagli variopinti ai lati del manubrio.

In quel momento gli anni di cui mi ero liberato in quei pochi minuti mi sono precipitati addosso tutti insieme, come un cappotto troppo pesante da indossare. Ero di nuovo qui, in questo spazio e in questo tempo.
Mi sono lasciato dietro le stelle del cielo e quelle che ondeggiavano lente sul prato.
postato da: dodo712 alle ore 13:01 | Link | commenti (25)
categoria:bolle di sapone, dodo
mercoledì, 24 maggio 2006
In un momento di follia, a seguito di una incauta quanto involontaria richiesta dell'amico farsergio, ha visto la luce il fotoblog Allineamenti che ospiterà foto di viaggi. Vista la mia pigrizia nello scansionare migliaia di diapositive, il misero blogghettino sarà aggiornato con velocità da bradipo.
Avverto subito che, data la scarsa qualità del materiale, ho cercato di correre ai ripari inserendo qualche commento che forse potrà chiarire il motivo della fotografia o illustrare qualche caratteristica del luogo ritratto.
postato da: dodo712 alle ore 15:53 | Link | commenti (8)
categoria:hic sunt leones
giovedì, 18 maggio 2006
Impossibile non vederli. A volte si incontrano agli angoli delle strade di campagna, più spesso all'interno dei recinti sacri dei templi buddhisti e nei cimiteri. L'intero Giappone ne è cosparso.

Sono piccole statuette di pietra raffiguranti una figura, in piedi, dalle fattezze simili a quelle di un bambino. Si chiamano Jizo e, nel Giappone moderno, sono considerati i benevoli protettori dei bambini sofferenti, di quelli che sono morti e di quelli che ancora devono vedere la luce. Gli ideogrammi che compongono il loro nome significano terra (ji) e grembo (zo), ma quest'ultimo ideogramma può avere anche il significato di tesoro, quindi il loro nome può essere tradotto come grembo della terra oppure tesoro della terra.

Il loro culto è stato introdotto in Giappone dalla Cina durante il periodo Nara (710 - 794 d.C.) dalle sette zen Tendai e Shingon. inizialmente questa divinità aveva il compito di intervenire in purgatorio (o qualcosa di simile) per proteggere i bambini morti prematuramente e confinati in quel luogo di sofferenza a scontare la pena per aver fatto soffrire i loro genitori. Con il tempo il loro ruolo è cambiato ed ha assunto caratteristiche tipiche anche di alcuni kami shintoisti.
Ai nostri giorni sono considerati protettori e amici dei bambini, delle donne incinte e dei pompieri e vengono raffigurati un po' ovunque, persino nei fumetti e nei cartoni animati. Sono dei piccoli bodhisattva, coloro cioè che pur avendo raggiunto l'illuminazione si trattengono in questo mondo per aiutare l'umanità a redimersi, rinunciando al Nirvana.

Sono un tocco di tenerezza inaspettato in un Giappone che spesso non riusciamo a capire, ormai schiavo della più spinta modernità ma ancora tenacemente aggrappato alle proprie tradizioni millenarie. I jizo sono spesso rivestiti di piccoli indumenti, cappellini, pupazzi di peluche che i genitori hanno posto loro accanto per i loro piccoli perduti.
Quelle distese di statuette sorridenti e colorate sono testimoni di una tenerezza infinita e privatissima, raramente esternata nella rigida società giapponese, ma che nei recinti sacri dei templi zen, nella pace dei giardini di muschio e di pietra, trova il suo ambiente più adatto. Come compagnia, solo il rumore del vento fra i foglietti bianchi di preghiera annodati ai rami degli alberi.
postato da: dodo712 alle ore 18:07 | Link | commenti (27)
categoria:viaggiando
martedì, 16 maggio 2006
Se le previsioni sono attendibili siamo nei guai fino al collo.

E' quanto emerge dal rapporto dell'organizzazione umanitaria Christian Aid, Il clima della povertà: fatti, paure e speranze, quarantotto pagine agghiaccianti scaricabili in versione .pdf.
Il rapporto, reso pubblico ieri, è stato riconosciuto affidabile dall'agenzia delle Nazioni Unite IPCC, il cui vicepresidente Richard Odingo interviene con un deprimente articolo sul The Independent, e coincide con i dati che Nick Stern del Government Economic Policy inglese sta raccogliendo per una ricerca che sarà completata il prossimo ottobre.

