Da quanto tempo ti conosco, Canada? Cento anni? Sì, cento anni. E ancor più lune. E oggi, mentre celebri i tuoi cento anni, io sono triste per tutti gli indiani di questa terra.Perché ti ho conosciuto quando le tue foreste erano mie; quando mi fornivano carne e indumenti. Ho conosciuto i tuoi ruscelli e i tuoi fiumi dove i pesci brillavano e danzavano nel sole, dove le acque dicevano ‘vieni e mangia della mia abbondanza’. Ti ho conosciuto nella libertà dei venti. E il mio spirito, come i venti, una volta vagava sulle tue buone terre.
Ma nei cento lunghi anni da quando arrivò l’uomo bianco, ho visto la mia libertà scomparire come il salmone che misteriosamente se ne va in mare. Le strane usanze dell’uomo bianco, che non potevo capire, mi hanno schiacciato fino a non farmi più respirare.
Quando ho combattuto per proteggere la mia terra e la mia casa, mi hanno chiamato selvaggio. Quando non comprendevo né volevo il loro modo di vivere, mi hanno chiamato fannullone. Quando ho tentato di governare il mio popolo, mi hanno privato dell’autorità.
La mia nazione è stata ignorata nei vostri libri di storia – erano poco più importanti nella storia del Canada dei bisonti che erravano nelle pianure. Sono stato ridicolizzato nelle vostre commedie e nei vostri film, e quando bevevo la vostra acqua di fuoco diventavo ubriaco, molto ubriaco. E ho dimenticato.
Canada, come posso celebrare con te questo Centenario, questi cento anni? Dovrei ringraziarti per le riserve che mi sono rimaste delle meravigliose foreste? Per il pesce in scatola dei miei fiumi? Per la perdita di orgoglio e autorità, persino tra la mia gente? Per la mancanza di volontà di combattere? No! Devo dimenticare quel che è passato e non c’è più.
Oh Dio del cielo! Dammi il coraggio dei vecchi capi. Fammi lottare con chi mi circonda. Lasciami, di nuovo, come ai vecchi tempi, dominare il mio ambiente. Fammi accettare questa nuova cultura e attraverso di essa rialzarmi e andare avanti.
Oh Dio! Come l’uccello del tuono dei tempi antichi risorgerò di nuovo dal mare; afferrerò gli strumenti del successo dell’uomo bianco – la sua educazione, le sue abilità – e con questi nuovi attrezzi farò della mia razza la parte più orgogliosa della tua società.
Prima che io segua i grandi capi che sono andati prima di noi, Canada, vedrò queste cose realizzarsi. Vedrò i tuoi giovani coraggiosi e i nostri capi sedere nelle case della legge e del governo, guidare ed essere guidati dalla conoscenza e dalla libertà della nostra grande terra.
Così abbatteremo le barriere del nostro isolamento. Così i prossimi cento anni saranno i più grandi nella storia orgogliosa delle nostre tribù e delle nostre nazioni.
Empire Stadium, Vancouver, British Columbia, Canada, 1967
Dan George (1899-1981), capo della nazione Salish, pronunciò questo discorso davanti a trentacinquemila persone all’Empire Stadium di Vancouver durante i festeggiamenti per il centenario del Canada, nel 1967. Chief George era un attore molto noto e apprezzato che aveva sempre messo la sua popolarità al servizio della causa dei nativi canadesi.
Molte cose sono cambiate da quando fu pronunciato questo discorso. Il Canada ha riconosciuto il ruolo dei nativi americani, le ingiustizie che hanno subito e i danni apportati alla loro cultura. Molto è andato irrimediabilmente perduto ma l’augurio di capo Dan George di veder seduti, fianco a fianco, nei palazzi del governo e in parlamento, i figli dei nativi e quelli dei coloni comincia ad essere, nel Canada aperto e multiculturale di oggi, sulla via del compimento. La strada è lunga, lunghissima, ma hanno iniziato a percorrerla.
Molte cose sono cambiate da quando fu pronunciato questo discorso. Il Canada ha riconosciuto il ruolo dei nativi americani, le ingiustizie che hanno subito e i danni apportati alla loro cultura. Molto è andato irrimediabilmente perduto ma l’augurio di capo Dan George di veder seduti, fianco a fianco, nei palazzi del governo e in parlamento, i figli dei nativi e quelli dei coloni comincia ad essere, nel Canada aperto e multiculturale di oggi, sulla via del compimento. La strada è lunga, lunghissima, ma hanno iniziato a percorrerla.







Si dice che un attimo prima di morire scorra davanti agli occhi il film della propria vita. Chissà.
A volte si uccide una parte di sé.
Si ha l’impressione che sia passata accanto a noi senza sfiorarci, spostando appena l’aria, leggera come un battito d’ali o un pensiero distratto. Granello dopo granello la polvere stava ricoprendo la sua anima e la luce dei suoi occhi sembrava ritrarsi sul fondo della pupilla, quasi a difendersi.
No, non c’è proprio verso. Ci ho provato ma ho subito desistito.
Il lago Erie scintilla sotto le ali dell’aereo. La discesa verso Cleveland è, come al solito, tranquilla. Lo stato dell’Ohio è America profonda, terra di contadini e di operai. I contadini ci sono ancora, intere colline sono tagliate dai solchi degli aratri ancora trainati dai buoi e dai cavalli degli Amish. Gli operai adesso sono un po’ meno. Lungo la costa si vedono le fabbriche, le vecchie acciaierie con le loro ciminiere senza fumo, spente e abbandonate, acquistate dalla modernissima Cleveland Clinic o dalla Case Western Reserve University e trasformate in uffici o magazzini. E’ il segno della crisi che qui è iniziata prima ancora che altrove.
