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Ho udito molti anni di parole, e molti anni dovrebbero portare un mutamento.
La palla che lanciai giocando nel parco non ha ancora raggiunto il suolo.

Dylan Thomas

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Whisper not, 1999

luna
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moon phase

ipse dixit
Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d'infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell'infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d'amore, nessuna uguale all'altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge



Se non puoi essere un pino in cima a una collina sii una sterpaglia nella valle, ma la miglior sterpaglia sul fianco della collina. Sii un cespuglio se non puoi essere un albero. Se non puoi essere una strada sii un sentiero. Se non puoi essere il sole sii una stella. Perché non è dalla dimensione che si vince o si perde. Sii il meglio di ciò che sei.

Martin Luther King, Barratt Junior High School, Philadelphia, 26 ottobre 1967
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Stefania Calledda, Attimi d'abisso
Stefania Calledda
Attimi d'abisso


Campagna Emergency Dritto al Cuore

Le vie infinite dei rifiuti di Alessandro Iacuelli
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disclaimer
Questo sito, mi sembra ovvio, non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.

Alcune immagini sono tratte dal web, in caso di problemi avvisate e saranno immediatamente rimosse.
mercoledì, 14 maggio 2008
Qualcosa abita in noi, negli strati più profondi della coscienza. Fuori dal nostro controllo gestisce le nostre emozioni, là dove non possiamo raggiungerle, là dove niente viene dimenticato.

Un oggetto. Un insieme di cuoio, tessuto e metallo assemblato in forma di valigetta. Nessun particolare valore intrinseco anche se è un oggetto di ottima fattura. Ma, aggrappati alla sua stoffa, alle sue fibbie, ai suoi scomparti, vivono ricordi e sentimenti che sembravano dimenticati, incrostazioni di pensieri apparentemente morti e sepolti.
L’avevo riposta sperando di rinchiudere nell’armadio, insieme a lei, anche i ricordi dei brutti momenti che si portava dietro, in uno di quei sussulti durante i quali si decide improvvisamente di voltare pagina e per rafforzare la volontà la si maschera con un cambiamento reale, sia esso un nuovo oggetto acquistato, un taglio di capelli, un nuovo capo d’abbigliamento. L’avevo dimenticata per anni fino a quando, avendo bisogno di una valigetta capiente, non ho riaperto quello scomparto.

Una increspatura sulla superficie tranquilla dell’anima si è trasformata in un vortice che ti trascina nel passato e i ricordi induriti riprendono la loro freschezza e ritornano ad essere materia viva e pulsante, dolorosa.
Niente si dimentica, niente dorme come sembra. Niente riposa.
postato da: dodo712 alle ore 12:44 | Link | commenti (18)
categoria:bolle di sapone
mercoledì, 07 maggio 2008
Nel nome di Dio, clemente, misericordioso.
Chiamo a testimone calamaio e penna e quello che con la penna si scrive;
Chiamo a testimone l’ombra incerta del crepuscolo e la notte e tutto quello che essa ravviva;
Chiamo a testimone la luna piena e l’alba che imbianca;
Chiamo a testimone il giorno del giudizio e l’anima che si accusa da se stessa;
Chiamo a testimone il tempo, inizio e fine di tutto – che l’uomo è sempre in perdita

Verso la fine del 1944 il partigiano titino Sevkija Selimović ruba dal magazzino dei beni popolari un letto. Gli serve solo per dare un po’ di conforto alla moglie, appena liberata da un campo di concentramento nazista, ma in seguito a questo furto  Sevkija viene arrestato e condannato a morte dal tribunale partigiano yugoslavo. La sua fucilazione ispirerà al fratello minore Meša Derviš i smrt, Il derviscio e la morte, un romanzo importantissimo nel panorama letterario yugoslavo.
Questo antefatto non è necessario per comprendere e apprezzare il romanzo di Selimović ma aiuta a capire la trasformazione che avviene nel cuore del protagonista del libro che vive la stessa tragedia dell’autore.

Ahmed Nureddin, derviscio mevlevi, è un uomo tranquillo. La sua vita è scandita dai rituali religiosi e dai ritmi della tekke, di cui è lo stimato sceicco, in una cittadina bosniaca al tempo (forse l’inizio del settecento) della dominazione turca. Il Corano è alla base della sua esistenza, guarda la sua vita scorrere davanti a sé come se appartenesse ad un altro, certo delle sue verità codificate e consapevole della propria importanza sociale e della propria onestà, isolato dal mondo degli uomini che si agita fuori dalle porte della sua confraternita.
Ma questo mondo, apparentemente immoto e stabile, si inclina su un fianco e cade a pezzi il giorno in cui suo fratello minore viene ingiustamente imprigionato. Nuredin, sicuro della propria autorevolezza, chiede spiegazioni al cadì ma non riesce ad ottenere nemmeno una giustificazione per la prigionia del fratello. L’universo gli crolla addosso quando il giovane viene giustiziato. E’ a questo punto che il pacifico sceicco inizia la sua trasformazione e dalla contemplazione passa alla vendetta usando a piene mani la sua rispettabilità e la sua posizione sociale per fomentare una rivolta, abbattere il potere del cadì e compiere la sua vendetta facendolo uccidere e prendendone il posto. Finisce così per somigliare ogni giorno di più a colui che ha sostituito. Arriverà al punto di imprigionare  il suo unico amico, l’unico sostegno rimastogli. Solo allora, prossimo alla disgrazia finale, circondato dai nemici e dalla sua stessa coscienza, si renderà conto che la sua sete di vendetta lo ha portato oltre la giustizia, a percorrere il sentiero che separa quest’ultima dalla prevaricazione.

Il libro è la storia di questo passaggio dal bene al male, dalla ricerca della giustizia alla vendetta, dalla pace al tormento, una lenta e inarrestabile caduta verso l’abisso. Il ruolo religioso di Nuredin (che significa luce della fede), le continue citazioni del Corano e di mistici islamici non debbono ingannare, sono solo un paravento un po’ esotico che adorna la  storia senza luogo e senza tempo del libro: un viaggio nell’animo umano che si trasforma, un cammino inquietante perché mostra l’altra faccia di noi stessi.

