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Ho udito molti anni di parole, e molti anni dovrebbero portare un mutamento.
La palla che lanciai giocando nel parco non ha ancora raggiunto il suolo.

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luna
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ipse dixit
Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d'infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell'infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d'amore, nessuna uguale all'altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge



Se non puoi essere un pino in cima a una collina sii una sterpaglia nella valle, ma la miglior sterpaglia sul fianco della collina. Sii un cespuglio se non puoi essere un albero. Se non puoi essere una strada sii un sentiero. Se non puoi essere il sole sii una stella. Perché non è dalla dimensione che si vince o si perde. Sii il meglio di ciò che sei.

Martin Luther King, Barratt Junior High School, Philadelphia, 26 ottobre 1967
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Alcune immagini sono tratte dal web, in caso di problemi avvisate e saranno immediatamente rimosse.
martedì, 31 gennaio 2006
Se non puoi essere un pino sulla cima di una collina
Sii una sterpaglia nella valle, ma la migliore piccola sterpaglia sul fianco della collina.
Sii un cespuglio se non puoi essere un albero.
Se non puoi essere una strada sii un sentiero.
Se non puoi essere il sole sii una stella.
Perchè non è per la grandezza che si vince o si perde.
Sii il meglio di ciò che sei.

Martin Luther King, Philadelphia, 26 ottobre 1967


La malinconia è un luogo caldo quando fuori fa freddo. E' una stanza del cuore, arredata dal tempo che passa, dove soffermarsi per colorare di dolcezza i propri ricordi. E' sedersi di fronte ad un caminetto acceso, sprofondare in una poltrona rivestita di panno sdrucito - gli anni non debbono passare invano - accoccolati a guardare le tende oltre le quali il vetro di una finestra tiene lontani il freddo e la pioggia. E' immergersi nei ricordi con quella punta di amaro che porta con sé la consapevolezza di volti e paesaggi ormai perduti.

E allora rivedo mia figlia da piccola, una bambina dalle treccine bionde e dagli occhi che sembrano frammenti di cielo. Mi aspetta in cortile, nel suo vestitino verde di cui va così fiera, col suo pallone in mano; e io mi sento in colpa per non aver giocato con lei quanto avrei voluto e dovuto, per non averle dedicato abbastanza tempo, un tempo che adesso non c'è più. Lei sta crescendo, è una ragazza, ormai, e sta muovendo i suoi primi passi nel difficile territorio dell'adolescenza.

Le auguro di vivere un tempo migliore di quello che stiamo attraversando e di rendersi conto che ognuno, nel suo piccolo, può dare un contributo di passione e di onestà affinchè l'umanità possa fare un passo avanti verso un futuro accettabile per un sempre maggior numero di persone. Spero che non sia prigioniera di ideologie e religioni ma che da queste possa attingere umanità, civiltà, solidarietà e amore, continuando sempre ostinatamente a pensare con la propria testa. Spero che possa capire che ogni uomo è solo un granello in un mare di sabbia ma che ogni granello di quel mare racchiude in sé l'intero universo e ha diritto a dignità e rispetto. E le auguro di diventare saggia, ma a poco a poco, perchè gioventù non fa rima con saggezza; di non cedere mai alla tentazione della schiavitù - propria o altrui - e di non dover mai abbassare lo sguardo davanti allo specchio o rinunciare alla propria dignità di essere umano, senza per questo sconfinare nell'orgoglio e nell'alterigia. Le auguro anche qualche difficoltà, per il suo bene, perchè possa capire che spesso i crinali si raggiungono per sentieri non facili e possa così apprezzare meglio il compimento dei suoi sogni; e che possa averne di sogni, a così tanti negati, e possa impegnarsi per realizzarli ad uno ad uno, per poi averne di nuovi.

