Il deserto fu dato agli uomini perchè vi trovassero la propria anima.
detto Tuareg
Sembra impossibile che i villaggi magrebini possano essere così caotici pur essendo quasi deserti. E’ una caratteristica che notai subito scendendo dal Land Rover che dopo molte ore di viaggio mi aveva portato fin qui, al limite del Sahara, da Djerba. L’isola, come il resto della Tunisia, non era in quegli anni ancora una meta turistica di prima grandezza, gli alberghi erano pochi e scalcinati e i souvenir in vendita nei bazar non erano affatto ricordini pacchiani ma veri oggetti di artigianato.
La strada che porta a Douz era fiancheggiata da alte pareti di sabbia tenuta a bada da grossi tronchi di legno per evitare che un po’ di vento potesse far scomparire l’asfalto sotto un manto di morbida sabbia. L’autista si fermò davanti all’albergo e sorridente me ne indicò l’insegna.
Quando si parla di un viaggio è bene non limitarsi alle coordinate geografiche ma è meglio specificare anche le linee temporali nel quale collocarlo per aiutare a capire. In quegli anni Douz, una porta aperta sul deserto, non era ancora attraversata dai pullman carichi di turisti rumorosi; quali fossero gli altri alberghi del villaggio lo ignoro, mi fermai a quello perché trovai che l’aspetto decadente dell’Hotel Meridien aveva un suo indiscutibile fascino.
Tutto in quell’edificio era vecchio, vissuto e sopravvissuto ad un passato migliore in cui la mano francese era assolutamente evidente. Persino la vecchia vasca ornamentale adesso ospitava fiori galleggianti in una poco rassicurante acqua verdastra. Eppure, con le sue palazzine basse e polverose, quel posto mi affascinava. Anche tre antipaticissimi francesi, agghindati in lunghe vesti bianche che giocavano a imitare Lawrence d’Arabia seduti ad un tavolo della sala da the, contribuivano a fare di quel luogo una specie di bolla temporale all’interno della quale gli anni trenta non erano mai veramente trascorsi.
Davanti all’hotel stazionava il cammello con il suo padroncino, un ragazzino di circa dodici anni. Era tarda sera e non seppi resistere all’invito del deserto. Pagato il dovuto in anticipo salimmo sull’animale dondolante e dopo un’ora eravamo in mezzo alle dune ad aspettare il tramonto sotto una palma, ultima solitaria sentinella davanti al nulla. Il ragazzino, in un impeto gratuito di generosità, si offrì di arrampicarsi sulla palma per cogliere dei datteri freschi e dolcissimi. Decisi di andare un po’ più in là e camminai ancora fino a quando anche la palma, il ragazzino e il cammello non scomparvero dietro le dune di sabbia morbidissima.
Davanti agli occhi avevo solo dune e sabbia. Per migliaia di chilometri, attraverso l’Algeria e il Marocco non c’era che il nulla. Ma definire nulla il deserto è un equivoco nel quale si può cadere solo finchè non lo abbiamo di fronte, e tutto intorno, finchè non ci avvolge della sua pienezza. In realtà non è vuoto ma traboccante di un silenzio mai ascoltato prima, di sabbia, di cielo e di vento. Il colore della sabbia varia di minuto in minuto, da un rosa pallido ad un ocra delicato fino al giallo arancio dei minuti che precedono il tramonto e che con la loro luce bassa e tagliente delineano il profilo delle dune come se fossero disegnate con un unico, deciso tratto di matita da un vecchio artista che racchiude in quel gesto millenni di storia e di esperienza.
La notte arrivò presto ma il percorso di luci e colori per arrivarci fu indimenticabile, come il silenzio che lo accompagnava. Più tardi, nell’oscurità, brillavano ancora lontane le luci di Douz mentre il cammello avanzava senza fretta in quel mare azzurro scuro che avvolgeva l’Hotel Meridien ed il suo mondo immobile, come se il tempo appartenesse ad una dimensione che non lo riguardava. Che non mi riguardava, sospeso com’ero in quel lungo e calmo presente, in un luogo in cui passato e futuro sembrano concetti astratti, come la costa può esserlo per chi naviga senza riferimenti in mezzo all’oceano.
Nella sala da the anche i francesi vestiti di bianco sembravano attraversare indifferenti il loro eterno crepuscolo.