Pubblicato, nel 1966,  è divenuto immediatamente un libro di testo nelle scuole yugoslave ed è tuttora considerato uno dei più brillanti esempi di letteratura slava.

Meša Selimović
Il derviscio e la morte, 1966
Trad.: Lionello Costantini
Ed. Baldini & Castoldi

postato da: dodo712 alle ore 11:59 | Link | commenti (20)
categoria:biblioteca
sabato, 26 aprile 2008
Immaginate di andare al cinema e voltare le spalle allo schermo per guardare nella direzione della cabina di proiezione. Può sembrare un controsenso, ma non lo è.

Questo è il luogo adatto, da qui si domina la valle che scende verso ovest e la piccola conca laterale, anch’essa coperta di boschi. Il paese è arroccato a forma di cono sotto la sua chiesetta,  inondato dalla luce calda e bassa del sole prossimo a scendere dietro il crinale del monte antistante. E’ un esercizio che conosco bene fin da piccolo, come altre volte ho già detto, ma spesso mi incuriosisce voltare lo sguardo nella direzione meno conosciuta, meno scontata.

Il sole al tramonto comincia a lambire la cima del monte e allora trascuro lo spettacolo in programma a occidente per guardare in direzione opposta, quella della montagna presso il cui fianco si appoggia il paesino. Non ci vuole molto. Nel suo breve tragitto il sole proietta l’ombra del rilievo verso il fondo della valle; la sua discesa la sospinge lentamente verso l’alto, la fa scivolare sopra i castagni verdi e in pochi minuti questa avanguardia della notte raggiunge il paese spegnendo la luce che lo tinge di rosa. La linea dell’ombra continua a salire colorando i boschi che coprono il fianco della vallata di verde scuro; il confine del buio ha già sommerso i tetti, i campi, il campanile e si avvicina agli abeti che incoronano il crinale. Quando li raggiunge tutta la valle è opaca, spenta, protetta da un mantello che sembra annullarne i colori.

Sono solo pochi minuti, il contraltare del tramonto, il suo fratello minore e meno conosciuto. Eppure anche questa lenta conquista dell’ombra è uno spettacolo.
Luce e buio, giorno e tenebre. Facce di una stessa medaglia, l’una la conseguenza dell’altro e viceversa.
postato da: dodo712 alle ore 22:48 | Link | commenti (33)
categoria:appenninica
lunedì, 21 aprile 2008
Alzando gli occhi ho visto il terrazzino, la vecchia ringhiera riverniciata, gli archi in muratura e per tetto il glicine fiorito. Si vede dalla stradina del centro, proprio dietro la casa dove ho abitato per così tanto tempo.

Il problema è che in tutti questi anni non lo avevo mai visto questo terrazzino spagnoleggiante che avevo proprio dietro casa, bastava alzare lo sguardo per notarlo, eppure me ne sono accorto solo adesso.

Cerco di capire il perché. E’ una strada nella quale non mi soffermo, non ci conosco nessuno, non ci si parcheggia. Ci sono passato mille volte ma senza mai fermarmi, intento a pensare a chissà cosa, senza attenzione, senpre di fretta.

Intanto il terrazzino con gli archi era lì, paziente, con il glicine che ogni primavera tornava a fiorire. Chissà per quanti anni ancora mi sarebbe sfuggito se non fosse stato per il miagolìo del gatto che mi guardava tranquillo dal suo balcone.

Quante cose perdiamo, lungo la strada.
postato da: dodo712 alle ore 22:32 | Link | commenti (25)
categoria:pensieri e parole
venerdì, 11 aprile 2008
Come passino le loro giornate non ne ho idea ma ogni mattina sono lì, puntualissimi, allineati sugli alberi che costeggiano il giardino, pazienti e colorati, una minuscola armata brancaleone di merli, passerotti, pettirossi e capinere che viene a consumare i propri pasti  sotto la finestra della mia cucina, quasi fosse un circolo, una casa del popolo, una mensa  dove si mangia bene e si spende poco.

In queste settimane li ho studiati, questi clienti pennuti. Si dividono in tre turni. Il primo turno è invisibile, arriva all’alba per il pasto principale. La casa è ancora addormentata, la finestra chiusa, ma le briciole della sera precedente sono già al loro posto sul marciapiede sottostante. Non sono briciole casuali: ce ne sono di più grandi e di più piccole, in modo che tutte le taglie dei miei volatili siano soddisfatte senza bisogno che si scatenino risse. Voglio ordine nel mio locale.
Il secondo turno è quello che si presenta a colazione, quello dei golosi che aspettano briciole non di pane ma di biscotti, una compagnia allegra, rumorosa, un po’ impaziente, clientela da happy hour che si ritrova più per fare conversazione che per vera e propria fame, in attesa dell’ora di pranzo quando il terzo turno arriverà pazientemente ad aspettare il pasto delle 14.
La mia clientela alla sera va a letto presto quindi le briciole della cena verranno consumate dai ragazzi del primo turno del giorno successivo.

Questa consolidata routine è stata un po’ stravolta durante il mese che ho passato a casa,  periodo in cui la mia insolita presenza non è passata inosservata. Ogni volta che mi capitava di passare davanti alla finestra di cucina i rami si popolavano di clienti svolazzanti. Doveva essersi sparsa la voce che il cuoco lavorava anche fuori orario visto che un giorno ne ho contati ventidue distribuiti tra pergolato, rami di biancospino e la siepe di recinzione.

Dopo tutto è bello avere clienti affezionati, amici fedeli.
postato da: dodo712 alle ore 21:13 | Link | commenti (24)
categoria:dodo
giovedì, 27 marzo 2008
Se in questo periodo dovessi scegliere un’immagine che mi rappresenta,  sarebbe quella di me stesso seduto in giardino a guardare con calma il mondo che scorre oltre la siepe, intento, come dice il contadino laotiano, ad ascoltare il riso che cresce.