E, qualunque possa essere la dimensione della scia che lascerà nel mondo, spero che arrivi ai suoi ultimi giorni serena e appagata per aver aderito alla vita in tutta la sua pienezza e aver vissuto secondo i suoi desideri e le sue speranze, ricordando sempre quanto Martin Luther King disse quel giorno a Philadelphia.

Spero si ricordi di me con dolcezza quando a sua volta siederà nella sua stanza del cuore ad assaporare un po' di malinconia.

postato da: dodo712 alle ore 15:30 | Link | commenti (9)
categoria:dodo
venerdì, 27 gennaio 2006
Alleluja!

L’ignorante, il cafone, il maleducato, l’arrogante figlio del capo ha preso la sua brava abilitazione. Circondato da un alone di silenzio e di mistero è scomparso nel nulla per una settimana. Dicono sia andato in una regione sperduta del globo dove gnomi compiacenti avrebbero forgiato, a poco prezzo, il suo tanto agognato pezzo di carta cha da ora in poi arricchirà le nude pareti del suo già ricco ufficio. Ma sono solo voci di dipendenti ingrati e invidiosi.

Ovviamente, innanzi a tanto splendore, i dipendenti tutti, familiari compresi, hanno scompostamente gioito. Dopo mesi di borbottii, di lamentele per le ingiustizie, per i maltrattamenti al limite del mobbing, per i velati insulti, le maestranze tutte hanno concepito l’inaspettato colpo di scena: un regalo al giovine per la modica cifra di oltre euro 50 a dipendente (quasi mille euro in totale).

Ci sono evidenti problemi alla spina dorsale che non ne vuol sapere di stare su dritta in un ultimo rigurgito di dignità. Lo strisciamento impiegatizio dinnanzi al superiore, tra l’altro tanto odiato, mi fa star male. Odio vedere come si sgomitano per essere invitati alla festa che si terrà per la sudata conquista del foglio di carta. Odio vedere l’ipocrisia di chi borbotta e poi sorride servile.

Insieme agli altri pochi negletti che hanno deciso di ignorare l’invito guardo la processione di adoranti, nani e ballerine che si recano in fila indiana a congratularsi e a far sapere al neo professionista che, caschi il mondo, lo omaggeranno alla sontuosa festa.

Mi tornano in mente quegli operai in tuta blu che, negli anni settanta, dietro i loro striscioni marciavano per salvaguardare il loro posto di lavoro e penso a questi che il loro lavoro cercano di salvaguardarlo a suon di regalini e servilismo. Quegli operai almeno, con la loro schiena dritta, conservavano la loro dignità di uomini.

postato da: dodo712 alle ore 14:45 | Link | commenti (5)
categoria:disperso in ufficio
mercoledì, 25 gennaio 2006

Ieri il ministro francese dell’Economia e delle Finanze Thierry Breton ha presentato ai suoi colleghi dell’Ecofin un memorandum sulla politica energetica europea. Secondo L’Express questo documento contiene una richiesta di diversificazione ma soprattutto una legittimazione del nucleare.

C’era probabilmente da aspettarselo visto la crisi del gas russo. La Francia, che è da sempre una sostenitrice del nucleare, chiede nel suo documento la definizione di un programma comune europeo di ricerca e sviluppo su questa fonte energetica al fine di mantenere il livello di eccellenza riconosciuto all’industria europea. Il testo raccomanda anche di seguire la strada delle energie rinnovabili considerate un’opportunità interessante per ridurre le emissioni di gas che contribuiscono all’effetto serra ma che, per il momento, hanno costi troppo elevati per poter sostituire completamente le fonti di energia tradizionali. Tutto questo instaurando un non meglio definito dialogo energetico con Russia, Cina, India e con i paesi dell’OPEC. Il documento non ha entusiasmato i partner europei. In primo luogo la Germania, la cui ostilità al nucleare è stata recentemente ribadita dalla Merkel, mentre la Gran Bretagna tace e l’Italia pure (siamo in clima di elezioni).

