Li ho conosciuti in una estate del 1997 su una spiaggia dimenticata dell’isola croata di Brac che i pochi turisti non avevano ancora scoperto. Una spiaggetta di sabbia fine, l’unica, ombreggiata da alberi che si spingevano fin quasi al limite dell’acqua. Era deserta, quasi nascosta, con l’acqua limpida e poco profonda; oltre il braccio di mare si poteva scorgere la costa dalmata, dai palazzi della periferia di Spalato alla inconfondibile spaccatura di Omis.
Fu verso mezzogiorno che arrivarono.
Sbarcarono gridando e saltellando da un vecchio pulmann sferragliante. Erano tutti bambini fra i cinque e i dodici anni quelli che in pochi secondi occuparono la spiaggia, correndo, barcollando, camminando a fatica. Ognuno di loro portava un terribile ricordo della guerra da poco finita: amputazioni, cicatrici che attraversavano il dorso o un fianco da un lato all’altro; qualcuno aveva perduto un piede o un braccio.
Uno di loro si avvicinò per prendere una formina di plastica a mia figlia, che allora aveva cinque anni, e poi scappò via saltellando sulle gambe malferme; lei non protestò, non disse nulla, forse si rese conto che quel bambino aveva molto più bisogno di lei di quel giocattolo. Le ragazze che li accompagnavano mi dissero che erano tutti bambini di etnia croata provenienti dalla Bosnia dove avevano perduto le loro famiglie e le loro case ed erano stati spediti – come molti altri profughi – proprio a Brac perché meno battuta dal turismo che lo stato stava cercando in ogni modo di riportare ai livelli di prima del confllitto. Venivano da città i cui nomi fanno ancora oggi rabbrividire.
Lontano dalla bellissima spiaggia di Bol, con la sua lingua di sabbia incantata, questi piccoli profughi si godevano quella caletta solitaria, nascosti agli occhi dei turisti per non disturbare la loro vacanza e la loro coscienza. Avrei voluto caricarli sul loro pulmann decrepito, dalla targa terrificante, uno per uno, e scaricarli a Bol in mezzo ai bagnanti della Punta d’Oro, non più trattati come vecchi soprammobili riposti in un angolo, quasi ci si vergognasse di coloro che più di tutti avevano pagato per quella guerra.
Quella sera tornai a casa un po’ più triste, un po’ più cresciuto, un po’ più scettico di fronte alle onnipresenti e orgogliose bandiere a scacchi bianchi e rossi che sventolavano ovunque.