Nel documento Christian Aid fa due conti arriva alla conclusione che i paesi poveri, specie quelli africani, saranno sempre più poveri e indica in 182 milioni di possibili morti (nella sola Africa sub-sahariana) il risultato di carestie, siccità, alluvioni e conflitti in qualche modo legati al cambiamento climatico.

Sono quaranta le nazioni che si sono impegnate a rispettare il Protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni di anidride carbonica, ma all'appello continuano a mancare gli USA e la Cina oltre a tutta la nutrita schiera dei paesi in via di sviluppo che temono che una seria politica ambientale possa penalizzare la loro economia.
Odingo nel suo articolo va addirittura oltre affermando che ridurre il debito dei paesi poveri e ricoprirli di aiuti ad ogni disastro naturale non servirà a niente se non riusciremo ad invertire l'attuale tendenza verso un riscaldamento globale che ridurrà alla fame milioni di persone.

Aspettiamoci dunque una situazione catastrofica a breve termine. Questa è infatti la lista nera che entro pochi decenni potrebbe mettere in ginocchio tutte le nostre buone intenzioni:
-182 milioni di persone potrebbero morire nell'Africa subsahariana a causa di malattie legate al cambiamento climatico;
- aumento della temperatura media globale da 1,5°C a 6°C entro il 2100;
- aumento del livello dei mari da 15cm a 95cm;
- i raccolti africani potrebbero ulteriormente ridursi del 10%.
Inoltre dal 1970 ad oggi il numero di persone colpite da tempeste o alluvioni è salito da 740 milioni a 2,5 miliardi, mentre 3 milioni di persone muoiono ogni anno di malaria. L'aumento di aree con clima caldo e umido è destinato a far aumentare queste cifre.
Se poi pensiamo che il metano ghiacciato sui fondali oceanici potrebbe, riscaldandosi ,risalire in superficie aumentando e accelerando il riscaldamento del pianeta dormiremo sonni agitati.
Sonni che non sembrano, per ora turbare, intere schiere di politici intenti a difendere, in preda ad una sorta di miopia globale, il loro prezioso giardinetto.

Intanto però la preoccupazione sale e la stampa internazionale comincia a dare sempre più risalto a notizie di questo tipo (a parte in italia, impegnati come siamo a sbranarci sulla politica o sul calcio). Almeno è un buon segno, con la speranza che non sia troppo tardi.

fonte:
Poverty and climate changing, Richard Odingo, The Independent
Climate change and Africa, Paul Vallely, The Independent
Hard to believe your eyes, Simon Roughneen, openDemocracy
postato da: dodo712 alle ore 13:07 | Link | commenti (8)
categoria:econews
venerdì, 12 maggio 2006
Una spolveratina agli scaffali della propria biblioteca a volte riserva piacevoli ricordi che riaffiorano inaspettati. E' il caso di questo minuscolo libro che dieci anni fa rappresentò un piccolo caso editoriale, innescato anche grazie ad un articolo di Gianni Riotta sul Corriere della Sera che si concludeva con questo invito: se leggete un libro all'anno, quest'anno leggete questo.

Alice Sturiale (1983 - 1996), fiorentina, ha vissuto solo dodici anni, ma li ha vissuti intensamente, aderendo alla propria esistenza con la pienezza che solo i bambini sono in grado di cogliere. Ne è testimonianza questo Il Libro di Alice, pubblicato a cura dei suoi meravigliosi genitori, che raccoglie brani del suo diario, lettere, riflessioni, poesie e i cui proventi vanno alla Fondazione (intitolata ad Alice) che si occupa di bambini con problemi di natura psico-fisica.

L'errore che tutti commettono - me compreso ovviamente - avvicinandosi a questo libro, è quello di aspettarsi una lettura triste e patetica. Niente di tutto questo. Certamente ci si commuove al pensiero di questa bambina costretta dalla sua malattia a passare quasi tutta la vita su una sedia a rotelle sorretta da un busto, ma non crediate di trovare pietismo o autocommiserazione per questa sua condizione. C'è anzi gioia e amore per la vita; c'è consapevolezza che questa sua condizione le offre un punto di vista diverso, ben più completo di quello dei suoi coetanei (e di molti adulti).
C'è cuore e lucidità negli scritti di Alice. Ma quando si crede di individuare una maturità che oltrepassa la sua età c'è sempre qualcosa di fortunatamente normale che ci ricorda che in fondo era una ragazzina come tante altre.