Il nucleare in Europa contribuisce per il 34% alla copertura del fabbisogno energetico. Un europeo su due, secondo i sondaggi della Commissione Europea, ritiene indispensabile un coordinamento energetico fra i paesi dell’Unione ma solo il 12% si dichiara favorevole al nucleare contro il 48% di sostenitori dell’energia solare, il 41% delle nuove tecnologie (idrogeno) e il 31% dell’energia eolica. Insomma, tutto il contrario che in Francia.

Del nucleare non mi fido poi molto ma ancor meno mi fido dell’Italia. Da un rapido sguardo alla cartina dell’Europa si capisce subito che in fatto di sicurezza non siamo molto tranquilli. Se l’incidente di Chernobyl ha reso radioattiva l’insalata italiana e i licheni norvegesi un incidente in una centrale francese coinvolgerebbe gran parte del continente. A maggior ragione non mi piacerebbe vedere centrali del genere sul territorio italiano. Sono sicuro che verrebbero costruite nel posto sbagliato (siamo campioni olimpionici di tangenti e bustarelle), forse verrebbero amministrate da raccomandati messi lì dai potenti di turno, le scorie sarebbero smaltite per far guadagnare i soliti furbi in barba alla salute dei cittadini. Insomma più che della pericolosità stessa delle centrali non mi fido della pericolosità del sistema-Italia.

Dipendiamo per l'85% dagli altri per la nostra energia ma, per favore, non facciamoci ulteriormente del male.

postato da: dodo712 alle ore 13:45 | Link | commenti (6)
categoria:poveritalia, europeando, econews
lunedì, 23 gennaio 2006

brownDopo le catastrofiche previsioni di James Lovelock tranquilliziamoci (si fa per dire) con le opinioni di Lester Brown, fondatore del Worldwatch Institute, che dice la sua sul nostro futuro nel suo libro Plan B 2.0 scaricabile in formato PDF dal sito della Earth Policy.

 

Mentre Lovelock – vedi post Oltre la soglia – da per scontato che appiamo raggiunto il punto oltre il quale non potremo più tornare indietro, Lester Brown appare più ottimista; abbiamo, dice, tutti i mezzi per invertire la rotta prima che sia troppo tardi e per dar vita a quello che chiama il Piano B che, se applicato, dovrebbe permetterci di evitare quanto Lovelock da invece per certo. Però dobbiamo muoverci prima che sia troppo tardi. Dopo tutto il degrado della situazione ambientale è stato innescato dall’uomo e l’uomo è in grado di rallentarlo, possibilmente fermarlo, con le attuali conoscenze e tecnologie.

Il Piano B porta come esempi da seguire alcune soluzioni che sono state adottate ingiro per il mondo e che secondo l’autore dovrebbero estendersi a tutti i paesi, specialmente a quelli più industrializzati e a quelli che lo saranno nei prossimi anni. E così Brown cita i frigoriferi giapponesi sotto vuoto che consumano un ottavo dell’elettricità richiesta fino a pochi anni fa, le auto ibride gas/elettricità che hanno un’efficienza doppia rispetto alle auto attuali. La Danimarca è portata ad esempio per l’energia eolica: ne produce il 20% del suo fabbisogno e  nel 2030 le centrali eoliche copriranno il 50% del fabbisogno nazionale. Anche il Brasile è citato per gli studi sul combustibile derivato dalla canna da zucchero e l’India per i raccolti e la produzione di latte e la Cina per gli allevamenti di pesce la cui produzione supera il pesce pescato in mare. Le montagne della Corea del Sud, un tempo brulle, sono coperte da foreste e Amsterdam sarebbe una città ideale in un mondo modellato sul Piano B: il 35% degli spostamenti in città avviene in bicicletta con un conseguente abbattimento dell’inquinamento da traffico.

Si tratta insomma, secondo Brown, di costruire un nuovo tipo di economia che abbia come priorità l’ambiente; non solo, il passaggio a questa nuova economia dovrà avvenire al massimo della velocità possibile per non finire come Lovelock prevede.