Una piccola pausa, poi torno.



postato da: dodo712 alle ore 22:33 | Link | commenti (34)
categoria:dodo
venerdì, 21 marzo 2008

Tantissimi auguri di
Buona Pasqua a tutti!
postato da: dodo712 alle ore 12:01 | Link | commenti (22)
categoria:hic sunt leones
giovedì, 13 marzo 2008
Ci sono cose che non riuscirò mai a fare. Scrivere poesie, ad esempio.
Non ricordo di aver mai scritto un solo verso in vita mia, è oltre la mia portata. Non per questo non sono un buon lettore di poesia e provo sempre una sottile, benevola invidia nei confronti di chi riesce a condensare in poche righe un pensiero, un concetto, un sentimento, un pezzettino della propria anima e della propria storia, a dare forma, partendo  da un foglio bianco, ad una scultura fatta di parole. Nella mia macchina c’è  sempre un libro di poesie, è una specie di cassetta del pronto soccorso: se sono in anticipo ad un appuntamento oppure bloccato nel traffico prendo il mio libro, lo apro e leggo qualcosa. In questo momento nella tasca dello sportello ho la solita raccolta di Dylan Thomas.

Quelle di Stefania ho imparato a conoscerle da tempo, da quando cioè ci siamo scambiati commenti sui rispettivi blog appena aperti e il suo spazio è diventato uno degli appuntamenti regolari. Mi sono pian piano diventate familiari, come familiari sono ormai le lucide analisi politiche, sociali ma anche i ritratti dei suoi compagni di viaggio, umanissimi, e di se stessa. 

Confesso che non le ricordavo così belle. Ho cominciato a rileggerle, rigorosamente da solo seguendo i dettami di Whitman che suggerisce di farlo a voce alta, ascoltando il suono della propria lingua che scivola sulle parole.
Certamente conoscere qualcosa di chi scrive ti fa leggere in modo diverso, con maggiore attenzione alle sfumature, perché pensi che ti sia più chiaro ciò che vive tra le parole e da quali profondità  esse scaturiscono. Ma questo può anche essere fuorviante perché suggerisce un punto di partenza che potrebbe non essere lo stesso dell’autore. Mi scuso in anticipo con  Stefania per questo inevitabile  condizionamento.

Non so ergermi a critico che scandaglia, legge oltre le righe, incastra i versi nella storia e nel cammino dell’autore. Il mio rapporto con la poesia è estremamente banale: mi piace, mi lascia indifferente, oppure non mi piace affatto.
Quelle raccolte in Attimi d’abisso mi piacciono, perché scorrendo giù dagli occhi all’anima ti lasciano qualcosa appiccicato addosso, una traccia importante del loro passaggio. Toccano corde e le fanno vibrare, hanno il grande pregio di non lasciare indifferenti.
Mi sembra di scorgere un sentiero, nel libro. L’ordine in cui i brani sono proposti non sono probabilmente casuali, si ha la sensazione di un processo, di un cammino, di un cambiamento. C’è rabbia, sconforto, impotenza, ma anche solitudine,  lotta, ribellione,  rifiuto della commiserazione altrui, fino ad arrivare alla consapevolezza che anche questa è vita, che noi siamo, sempre e comunque, molto di più della nostra sofferenza, del nostro dolore, della nostra fragilità, compagni dai quali è possibile trarre forza, se riusciamo a guardarli dritto negli occhi. E nell’ultima drammatica poesia quella mano che tiene l’altra è piena di grandezza e umanità, non solo di dolore ma di vita, sempre.
Non una notte che lascia intravedere un giorno nuovo, non la certezza di un’alba attesa dopo le tenebre, ma una luce debole eppure invincibile, una forza caparbia che a quella notte corre parallela, che non arriva come un dono ma già c’è, già pulsa in noi nell’attesa di essere scoperta.  Guardare la vita attraverso una lente senza lasciare che quest’ultima sia la vita stessa. Una risorsa che è parte di noi, non facile da raggiungere se non attraverso un cammino dentro se stessi rivelato dalla sofferenza e dalle difficoltà. Non a caso la citazione di Camus (Nel pieno dell'inverno ho scoperto in me un'invincibile estate, Lo Straniero, 1942) ti mette in guardia sin dalla prima pagina.

Questo ho intravisto (o creduto di intravedere), se sia giusto o meno non so, sarà Stefania a dirlo, se vorrà, ma è ciò che Attimi d’abisso ha lasciato depositato dopo il suo fluire.  Non sono buono a recensire poesie, ad apprezzarne la tecnica o a soppesare ogni parola per scoprire il motivo per cui è stata scelta. Preferisco recensire la persona che le ha scritte, perché ogni poesia è chi la scrive, e farlo con il cuore più che con la mente.  Per il poco che so di lei, per il poco che ho scorto tra i suoi versi, per quella sensibilità e saggezza, umanità e intelligenza,  che sempre dimostra quando scrive.

E' un libro che lascia un’impronta, un libro intenso, che insegna ed arricchisce. E'  una splendida lettura - la migliore degli ultimi tempi - dalla quale si emerge con gli occhi un po’ più aperti. Per questo da oggi farà compagnia a Dylan Thomas.


Stefania Calledda
Attimi d'abisso
Ed. La Riflessione

postato da: dodo712 alle ore 22:45 | Link | commenti (23)
categoria:biblioteca
giovedì, 06 marzo 2008
Stavo cercando gli struzzi.
Li cercavo sulla cartina dello zoo di Cleveland in un giorno di luglio di tanti anni fa. Era un pomeriggio caldo e il grande giardino era poco affollato, solo qualche bambino munito di gelato e palloncini colorati si aggirava fra le grandi gabbie spaziose, i recinti, gli stagni, per guardare gli animali. Nonostante tutto lo zoo di Cleveland non è un brutto posto. Certo, è pur sempre uno zoo, ma di quelli in cui gli animali hanno spazio e piante, laghetti e boschi. E poi è grande, talmente grande che per cercare il recinto degli struzzi dovevo consultare la piantina.