Tra i frigoriferi dei surgelati e gli scaffali delle patatine fritte non avrei mai immaginato di vederlo. All’inizio non lo avevo nemmeno riconosciuto: era solo una figura piccola e curva, appoggiata ad un carrello pieno di cose, con in mano un foglietto e nell’altra una gigantesca confezione di piselli surgelati. Indossava uno dei suoi soliti vestiti né chiari né scuri, proprio come ai tempi della scuola, il golfino a V rigorosamente rosso nel quale sprofondava la cravatta. Tutto uguale tranne per quel berretto di gabardine sulla testa e quell’accenno di busto che si intuiva sotto la giacca.
L’esperimento è questo: guardare in faccia le persone che si incrociano camminando per qualche minuto in una via centrale della città. Voi cosa vedete?
Davanti al cancello di Parliament Hill, a Ottawa, proprio aldilà della strada, c’è una piccola statua di bronzo. Raffigura un ragazzo dal passo deciso, riccioli folti e sguardo aperto, la gamba destra sostituita da una protesi artificiale. Al posto di un condottiero a cavallo, di un politico, di un guerriero, di un conquistatore o di un difensore della patria i canadesi hanno messo questo ragazzo a ricordare a chi entra e chi esce da Parliament Hill, che domina la piazza con la sua splendida Torre della Pace, chi loro hanno scelto come eroe nazionale.
Questo non è un acquario. Niente è garantito. Tutto dipende da loro, non da te.
Partire è un po’ morire, dicono. Mica vero. Partire può voler dire ricominciare a vivere un po’ più pienamente la vita, senza il freno a mano tirato.
Tempo di vacanze.
A volte, di fronte a uno specchio, si vedono cose che non ci piacciono. Non si tratta di rughe o di capelli bianchi ma di qualcosa che si legge sul fondo degli occhi.
Immagino sotto i suoi piedi terra arida, dove non cresce niente, intorno solo povertà, fame e miseria. Ci vuole non poca disperazione per lasciare dietro di sé la propria terra, il proprio mondo, per misero e duro che sia. E non solo. Ci sono gli affetti, i genitori che in certe zone del mondo non sono merce avariata da lasciare ammuffire tra quattro mura, dimenticati in nome dell’egoismo. C'è la moglie, ci sono i figli, ai quali si spera di consegnare uno straccio di futuro.
Vita pura. Senza fronzoli, senza abbellimenti o paillettes. Nuda, essenziale. Solo una scintilla che pulsa, niente intorno. Nessun giudizio.
Si ha l'impressione di planare sopra ogni cosa, di aver perso ogni contatto con la terra, di essere staccati dal mondo e dall'umanità. Mi sembra di trovarmi su una minuscola isola in mezzo ad un oceano sconfinato. Verso nord, possenti montagne si perdono nel remoto orizzonte. Ad est si estende un altro ed analogo mare di innumerevoli cime, coperte di ghiaccio, inviolate, inesplorate: l'Himalaya.
Il concerto di Firenze è stato grande e emozionante e ci penso sempre, soprattutto quando salgo tuttora su un palco. Se non provassi ancora quell’identico sentimento, con l’esigenza di condividerlo con il pubblico non potrei continuare a fare musica.
Quello che più colpisce di questa cattedrale sono le tombe. Giù nella cripta sono ammassate quelle degli antichi re polacchi mentre qui, sotto le navate della cattedrale sulla collina di Wawel, sovrani e cavalieri riposano nella maestosità dei loro sarcofagi di pietra, scolpiti con le armature e l’elsa della spada stretta nel pugno. Tutti allineati verso l’altare. In una cappella laterale, i sovrani Jagelloni non hanno la posa austera degli altri re ma sembrano vivi e divertiti, chi appoggiato su un fianco, chi con una gamba piegata, chi in una posizione tranquilla e rilassata.
Vorrei poter ricordare chiaramente l’impulso che mi ha spinto a realizzare questo campo. Mi piacerebbe poter annunciare uno scopo nobile. Sono stato accusato di compassione, di altruismo, di devozione all’etica Cristiana, Ebraica, Musulmana, ma per quanto mi sforzi di rivendicare l’appartenenza ad un alto ideale, non sono in grado di farlo. Volevo, credo, mostrare riconoscenza alla Fortuna, al caso, alla sua benevolenza verso la mia vita contrapposta alla sua brutalità verso la vita di altri, particolarmente terribile verso i bambini, perché potrebbe non essere concessa loro la possibilità di una vita intera per correggerla.
Ho l’impressione che ci stiano prendendo un po’ in giro.
Durante i lavori di ristrutturazione di una vecchia casa di famiglia un’amica ha ritrovato un vecchio diario. Era murato in una nicchia nell’angolo di una parete. Probabilmente apparteneva ad un suo parente che aveva abitato, decenni prima, in quella stessa casa.
Per la serie: io le donne le capisco poco.
La prima volta che ho visto mio padre con le lacrime agli occhi fu nel novembre del 1966. Io ero piccolo ma lo ricordo benissimo. Molte volte, negli anni seguenti, abbiamo parlato di quei giorni.
E’ uno strano impulso quello che ti spinge a lanciare un sasso sulla superficie tranquilla di un lago, che ti fa calpestare la neve appena caduta rompendo la sua immacolata perfezione. Forse è questo che mi attira verso i fogli bianchi. Se il bianco è il nulla forse sento il bisogno di riempirlo con qualcosa.
Da qui vedo il mare. In basso solo gli scogli, cespugli bassi, rocce bianche e qualche ginestra; nessun sentiero che scende, nessun campo coltivato. Un’isola, in tutti i sensi, anche temporale.