Ce la faremo? Lo sapremo nei prossimi decenni. Certo è che la parte più difficile è quella che comporta il superamento degli egoismi economici e nazionali per agire nel bene del pianeta, cioè di tutti.

Sarà dura, molto dura.

postato da: dodo712 alle ore 12:54 | Link | commenti (9)
categoria:econews
giovedì, 19 gennaio 2006

euroNon essendo un grande frequentatore di chiese posso anche sbagliarmi, però non ricordo di aver mai sentito un sacerdote, un vescovo, un cardinale, un Papa qualsiasi tuonare contro i molti evasori fiscali e denunciarli con il loro vero nome: ladri. Eppure alcuni di loro sono cattolicissimi, vanno a messa, dalle pareti dei loro uffici pendono i calendari di Padre Pio. Hanno fatto ore di fila per vedere la salma del Papa, hanno trepidato davanti alla televisione in attesa della decisione del Conclave. La domenica mattina insegnano catechismo ai bambini. Ci si potrebbe aspettare un’onestà cristallina da coloro che sbandierano la religione cristiana come il loro faro nella notte.

Eppure alcuni rubano.
Per anni, senza vergogna, senza nemmeno un’apparente increspatura della coscienza evadono tutto quanto si può evadere. In modo rozzo, chiaro, indiscutibile, semplice. Senza neanche il pudore di nasconderlo, con l’ingenuità di un bambino, evadono. Però sono perfetti cattolici. Peccato che non considerino il furto come un peccato e, se lo fanno, si autoassolvono immediatamente. 
 
Nella perenne opera di maquillage che investe da anni questo paese il vero nome delle cose è coperto da uno strato di sostantivi soffici, gradevoli;  i disabili hanno attraversato la fase che li vedeva prima handicappati, poi portatori di handicap, poi disabili e adesso diversamente abili; cambia il nome ma non la sostanza. In Francia non hanno mai smesso di chiamarsi handicappés ma hanno i servizi adeguati e le barriere architettoniche sono nella maggior parte dei casi rimosse. Qui no. Nel Bel Paese il termine evasore ha un alone di rispettabilità che il suo corrispondente di ladro non possiede. Dopo tutto il pensionato che ruba un po’ di spesa (per sopravvivere) al supermercato, per poi vergognarsi finchè campa, viene additato come ladro pur avendo probabilmente una statura morale ben più alta dei nostri bravi evasori. 
 
Si dovrebbe riesumare nelle scuole la materia ormai dimenticata dell’educazione civica. Non solo per insegnare ai bambini che è preferibile attraversare sulle strisce pedonali ma soprattutto per spiegare che c’è un interesse comune che va rispettato, che chi evade per anni e per miliardi non va ammirato come furbo ma bollato come delinquente, che i soldi che lui si intasca illegalmente mancheranno per i servizi essenziali, per le scuole, per la sanità, per i trasporti; mancheranno non a loro che si sono costruiti con quei soldi ville e uffici faraonici, ma ai poveri diavoli che non possono far altro che rivolgersi al settore pubblico per qualunque servizio perché il privato, per il loro reddito, è irraggiungibile.

Tutti si lamentano di coloro che siedono in parlamento, spesso a ragione, ma sono lo specchio di un paese malato, senza morale e senza coscienza, che, come le dame del Seicento, si copre di profumo per far dimenticare il tanfo che emana. Il retaggio borbonico dello Stato nemico, da fregare sempre e comunque, dovrà essere prima o poi sostituito dalla consapevolezza che lo Stato siamo noi e i ladri-evasori non danneggiano un’entità astratta e nemica, ma depredano tutti  i cittadini che in questo stato vivono rispettandone la Costituzione. 