Fu durante questa ricerca che provai  quella strana sensazione, quasi sempre esatta, che ti sfiora quando ti senti osservato. Lo sguardo proveniva da due occhi severi, scuri, vivissimi. Era uno sguardo altezzoso, fiero, consapevole della propria potenza e della propria dignità, lo sguardo di chi non conosce la resa, lo sguardo di un sovrano.
Il grande gorilla di montagna era seduto dietro una lastra di cristallo, al centro di quella che era la parte pubblica della sua residenza. Tronchi e alberelli arredavano questo habitat artificiale, mentre dietro un grande masso si intuiva un altro ambiente, più intimo e riparato. Ma adesso lui era lì, seduto tranquillamente su un tronco, come se fosse sulla panchina di un parco qualsiasi. I suoi occhi erano piantati nei miei.

Esprimevano fierezza e dignità. Cosa lui leggesse nei miei non ne ho idea, ma dopo un po’ non riuscii più a sostenere il suo sguardo. E allora i suoi occhi cambiarono. Probabilmente mi stava mettendo alla prova, come se cercasse di capire se ero adeguato alla sua statura morale. Quando lo guardai di nuovo aveva un’espressione più distratta, meno intensa, forse non mi giudicava degno della sua attenzione; lui, che tutti consideravano prigioniero in quella gabbia spaziosa, sembrava avere una visione del mondo del tutto opposta. Come se fosse stato lui stesso ad aver voluto chiudere il resto del mondo fuori del suo palazzo di cristallo, un mondo non all’altezza  della sua personalità. Un mondo dove gli uomini non perdono troppo tempo a scrutare gli occhi degli animali, con la presunzione di chi si ritiene migliore.

Mi sembrò naturale salutarlo con un cenno della mano mentre mi allontanavo alla ricerca di quei dannati struzzi.
postato da: dodo712 alle ore 11:59 | Link | commenti (22)
categoria:pensieri e parole, dodo
mercoledì, 27 febbraio 2008
Non è necessario svegliarsi presto, rinunciare alla colazione dell’albergo infilandosi in tasca qualche biscotto e caricarsi gli sci in spalla per arrancare nella neve fresca fiancheggiando gli abeti.

Non è necessario presentarsi agli impianti di risalita prima dell’orario di apertura sperando di intenerire il cuore ruvido dell’addetto e sperare che ti conceda di salire insieme al materiale destinato al rifugio.

Non è necessario, una volta in cima, assaporare la solitudine bianca, rosa e azzurra che si apre davanti agli occhi, respirare il profumo della neve che la notte ha steso come un velo leggero su tutto e che adesso riflette il primo sole che spunta dietro alle cattedrali pietrificate, mentre in basso le luci del paese iniziano a spegnersi.

Di tutto questo si può fare a meno. Si può evitare di scivolare silenziosi attraverso questo paradiso che sembra essere lì solo per te, per farti sentire il fruscio della neve sotto gli sci, per farti trovare, al limitare del bosco, le tracce di chissà quale animale, o ascoltare il volo nero dei corvi.

Non è necessario accorgersi del camoscio che, brucando sulla sua cengia, osserva in silenzio la danza lenta di quello strano ometto. Lui, signore delle rocce, non può sapere che dietro quegli occhiali a specchio si nascondono occhi che si lasciano penetrare da quel mondo, gli permettono di  entrare dentro e scendere giù fino al cuore, all’anima.
Tutto questo non è affatto necessario.
Eppure …

postato da: dodo712 alle ore 21:55 | Link | commenti (25)
categoria:dolomitica
martedì, 19 febbraio 2008
L’ideale sarebbe un raggio di luce tagliente che investisse il bicchiere e rivelasse al mondo il leggero ricciolo di vapore che sale dal liquido ambrato, fra i ciuffi di menta fresca. Invece il sole al tramonto non arriva sulla terrazza del caffè che domina la piazza affollata.

Il tramonto sulla piazza di Djema el Fnaa non è un’esperienza qualunque. Non impegna uno solo dei nostri sensi ma è qualcosa che ti avvolge e ti stringe, ti aderisce addosso come una seconda pelle della quale potrai liberarti, come in un incantesimo, solo più tardi.

Bisogna attendere il tardo pomeriggio, l’ora che precede il tramonto, quando le mura di Marrakech si infiammano inondate da un sole anch’esso rosso come la terra e la polvere, quando le case basse si tingono di ocra e la piazza si anima dei suoi mille volti, di saltimbanchi e acrobati, finti dentisti che vendono dentiere usate che nessuno compra ma che servono ad attirare i turisti per spillare loro qualche dinaro in cambio di una foto, mangiatori di fuoco e incantatori di serpenti, commercianti di frutta perfettamente disposta su banchetti tutti uguali. E gente che parla e cammina, va e viene senza che sia possibile capire da dove arriva e dove è diretta. Bisogna immergersi in questa marea umana e solcarne le onde, farsi sballottare e trasportare, inseguiti da una scia di bambini che chiedono soldi e vogliono trascinarti dal venditore d’acqua o di kebab.

E alla fine la terrazza del bar ci sembrerà come uno scoglio a cui aggrapparsi e da cui guardare il mare che fino a poco prima abbiamo temuto, l’oceano di volti che si agita là sotto, oltre il nostro tavolo di formica, oltre il nostro tè alla menta che comincia ad avere lo stesso colore di quel mondo.
 
postato da: dodo712 alle ore 22:14 | Link | commenti (27)
categoria:viaggiando
mercoledì, 06 febbraio 2008
Il termine Ozio (derivato dal latino "otium") indica un'occupazione principalmente votata alla speculazione intellettuale ed è contrapposto al concetto di negotium, occuparsi (più per necessità che per scelta) dei propri affari.
Wikipedia

