Qualcosa abita in noi, negli strati più profondi della coscienza. Fuori dal nostro controllo gestisce le nostre emozioni, là dove non possiamo raggiungerle, là dove niente viene dimenticato.Un oggetto. Un insieme di cuoio, tessuto e metallo assemblato in forma di valigetta. Nessun particolare valore intrinseco anche se è un oggetto di ottima fattura. Ma, aggrappati alla sua stoffa, alle sue fibbie, ai suoi scomparti, vivono ricordi e sentimenti che sembravano dimenticati, incrostazioni di pensieri apparentemente morti e sepolti.
L’avevo riposta sperando di rinchiudere nell’armadio, insieme a lei, anche i ricordi dei brutti momenti che si portava dietro, in uno di quei sussulti durante i quali si decide improvvisamente di voltare pagina e per rafforzare la volontà la si maschera con un cambiamento reale, sia esso un nuovo oggetto acquistato, un taglio di capelli, un nuovo capo d’abbigliamento. L’avevo dimenticata per anni fino a quando, avendo bisogno di una valigetta capiente, non ho riaperto quello scomparto.
Una increspatura sulla superficie tranquilla dell’anima si è trasformata in un vortice che ti trascina nel passato e i ricordi induriti riprendono la loro freschezza e ritornano ad essere materia viva e pulsante, dolorosa.
Niente si dimentica, niente dorme come sembra. Niente riposa.







Immaginate di andare al cinema e voltare le spalle allo schermo per guardare nella direzione della cabina di proiezione. Può sembrare un controsenso, ma non lo è.
Alzando gli occhi ho visto il terrazzino, la vecchia ringhiera riverniciata, gli archi in muratura e per tetto il glicine fiorito. Si vede dalla stradina del centro, proprio dietro la casa dove ho abitato per così tanto tempo.
Come passino le loro giornate non ne ho idea ma ogni mattina sono lì, puntualissimi, allineati sugli alberi che costeggiano il giardino, pazienti e colorati, una minuscola armata brancaleone di merli, passerotti, pettirossi e capinere che viene a consumare i propri pasti sotto la finestra della mia cucina, quasi fosse un circolo, una casa del popolo, una mensa dove si mangia bene e si spende poco.
Se in questo periodo dovessi scegliere un’immagine che mi rappresenta, sarebbe quella di me stesso seduto in giardino a guardare con calma il mondo che scorre oltre la siepe, intento, come dice il contadino laotiano, ad ascoltare il riso che cresce.
Stavo cercando gli struzzi.
Non è necessario svegliarsi presto, rinunciare alla colazione dell’albergo infilandosi in tasca qualche biscotto e caricarsi gli sci in spalla per arrancare nella neve fresca fiancheggiando gli abeti.
L’ideale sarebbe un raggio di luce tagliente che investisse il bicchiere e rivelasse al mondo il leggero ricciolo di vapore che sale dal liquido ambrato, fra i ciuffi di menta fresca. Invece il sole al tramonto non arriva sulla terrazza del caffè che domina la piazza affollata.
Il termine Ozio (derivato dal latino "otium") indica un'occupazione principalmente votata alla speculazione intellettuale ed è contrapposto al concetto di negotium, occuparsi (più per necessità che per scelta) dei propri affari.
Come il viaggiatore che naviga tra le isole dell’arcipelago vede levarsi a sera i vapori luminosi, e scopre a poco a poco la linea della costa, così io comincio a scorgere il profilo della mia morte.
Cari amici,
Bene, ragazzi, è tempo di rilassarsi un po' perciò il blog chiude per sopraggiunte vacanze natalizie e riaprirà dopo Befana. Svolazzerò qua intorno ancora per qualche giorno prima di andare a calpestare un po' di neve.
Materialmente non aiutai mai il sole a sorgere, è vero, ma non c'è dubbio che essere presente quando sorgeva fosse di estrema importanza.
Ieri c'era, oggi non c'è più.
I vecchi da noi hanno isole negli occhi,
Guardo mia figlia. Ha circa la stessa età di quei ragazzi che a
Il sentiero che proviene da Orsigna e sale su verso la vetta del Corno alle Scale separa per un breve tratto la Toscana dall'Emilia. Una volta emersi dal bosco e raggiunto il crinale appenninico, guardando in basso verso destra, si possono vedere le vallate del versante emiliano e i borghi di Monteacuto, Lizzano in Belvedere e Pianaccio, il paese natale di Enzo Biagi.
Fortunatamente sembrano esistere persone tranquillizzanti. Ti mettono di buon umore e ti riconciliano con il mondo per il solo fatto di esistere, ti fanno vedere la vita da una angolazione inusuale facendo le cose più semplici in modo diverso e probabilmente migliore.
Giacca nera, ingessati nelle loro camicie bianche fissate al collo da cravatte sottili, occhiali dalle montature spesse e scure, contrastavano così tanto con i divi scomposti del rock che si esibivano in quegli anni seminascosti da montagne di cavi, microfoni, tamburi, rullanti, piatti e strati infiniti di tastiere.
A guardare bene sembra un quadro di Edward Hopper.