Lo so, sono discorsi ingenui che nessuno fa più in un paese ormai rassegnato ed anestetizzato, un paese che può subire qualunque scandalo, rapina o nefandezza senza battere ciglio. Eppure mi piace pensare che un giorno i bambini di oggi, crescendo, proveranno un senso di imbarazzo e vergogna scoprendo che il padre è un evasore incallito.

postato da: dodo712 alle ore 12:18 | Link | commenti (5)
categoria:poveritalia
martedì, 17 gennaio 2006
GaiaNel suo ultimo rapporto, datato 2001, l’agenzia della Nazioni Unite Intergovernmental Panel on Climate Change prevedeva un aumento della temperatura media globale di circa 5,8 gradi centigradi entro la fine del secolo, rimanendo tuttavia ragionevolmente ottimista riguardo alla possibilità di tenere sotto controllo i cambiamenti climatici attraverso l’abbassamento delle emissioni di CO2.
Il 2 febbraio prossimo uscirà il libro di James Lovelock, La vendetta di Gaia, destinato a mettere in discussione questa previsione e a disegnare una scenario catastrofico per i decenni a venire.
 
James Lovelock è uno scenziato di primordine le cui teorie si sono fatte strada nel corso degli ultimi tre decenni fino a diventare universalmente riconosciute dalla grande maggioranza dei suoi colleghi. Negli anni settanta Lovelock elaborò la teoria che attribuisce alla Terra un sistema di controllo su scala planetaria per mantenere l’ambiente adatto alla vita, battezzato Gaia e ampiamente accettato nel mondo scientifico. Adesso, in seguito ai cambiamenti scatenati dall’uomo, questo sistema comincia a lavorare contro di noi.
 
Lovelock pensa che abbiamo oltrepassato la soglia del non ritorno. Prevede che la temperatura media globale arriverà ad aumentare fino a 8 gradi innestando una serie di scenari catastrofici fatti di strati di ghiaccio che si scioglieranno, di intere regioni (Bangladesh) sommerse dalle acque e di milioni di rifugiati per motivi ambientali che nessuna agenzia sarà in grado di gestire, di agricoltura scomparsa e di paesi già poveri ancora più ridotti alla fame; un mondo completamente sconvolto e in mano sempre di più al caos e alle guerre. Insomma, quanto già previsto si verificherà ma ad una velocità imprevista.
 
Lovelock arriva a sostenere l’uso del nucleare per tentare almeno di ritardare l’effetto delle emissioni di CO2 che lui prevede aumenteranno a causa della industrializzazione di Cina e India e del dolce far niente degli USA sotto questo aspetto. Si spinge addirittura a ritenere inutile qualsiasi ulteriore sforzo per combattere una situazione senza speranza e a chiedere invece ai governi mondiali di attrezzarsi per salvaguardare la conoscenza dell’umanità.
 
L’Artico sarà entro la fine del secolo l’unica zona con un clima tollerabile. E’ qui, secondo Lovelock, che i governi dovrebbero concentrare la documentazione di tutte le ricerche scientifiche fondamentali alla futura sopravvivenza dell’uomo sulla Terra. Ovviamente non sottoforma digitale ma su buona carta robusta e scritte con un inchiostro di buona qualità destinato a durare nel tempo.
 
Le reazioni alle predizioni catastrofiche dello scienziato non si sono fatte attendere. I Verdi inglesi concordano sull’accelerazione del fenomeno del riscaldamento globale ma rimangono perplessi sul fatto che non si possa far niente per arrestarlo. Altri, come l’associazione Friends of the Earth, vedono ancora un piccola finestra di opportunità da sfruttare prima di scrivere il necrologio dell’umanità. Greenpeace pensa che Lovelock potrebbe aver ragione ma senza certezze dichiara che bisogna continuare a provare ad invertire la tendenza.
 