All’inizio delle mie settimane di forzato relax pensavo che avrei passato lunghe giornate seduto davanti alla TV, aspettando che il tempo svolgesse il suo compito per rimettere le cose al loro posto.
Non ho conosciuto la noia, tutt’altro. Ho compiuto le mie prime escursioni nel territorio poco conosciuto dell’ozio, del tempo allargato, esplorato, dilatato. Ho imparato a far correre liberi i pensieri, senza imbrigliarli, come nuvole che attraversano il cielo nel riquadro azzurro incorniciato da una finestra aperta. Una volta scomparsi oltre il bordo si possono abbandonare e lasciarsi avvolgere dai successivi.
Avevo tempo per riflettere, per rimettere ordine nelle mie idee, per ridare il giusto valore, il giusto peso alle cose, alle aspirazioni, alle speranze. Mi sento come un giardiniere impietoso che taglia i rami secchi, inutili, quelli che assorbono la linfa danneggiando l’intera pianta. Una operazione di scelta fra cosa tenere e cosa buttar via, come si fa con le pulizie di primavera.
Conservare solo ciò che conta, liberarsi dei fardelli inutili e dannosi. Perché molto è cambiato e il bagaglio da portarsi dietro non può essere pesante.
postato da: dodo712 alle ore 10:31 | Link | commenti (26)
categoria:pensieri e parole, dodo
venerdì, 25 gennaio 2008
Come il viaggiatore che naviga tra le isole dell’arcipelago vede levarsi a sera i vapori luminosi, e scopre a poco a poco la linea della costa, così io comincio a scorgere il profilo della mia morte.
Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar

Dunque è così che succede.
Inaspettatamente, ad una certa ora del pomeriggio, ti rendi conto che la tua vita è cambiata, che i tuoi progetti, i tuoi impegni, altro non sono che fiocchi di vapore spazzati via da un soffio di vento, castelli costruiti sulla sabbia di un domani incautamente dato per scontato, invece fragile come i sogni. Ti è repentinamente chiaro che da quel preciso istante il mondo intorno a te non è più lo stesso, tu non sei più lo stesso. Come il vecchio imperatore cominci a scorgere il tuo orizzonte.

L’ambulanza penetra la notte come un lungo presente che potrebbe sfociare in nessun futuro, ti dondola con le sue lucine e i suoi rumori poco rassicuranti, ti sbatte contro i bordi della lettiga lasciandosi dietro il suono della sirena. Il medico controlla il display, l’infermiera seduta al suo fianco sorride e ti accarezza la guancia con un piccolo gesto che vale oro. Che strano. Ripenso agli anni in cui, come volontario, mi trovavo dalla parte opposta della barricata; cercavo di essere cortese e gentile, rassicurante verso i malati che accompagnavo, ma mi domandavo se quelle attenzioni potessero avere un senso, potessero essere vagamente di aiuto a chi stava disteso nelle proprie paure e nei propri pensieri. Adesso, in questo tunnel di buio e lampeggianti azzurri, so che quelle piccole gocce di umanità hanno un valore immenso e anche la breve, dolce carezza di un’ infermiera è come un appiglio al quale la tua anima tenta di aggrapparsi lungo la lenta discesa verso la disperazione. Respiro gli attimi avido di tempo, li gusto come un boccone prelibato da far durare il più possibile.

Sembra un film. Le luci del soffitto scorrono veloci davanti ai tuoi occhi. C’è silenzio e freddo, qualcuno ti tiene la mano, poggia la sua sulla tua spalla, un rituale semplice di umana condivisione.
Un dolore al polso e i grandi schermi si popolano di radici pulsanti, ragnatele di vasi, rami di un albero che vive. E’ visibile il sondino che si fa strada attraverso le arterie e il cuore; sottile e leggero porta aggrappate a sé tutte le tue speranze, tutto il tuo futuro. Il tempo sembra immobile, ore e minuti non hanno più senso.
Poi il chirurgo mi guarda e sorride, mi strizza l’occhio e alza il pollice. Tutto ciò che fino a quel momento sembrava accadere ad un altro piomba su di me con tutto il suo peso. Il tempo riprende il suo corso e sullo schermo il sondino si ritrae lentamente dopo aver eseguito il suo compito. Adesso i sorrisi sono più ampi, la tensione è svanita. Qualcuno chiede musica e subito le note di un pianoforte inondano la sala in un blues dolce e lentissimo. I grandi schermi si spengono in un’atmosfera improvvisamente distesa, non più opprimente. Dalla mia lettiga saluto, ringrazio, ed esco sospinto verso una notte diversa dalle altre notti,  certo che i metri con cui si misura la propria vita non saranno più gli stessi.

La saletta di terapia intensiva è piccola e silenziosa, si sentono solo i bip dei monitor segnati da linee saltellanti che mandano riflessi verdi sul mio polso fasciato. Chiudo gli occhi e mi chiedo se non sia tutto un sogno. Non lo è. Mi accorgo di vivere ogni minuto come mai avevo fatto prima, ne esploro i contorni, scopro i particolari, prendo confidenza con l’attimo che sto attraversando.
Il mondo è diverso stanotte e non sarà più lo stesso. Sorrido di fronte al paradosso: se questa notte manterrà le sue promesse non sarà per me un ricordo negativo ma una opportunità per apprezzare ciò che per me era scontato, per gettare nuova luce su quello che finora consideravo il mio diritto a vivere. Forse ho semplicemente sfiorato l’infinito, forse non si può uscirne immutati. Forse.
Nella penombra riconosco la figura del chirurgo che mi ha rimosso l’occlusione. E’ tarda sera e ha terminato il suo turno, potrebbe essere a casa ma è passato a controllare le mie condizioni. E’ là immobile, una silhouette stagliata contro la luce gialla della porta scorrevole.
Sarebbe una notte perfetta se da questo letto potessi vedere le stelle.

Sul comodino l’iPod che mi ha portato mia moglie; me lo ha mandato mia figlia per aiutarmi a riempiere i miei giorni immobili. Premo il tasto e la prima canzone diventerà la colonna sonora dei miei pensieri. Ascoltandola ad occhi chiusi rivedo scorrere i volti di coloro che quella sera mi sono stati vicini, che con un sorriso o un piccolo gesto mi hanno sorretto, incoraggiato, sospinto verso questa nuova pagina di vita ancora tutta da scrivere, una pagina cominciata con la carezza di un’infermiera, semplice e preziosa come il diamante più puro. Cosa vi verrà scritto e per quanto tempo non è dato saperlo ma la prima cosa che vi annoterò è che se il mondo ha una speranza essa risiede nell’umanità di persone come queste.