Niente ha impedito a questa bambina di sciare tra le gambe del padre, di fare il bagno sulla sua carrozzina nelle acque di Stintino, di frequentare gli scout e, con opportuni accorgimenti, di percorrere sentieri di montagna. Grazie al suo carattere forte e determinato ha gettato uno sguardo lucidissimo sulla sua condizione e sulla società che non si cura dei problemi di quelli come lei. Un suo articolo sulle barriere architettoniche disseminate per Firenze è stato pubblicato su La Nazione.

L'ultima parte del libro è dedicata ai pensieri dei suoi amici, dei compagni di scuola, degli scout, dei parenti. Ebbene, su nessuna di queste pagine incombe l'ombra della tragedia ma vi si percepisce il riflesso della luce che il suo carattere è riuscito a trasmettere a chi le stava accanto.

E' un libro positivo, tutt'altro che triste. un piccolo e prezioso promemoria per provare finalmente a viverla fino in fondo, questa vita.

Il disegno di un compagno di scuola delle elementari raffigura un enorme arcobaleno che si staglia contro il cielo azzurro; sotto, la dedica ad Alice recita: il cielo non è mai stato così grande.
Quanto bisogno abbiamo di quel cielo!

Dedicata alla Cami
Non bastano le parole
per parlare di te,
non bastano i pensieri,
non bastano i sogni.
Esiste solo
un piccolo grande nome:
Camilla
che neanche
la più bella poesia
di questo mondo
può raggiungere.
Solo una cosa
ne è all'altezza:
uno sguardo sincero
e una lieve carezza sul viso.

Novembre 1995, Alice Sturiale, Il Libro di Alice
postato da: dodo712 alle ore 13:03 | Link | commenti (11)
categoria:biblioteca
venerdì, 05 maggio 2006
Andai nei boschi perchè desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.
Henry David Thoreau, Walden o Vita nei boschi, 1854
 
Oggi c’è il sole. I palazzi di questo angolo di periferia sembrano un po’ meno brutti di altri; hanno un confortevole color pastello, ampie finestre e vasi pieni di fiori ad abbellire i loro balconi. Abitazioni di quieta e ordinaria disperazione urbana. Circondato dai palazzi, il piccolo giardino dovrebbe rappresentare un’oasi di verde ma è troppo angusto e troppo trascurato per far dimenticare l’ombra dei palazzi vicini.
 
Questa mattina su una panchina di ferro di quel piccolo parco stava seduta una coppia di anziani intenta a fare quello che ci si aspetta da loro ormai da alcune generazioni: dare da mangiare ai piccioni. Sembravano quasi non parlare e a dirla tutta mi facevano un po’ pena, non so proprio perché. Forse perché, in questo mondo di giovanotti palestrati e scattanti, di lifting e guerra senza quartiere alle rughe, la vecchiaia ci fa pensare al fallimento, alla inevitabile sconfitta nella lotta senza speranza contro il tempo che passa.
Nonostante il caldo primaverile lui era avvolto nel suo loden verde, lei portava in testa un berrettino di lana grossa e rossa e addosso un cappottino da niente. Si sono alzati e si sono baciati appena sulla guancia, con una delicatezza ed una tenerezza che non conosce aggettivi. Poi si sono incamminati con passo incerto nel vialetto, tenendosi per mano.
 
Li ho guardati a lungo, questa mattina, perché ho compreso che c’era più vita in quella coppia di anziani lenti e barcollanti, fragili come foglie cadute, che in mille dei nostri uffici, dove passiamo i giorni fra monitor e scartoffie e dove lasciamo che gli anni ci scorrano addosso senza rendersi conto che l’essenziale è altrove. Forse in mezzo alle loro mani congiunte pulsa quella vita che Thoreau, dalla sua solitudine sulle rive dello stagno di Walden, voleva costringere in un angolo, liberata da ogni aggettivo, nuda ed essenziale, ridotta ai minimi termini, nient’altro che vita.
 