Insomma, secondo gli ambientalisti inglesi, ancora una volta la scelta è nostra e solo nostra. Nel frattempo c’è da sperare che Lovelock si sbagli.
 
 
postato da: dodo712 alle ore 13:00 | Link | commenti (5)
categoria:econews
venerdì, 13 gennaio 2006

Strano che siano proprio gli europei a meravigliarsi del comportamento del presidente iraniano riguardo al nucleare. Proprio noi che per decenni siamo vissuti in pace rabbrividendo al solo pensiero che questa pace fosse basata sul principio dell’equilibrio nucleare fra l’Occidente e il defunto Blocco Sovietico.

Basta guardare la cartina del Medio Oriente per rendersi conto che l’Iran è circondato da stati armati fino ai denti: Cina, Pakistan, India, Israele sono tutti dotati di armi atomiche; inoltre il Grande Satana è lì a due passi, in Iraq, anche se impegnato a trovare il modo di uscire dalle sabbie mobili in cui si è ficcato. Forse, nella testa di Ahmadinejad, che non mi sembra il classico stupido, nonostante certe sparate che poteva (e doveva) risparmiarsi, c’è il pensiero proprio di un equilibrio nucleare che tutto sommato in Europa ha funzionato per così tanto tempo. Un Iran con la sua brava bomba risulta inattaccabile in modo indolore e non soggetto a ricatti.

Ora, non è che Ahmadinejad mi sia simpatico, tuttaltro, ma, come ha scritto Timothy Garton Ash sul Guardian pochi giorni fa (tradotto oggi su Repubblica) ricorrere alla sgridata ONU, seguita poi da sanzioni economiche, servirebbe solo a compattare attorno al presidente, e soprattutto a chi comanda veramente, Khamenei, la società iraniana. Società che, nonostante il regime teocratico a cui è sottoposta, è una delle più pro-occidentali dell’area. Non sarebbe quindi un grande risultato. Peggio ancora se dalle sanzioni si dovesse passare ad azioni di forza che sarebbero veramente la soluzione più idiota che si possa pensare ma, si sa, ultimamente più una strada è sconclusionata e più è facile che venga percorsa.

Ripeto, il personaggio non mi piace neanche un po’, ma per favore non raccontiamoci la balla che è uno dei soliti pazzi che sembrano attraversare con una certa ricorrenza il corso della storia. Sicuramente sarà un bugiardo visto che va raccontando in giro che le centrali nucleari saranno destinate a produrre energia civile in un paese che galleggia su un mare di petrolio, ma sicuramente non un pazzo qualunque. L’impressione è che stia tirando la corda sapendo benissimo sino a che punto arrivare. Cina e Russia sono legati all’Iran da rapporti economico-energetici di vitale importanza e in Europa alcuni stati hanno forti interessi commerciali con gli ayatollah, Germania, Italia e Francia in prima linea; non sarà una decisione facile per il Consiglio di Sicurezza decidere la misura delle probabili sanzioni.

L’uomo, o chi gli sta dietro, o meglio, diversi gradini sopra, sa cosa vuole e come ottenerlo, quindi probabilmente lo otterrà, in barba agli accordi internazionali violati. Quello che però è più da temere è la reazione occidentale che ultimamente ha usato (malissimo) i muscoli dimenticandosi del cervello e ne abbiamo visti i risultati. Ma sarebbe bene ricordarsi – e far ricordare a chi di dovere, uno a caso –che  l’Iraq, che doveva essere una passeggiata e invece somiglia sempre di più ad un Vietnam , non è l’Iran.