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categoria:pensieri e parole, dodo
lunedì, 14 gennaio 2008
Cari amici,

problemi sanitari non lievi (ma in probabile via di risoluzione, spero) mi hanno tenuto lontano dal blog negli ultimi giorni e continueranno a farlo ancora per un po'. Quindi per qualche settimana i post su questo blog saranno scarsissimi se non addirittura inesistenti e i
passaggi da voi estremamente rarefatti.

Spero di poter tornare a frequentarvi al più presto.

Dodo
postato da: dodo712 alle ore 16:31 | Link | commenti (24)
categoria:hic sunt leones
venerdì, 21 dicembre 2007
Bene, ragazzi, è tempo di rilassarsi un po' perciò il blog chiude per sopraggiunte vacanze natalizie e riaprirà dopo Befana.  Svolazzerò qua intorno ancora per qualche giorno prima di andare a calpestare un po' di neve.
Quindi, agli amici e frequentatori di questo blog, ma anche a tutti coloro che di qui passeranno, auguro Buone Feste. Che il prossimo anno possa essere per tutti migliore di questo e che possa portare a ognuno la realizzazione di qualche sogno, piccolo o grande che sia.
Auguri !!!



Grazie mille a Perla per l'immagine

postato da: dodo712 alle ore 22:02 | Link | commenti (30)
categoria:hic sunt leones
giovedì, 13 dicembre 2007
Materialmente non aiutai mai il sole a sorgere, è vero, ma non c'è dubbio che essere presente quando sorgeva fosse di estrema importanza.
Henry David Thoreau, Walden o La Vita nei Boschi.

Ci sono giorni nei quali il mondo si veste dei suoi abiti migliori e ti da il benvenuto.

Questa mattina era cominciata come tutte le altre: sveglia, colazione, doccia, bacio alla figlia e alla moglie e tutti quei soliti gesti meccanici e sempre uguali che ti accompagnano fino alla porta dell'ufficio. Ma appena ho aperto il portone di casa l'ho visto.

Lo spettacolo era appena iniziato.
Poco oltre i rami dell'olivo, sopra i tetti delle case allineate al di là del grande prato bordato di alberi, appese nel bel mezzo di un cielo azzurro, due strisce di nuvole galleggiavano illuminate dal basso dalla luce del sole non ancora emerso. Sopra di loro una gigantesca nube a forma di tronco di cono rovesciato. Sembrava formata da tanti strati sovrapposti, come tante cialde di panna montata, ognuno dei quali era pennellato da una tonalità di colore diversa, dal rosa pallido degli strati superiori all'arancione vivissimo di quelli più bassi. Una grandissima e morbida astronave, leggera nella sua deriva verso chissà dove.

L'ufficio poteva aspettare, potevano aspettare i due nuovi clienti benedetti da montagne di soldi ma privi dell'intelligenza necessaria per utilizzarli con criterio. Il resto del mondo poteva fermarsi almeno un po', il tempo di sedermi sulla sedia bianca da giardino che già da tempo avrei dovuto riporre per l'inverno.
Così mi sono seduto e ho continuato a guardare il cielo sopra le colline.
Quanti ne ho persi di questi momenti. Per troppa fretta, per trascuratezza, stanchezza, superficialità. Perchè nella vita di tutti i giorni tendiamo a dimenticarci quanto sia importante e terapeutico fare attenzione alle piccole-grandi bellezze che si nascondono spesso in particolari accanto ai quali siamo soliti passare frettolosamente, senza notarli.
Eppure questo è un grande spettacolo, democraticamente a disposizione di tutti, grandioso e diverso ogni giorno. Da sempre, nessuna replica.

Foto da: The Cloud Appreciation Society
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categoria:pensieri e parole, disperso in ufficio
lunedì, 10 dicembre 2007
Ieri c'era, oggi non c'è più.
Cerco con lo sguardo nell'angolo, vicino al calorifero, quell'ombra scura acciambellata ma non la trovo. Mi mancheranno quegli occhi, ora dolci ora taglienti come lame, dietro ai quali si nasconde un mondo enigmatico e impenetrabile.

Ci fanno compagnia per anni, da pari a pari, esseri viventi di uguale dignità, mai sottomessi. Condividono con noi i loro giorni come vecchi amici fidati. Poi succede che un mattino, con un piccolo brivido, chiudono gli occhi e ci abbandonano, diretti verso il mondo misterioso dal quale sono venuti. E lasciano un vuoto.

Ciao Penny, ti voglio bene.
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categoria:dodo
domenica, 02 dicembre 2007


L'ho riascoltata oggi, dopo moltissimi anni, per caso. Ricordi preistorici.

Il suo nome non era Lisa ma era ugualmente triste. Come la ragazza della canzone appoggiava spesso la sua fronte sulla mia spalla e piangeva. Piangeva per quel ragazzo che l'aveva lasciata per la sua ex migliore amica, mi inondava di lacrime e di parole perchè non mi stancavo mai di ascoltarla, sapeva di poter contare sulla mia amicizia. E io mi perdevo nei suoi occhi grandi e umidi, così lontani e inaccessibili, in quegli sguardi che non sarebbero mai stati per me.
Ci facevano compagnia le stelle cadenti di agosto e questa canzone mentre bagnavo le mie dita con le sue lacrime.

Sad Lisa, Cat Stevens, 1971

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categoria:musical box
giovedì, 22 novembre 2007
I vecchi da noi hanno isole negli occhi,
le mani screpolate dalla caccia marina
e le vene scoppiate delle loro pupille azzurre
portano sogni di fragili vele.
Xavier Grall, Les vents m'ont dit

A volte basta un minuscolo cimitero di campagna, di quelli coi fiorellini colorati sulle vecchie tombe chiare e le piccole lapidi nere affisse al muro, recanti i nomi dei pescherecci scomparsi nei mari islandesi, tanti anni fa. Nelle vecchie foto ingiallite donne vestite di nero vi depongono fiori. Un cimitero trovato per caso, di fronte ad un piccolo albergo di Ploubazlanec, in cerca di una camera per la notte.
E il viaggio cambia, si arricchisce di storia e di storie, di pescatori a caccia di merluzzi in mezzo all'oceano.