Viene voglia davvero di buttar via il portatile e la valigetta e spalancare le finestre dell’anima per farvi entrare un po’ di quel sole che inonda il giardino, come si fa con le case disabitate per far accarezzare le stanze umide da un po’ di luce dopo un lungo periodo di buio. Sento la necessità di scrollarmi di dosso questa vita da formiche, con la certezza che la stiamo sprecando, la vita, e non c’è ingiuria più grande, insulto più imperdonabile.

Ci sono segnali, dettagli che ci fanno capire tutto questo; eppure ogni volta ce ne dimentichiamo e tutto torna come prima. Come se quei vecchietti non ci avessero insegnato niente.
postato da: dodo712 alle ore 18:02 | Link | commenti (19)
categoria:pensieri e parole, dodo
mercoledì, 03 maggio 2006
All'inizio del sentiero che da Manarola porta verso Corniglia troverete certamente qualche pittore che, seduto su uno scoglio, ritrae i colori e il mare di uno dei borghi più belli delle Cinque Terre. Il 25 aprile scorso erano in tre: due orientali e un europeo. La ragazza giapponese era appollaiata su uno spunzone di roccia e il ragazzone dai capelli rossi poco più in là. L'unico facilmente avvicinabile era un anziano signore giapponese che, dalla sua panchina di pietra, colorava ad acquarello il disegno a china appoggiato sulle sue ginocchia.

Aveva perfettamente riprodotto tutto. Gli scogli, i colori pastello delle facciate, le barche dei pescatori e gli ombrelloni gialli della piazzetta. C'era tutto nei minimi particolari. Anche troppo. Vi si poteva perfino leggere la grande scritta gialla tracciata disordinatamente sul muro vicino allo scivolo delle barche: non sostare sotto il paranco. Graficamente orribile, lui l'aveva riportata fedelmente sulla sua opera ignorando probabilmente di aver testimoniato, con la sua precisione, l'immagine della peggiore sciatteria italica.

Nonostante le Cinque Terre siano famose nel mondo come uno dei tratti di costa più sublimi del Mediterraneo, anche se i borghi riescono ancora a salvarsi, ci sono dei tratti che deprimono veramente.
La celeberrima Via dell'Amore è ormai un unico graffito dall'inizio alla fine. Date, nomi, frasi poetiche e disegnini sono ormai tracciati ovunque: sulle targhe di marmo, sui muretti, nelle gallerie e addirittura incise sulle grandi foglie delle piante grasse che costeggiano il sentiero. Per essere una delle mete turistiche più celebri potrebbe essere tenuta un po' meglio, anche se mi rendo conto che la lotta contro l'idiozia di molti visitatori è una battaglia persa in partenza.

Ma non si può dare la colpa solo ai turisti; anche le istituzioni fanno del loro peggio. Nella parte finale del tratto fra Manarola e Corniglia, poco prima di raggiungere la stazione ferroviaria, possiamo goderci lo spettacolo di orrendi casottini di legno, ferro arrugginito e plastica che, abbandonati da anni, deturpano quel tratto di costa. Non manca niente: bottiglie rotte, pentole arrugginite, materassi sventrati, biciclette, lavatrici ed elettrodomestici distrutti. Sempre lungo lo stesso sentiero un nuovo ponte sospeso ha sostituito il vecchio, peccato che il relitto del precedente sia proprio sotto, distrutto e abbandonato nei pressi del mare. Tornando, poi, a quanto descritto all'inizio, resta un mistero il motivo per cui il Comune abbia tanta ritrosia a tirere fuori qualche euro per cancellare quella scritta a Manarola e a sostituirla con un più decente cartello.

Nessun paese come l'Italia ha ricevuto in dono simili bellezze artistiche e naturali, e nessun paese come l'Italia sa gestirle così male. Non è un problema di sola volontà politica, ma di semplice buon senso, di educazione, di amor proprio. La sensazione è che basterebbe poco, ma veramente poco, per rendere decente quel che invece sembra abbandonato. Un po' di buona volontà da parte di tutti, amministratori e turisti, e molti angoli tornerebbero a risplendere.
Ma quel poco non si fa e allora c'è solo da sperare che il giorno in cui i turisti stranieri rifiuteranno di pagare per visitare un paesaggio ormai deturpato dall'incuria degli italiani sia il più lontano possibile. Perchè allora saranno guai seri.
postato da: dodo712 alle ore 12:28 | Link | commenti (19)
categoria:poveritalia