postato da: dodo712 alle ore 12:48 | Link | commenti (4)
categoria:nel mondo
giovedì, 12 gennaio 2006
Chissà che faccia ha fatto Larry Applebaum, esperto di jazz, incaricato di trasferire su digitale la collezione della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, quando si è trovato, quasi un anno fa, tra le mani un piccolo tesoro.
Il 29 novembre 1957 il Thelonious Monk Quartet, composto, oltre che dal pianista, da Ahmed Abdul-Malik al basso, Shadow Wilson alla batteria e - meraviglia delle meraviglie - John Coltrane al sax, registrò alla Carnagie Hall di New York un concerto per una trasmissione radiofonica di Voice of America. A causa di un errore in fase di catalogazione i nastri furono perduti fra le migliaia di registrazioni della Voice of America conservate presso la Biblioteca del Congresso a Washington, DC.
Sono rimasti nascosti per quasi cinquant'anni fino a quando Applebaum li ha casualmente ritrovati.
Questa incisione è una delle poche effettuate dal Thelonious Monk Quartet con John Coltrane. Non solo. Anche se passate in secondo piano, negli stessi nastri sono presenti anche brani di Dizzy Gillespie, Ray Charles, Chet Baker e Sonny Rollins che si erano esibiti nel corso dello stesso concerto.
Il Coltrane che si sente non è ancora l'innovatore che conosciamo ma un ottimo esecutore delle composizioni di Monk il quale, in un'intervista, dichiarò di aver percepito un Trane più libero rispetto alle incisioni con Miles Davis.
Sono passati cinquant'anni ma la musica non è niente affatto datata e ascoltare questo disco è come viaggiare all'indietro nel tempo fino agli anni d'oro del jazz americano.
postato da: dodo712 alle ore 12:03 | Link | commenti (7)
categoria:blue notes
lunedì, 09 gennaio 2006
Mi piace il rumore degli sci che mordono la neve e il lieve gemito delle lamine che lottano con il ghiaccio; amo sentire la pressione sul lato anteriore interno e il danzare fra le cunette, e quella leggera vertigine che provoca un improvviso cambio di pendenza. Amo tutto questo e l’ho amato per anni.
Tuttavia ho recuperato una dimensione più ecologica della montagna, non più solo tecnica o sportiva ma fatta anche e soprattutto di soste per cercare i camosci sulle cenge o per far scorrere lo sguardo sui profili dei crinali e delle cime innevate per gratificarle con un nome. Mi piace lasciar passare il tempo per assaporare queste ore sulla neve e capire – non ci vuole poi molto – come le pareti che ci sovrastano siano così fuori dalla nostra piccola portata.
Forse sto attraversando lo stesso stato d’animo che Ettore Castiglioni descrive nei suoi diari di alpinista e partigiano, pubblicati con il titolo di Il giorno delle Mesules, quando dopo anni di pura tecnica un incidente sciistico gli fa scoprire un nuovo modo di vivere.
Non sopporto coloro che scendono lungo le piste senza nemmeno guardarsi intorno, senza altro interesse che l’ultimo tipo di sci o di scarponi, senza altra aspirazione che l’occhialino firmato, senza notare il cambiamento di colore che il passaggio di una nuvola dipinge sulle pareti innevate.
E sempre di più mi urta vedere il plexiglas azzurro delle ovovie sfidare il rosa dolomitico, deturpare i prati per portare su migliaia di sciatori. Come me. Se io assaporo tutto questo è perché quegli impianti ci sono e io li utilizzo per poi sentirmi in colpa per aver contribuito allo scempio.
E’ un controsenso del quale non riesco a liberarmi.
Così come non mi piacciono le troppe ferrate che graffiano i fianchi delle dolomiti e che in estate diventano una lunga teoria di giacche a vento colorate. Una sorta di via democratica all’alpinismo che deturpa luoghi che dovrebbero essere guadagnati solo attraverso fatica, esperienza e sacrificio e non attaccati o conquistati secondo quella squallida terminologia di stile militare che avvilisce i migliori propositi alpinistici riducendo la montagna ad un nemico da sfidare e combattere per conquistarne la vetta.
Lo so che questo modo di pensare è una partita persa in partenza e che le cose sono probabilmente destinate a peggiorare fino al punto in cui non ci saranno più spazi per nuovi impianti; ma la montagna mi piace e non sopporto di perdere una partita senza almeno provare a combatterla.
postato da: dodo712 alle ore 13:31 | Link | commenti (2)
categoria:dodo, dolomitica