Strana gente i turisti. Ce ne sono di tanti tipi.
Io appartengo alla schiera di coloro che cercano di vivere il viaggo come un'esperienza che nasce molto tempo prima della partenza e finisce molto dopo il ritorno, ammesso che finisca. Per mesi leggo, raccolgo informazioni e notizie, setaccio la rete alla ricerca dei giornali locali, individuo possibili itinerari. Ogni volta commetto lo stesso errore cercando di inquadrare il viaggio, di racchiuderlo in poche parole, entro la forma di un concetto che possa custodirne altri, ma che sia semplice e facile. E lo riempio di sogni e aspettative.
Ma per fortuna il viaggio ha vita propria e ti conduce dove lui vuole. Ti imbatti in un improvviso temporale o in una inaspettata giornata di sole e tutto esce dai binari previsti. E ti ritrovi a scoprire che quanto credevi di aver capito altro non era che una piccola faccia di un prisma molto più complesso e affascinante.
Il ritorno a casa non mette fine al viaggio. Ci sei ancora immerso perchè adesso sai meglio che cosa devi cercare. Forse libri, musica, storia. Citazioni lette per caso ai piedi di una grande croce di Lorena che guarda l'oceano, una melodia senza nome che ti accarezza in un caffè del porto, l'ombra della guglia di una cattedrale o un piccolo cimitero dalle lapidi nere appese al muro.

Solo allora, una volta a casa, hai la certezza che in quel luogo hai lasciato un pezzettino di te, illudendoti di aver sfiorato appena il suo cuore nascosto e le isole in quegli occhi.
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categoria:viaggiando
giovedì, 15 novembre 2007
Guardo mia figlia. Ha circa la stessa età di quei ragazzi che a Modena hanno ripreso con il telefonino il cadavere di una studentessa sedicenne finita sotto le ruote di un autobus. Hanno indugiato sui particolari più macabri, hanno riso e deriso e, non contenti, hanno pubblicato le foto e i video su Youtube. Come se si trattasse di uno di quei telefilm nei quali si sezionano i corpi, si scoperchiano scatole craniche e il sangue schizza allegramente sulle pareti.

Guardo mia figlia e mi chiedo quanto la conosco, fino a che punto. La vedo serena, conosco i suoi amici, parliamo e ridiamo insieme, quando è possibile. Mi domando se anche i genitori di quei ragazzi si sono chiesti la stessa cosa, qualche volta. Mi inquieta che possano avere avuto le mie stesse risposte, mi spaventa che abbiano percepito la stessa normalità che io vedo in lei.
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categoria:pensieri e parole, poveritalia
martedì, 06 novembre 2007
Il sentiero che proviene da Orsigna e sale su verso la vetta del Corno alle Scale separa per un breve tratto la Toscana dall'Emilia. Una volta emersi dal bosco e raggiunto il crinale appenninico, guardando in basso verso destra, si possono vedere le vallate del versante emiliano e i borghi di Monteacuto, Lizzano in Belvedere e Pianaccio, il paese natale di Enzo Biagi.

Come molti, di Enzo Biagi ho sentito parlare fin da piccolo. La prima volta che lo vidi ero un bambino ma lo ricordo ancora; era in TV, aveva già i capelli bianchi e presentava un servizio sul Laos. Per me era già vecchio, stretto in quella sua giacca grigia abbottonata su una sottile cravatta nera e quegli occhialoni dalla montatura enorme e scura. Eppure quell'omino apparentemente goffo era stato in un paese di cui ignoravo l'esistenza a documentare una guerra combattuta in mezzo alla giungla, e la cosa mi sembrava incredibile. Mio padre, che nella sua libreria aveva molti suoi libri, mi disse che quel giornalista era nato a poca distanza da lui, dall'altra parte dell'appennino, oltre il crinale.

Così Biagi è sempre stato un autore molto letto, in casa. Uno stile semplice, ironico, gentile, l'opposto dello stile asciutto, ossuto e pungente di Montanelli, di cui mio padre non condivideva le idee ma al quale riconosceva una onestà morale limpida. Entrambi hanno tenuto la schiena dritta, a dispetto dei venti contrari, mettendo in pratica quanto Kipling augura a suo figlio nella sua celeberrima If.

Una brava persona.
postato da: dodo712 alle ore 22:25 | Link | commenti (35)
categoria:pensieri e parole, bolle di sapone
giovedì, 01 novembre 2007
Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley
l'abulico, l'atletico, il buffone, l'ubriacone, il rissoso?
Tutti, tutti dormono sulla collina.
Uno trapassò in una febbre,
uno fu arso in miniera,
uno fu ucciso in una rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte lavorando per i suoi cari.
Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, La Collina, 1915

Dove sono Enrico, Cinzia, Paolo, Cristiano
il rivoluzionario, la sorridente, l'amico del cuore, l'amico di sempre?
Anche loro sulla collina.
Uno annegato di fronte agli scogli di Calafuria, una trafitta dalle lamiere della sua auto, uno consumato dalla malattia, uno prigioniero del suo stesso corpo.

Voi mi avete ricordato che siamo come soldati in trincea in attesa del sibilo che li ucciderà; colpirà a caso, ora il vicino, ora una persona cara, finchè prima o poi verrà il nostro turno. Col tempo le gobbe del giardino, di cui scrive Buzzati, riempiono il prato, una per ogni amico che ci lascia, fino a quando resteremo soli o diverremo a nostra volta una gobba in un giardino altrui. Cercando almeno di non dimenticare le parole del violinista Jones.
Mille ricordi e nemmeno un rimpianto.
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categoria:pensieri e parole
martedì, 23 ottobre 2007
Fortunatamente sembrano esistere persone tranquillizzanti. Ti mettono di buon umore e ti riconciliano con il mondo per il solo fatto di esistere, ti fanno vedere la vita da una angolazione inusuale facendo le cose più semplici in modo diverso e probabilmente migliore.
Ad esempio una pasticcera.

E' la mia pasticceria preferita. Piccola e accogliente, ridotta al minimo. Qui non si trovano bignè, creme colorate, trionfi di panna, ma dolci tradizionali, semplici, dai sapori insoliti e antichi, pasticcini dalla forma e dal colore diverso, grezzo, eppure buonissimi.
La ragazza te li indica, spiega gli ingredienti, la lavorazione, i tempi di cottura, l'origine delle farine e della frutta. Indossa i guanti in lattice e inizia a preparare il piccolo vassoio. Prende i pasticcini uno per uno, li adagia senza fretta, con ordinata delicatezza. E' evidente che lei ama quei prodotti che crea con le sue mani. Ogni tanto si volta verso di te e sorride, controllando che tu stia apprezzando l'attenzione con la quale sta preparando il tuo dessert.

Sembra un modo di affrontare la vita, il suo, fatto di piccoli gesti, di voce bassa e di sorrisi gentili. La fretta qui non esiste, è rimasta fuori dalla porta con il rumore del mondo. Qui dentro ogni minuto è riempito di attenzione, di cura, di garbo leggero, la lentezza regna anche nelle pieghe della carta trasparente che adesso copre il tuo vassoio, nello spillare il biglietto da visita alla confezione. Prima di togliersi i guanti la ragazza guarda ancora una volta i suoi pasticcini che stanno per lasciarla - sono convinto che li stia salutando, un po' dispiaciuta. Poi gira intorno al piccolo banco, sorride e delicatamente ti apre la porta.

E ti ritrovi in un altro mondo, un mondo che appare grigio, freddo e ostile, così in contrasto col calore umano del piccolo negozio. Non sarebbe poi male se riuscissimo, tutti, ad indossare un sorriso, uno strato, anche lieve, di gentilezza.
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categoria:pensieri e parole
giovedì, 18 ottobre 2007
Giacca nera, ingessati nelle loro camicie bianche fissate al collo da cravatte sottili, occhiali dalle montature spesse e scure, contrastavano così tanto con i divi scomposti del rock che si esibivano in quegli anni seminascosti da montagne di cavi, microfoni, tamburi, rullanti, piatti e strati infiniti di tastiere.

Passavano ogni giorno in TV, quasi timidamente, in una fascia innocua, in estate, proprio mentre mi preparavo il pranzo, di solito spaghetti e parmigiano; vecchi filmati trasmessi come tappabuchi in attesa del telegiornale. I miei erano rimasti in città ed io avevo il privilegio di abitare da solo in montagna sotto lo sguardo non troppo vigile di una zia. Erano gli ultimi giorni della TV in bianco e nero e da ragazzino la fame di musica era tanta.

Quei quattro signori eleganti sembravano tremendamente retrò con quella batteria ridotta all'essenziale che danzava con il contrabbasso, intento a salire e scendere scale di suoni, mentre gli accordi del piano sembravano così anomali sotto la melodia, ora facile ora contorta, di un sax che volava libero da ogni apparente costrizione. Era una musica senza tempo, non collocabile, alle mie orecchie, in una stagione circoscritta. Era il mio piccolo appuntamento quotidiano con l'irrazionale, con un suono che mi piaceva senza che io sapessi veramente spiegarne il motivo.

Il motivo per cui mi piace ho smesso di chiedermelo, ma continuo ad ascoltarla, quella musica. Rimarrà sempre abbinata al sapore degli spaghetti e del parmigiano.
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categoria:bolle di sapone, dodo, blue notes
domenica, 07 ottobre 2007
A guardare bene sembra un quadro di Edward Hopper.

Sullo sfondo della parete ocra del corridoio tante sedie allineate e su ognuna di esse una persona anziana immersa nei propri pensieri, tutte hanno un occhio coperto da un vistoso cerotto bianco. Nel reparto Day-hospital di oculistica è giorno di cateratte.
Mia madre è lì, accanto a me, per lo stesso motivo di tutti gli altri. Siamo in attesa che venga chiamata per la medicazione, poi potrò riaccompagnarla a casa. Inizia a parlare della sua giovinezza e della prima volta che ha sentito parlare di cateratte, finendo così per raccontarmi la storia di un suo compaesano.

Si chiamava G. ed era sempre vissuto nel cuore antico dell'appennino.
Che cosa fosse una cateratta non lo sapeva di certo anche se questa aveva calato un velo opaco sui suoi occhi di bambino, e lui credeva che fosse normale visto che per lui il mondo era sempre stato così, offuscato, scuro, confuso. Chi nasceva ai primi del Novecento in un paesino di montagna non aveva molte pretese di chiarezza; c'erano problemi ben più grandi, come quello di sfamare una famiglia.
Finì per fare il muratore senza muoversi mai dal suo borgo. Lavorava più per grazia ricevuta che per abilità, come in una sorta di aiuto solidale che il paese gli forniva per il sostentamento suo e della sua povera famiglia. Gli commissionavano muri perchè erano abbastanza grandi da poter essere visti senza troppa difficoltà; ma per grandi che fossero erano spesso storti, imprecisi, pendenti, eppure nessuno se la sentiva di chiamare qualcun altro al suo posto.

Arrivò così ad essere vecchio e, molto dopo la guerra, quando arrivò in paese un giovanissimo medico condotto, G. conobbe il nome di quella anomalia che gli negava la luce fin da piccolo. Ancora anni, ancora muri. Poi il medico gli comunicò che finalmente in città avevano iniziato ad operare per risolvere problemi come il suo.
G. era vecchio e indeciso, si chiedeva che cosa potesse esserci mai oltre quel velo di nebbia perenne che lo circondava.
Alla fine si fece convincere e con la sua valigia triste salì sulla corriera blu con al seguito la moglie e le figlie dopo aver salutato tutti come se partisse per il suo funerale.

Non costruì più muri. Nei suoi ultimi anni lo si poteva incontrare seduto su uno dei suoi muretti storti mentre guardava commosso e meravigliato il sole filtrare tra le foglie degli alberi, ripetendo sottovoce: Dio, come è bello il mondo.

La porta si apre. Tocca a noi.


Immagine di Idakrot che ringrazio.