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Utente: dodo712

Ho udito molti anni di parole, e molti anni dovrebbero portare un mutamento.
La palla che lanciai giocando nel parco non ha ancora raggiunto il suolo.

Dylan Thomas

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Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d'infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell'infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d'amore, nessuna uguale all'altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge



Se non puoi essere un pino in cima a una collina sii una sterpaglia nella valle, ma la miglior sterpaglia sul fianco della collina. Sii un cespuglio se non puoi essere un albero. Se non puoi essere una strada sii un sentiero. Se non puoi essere il sole sii una stella. Perché non è dalla dimensione che si vince o si perde. Sii il meglio di ciò che sei.

Martin Luther King, Barratt Junior High School, Philadelphia, 26 ottobre 1967
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Stefania Calledda, Attimi d'abisso
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Attimi d'abisso


Campagna Emergency Dritto al Cuore

Le vie infinite dei rifiuti di Alessandro Iacuelli
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Alcune immagini sono tratte dal web, in caso di problemi avvisate e saranno immediatamente rimosse.
martedì, 10 novembre 2009
Da quanto tempo ti conosco, Canada? Cento anni? Sì, cento anni. E ancor più lune. E oggi, mentre celebri i tuoi cento anni, io sono triste per tutti gli indiani di questa terra.

Perché ti ho conosciuto quando le tue foreste erano mie; quando mi fornivano carne e indumenti. Ho conosciuto i tuoi ruscelli e i tuoi fiumi dove i pesci brillavano e danzavano nel sole, dove le acque dicevano ‘vieni e mangia della mia abbondanza’. Ti ho conosciuto nella libertà dei venti. E il mio spirito, come i venti, una volta vagava sulle tue buone terre.

Ma nei cento lunghi anni da quando arrivò l’uomo bianco, ho visto la mia libertà scomparire come il salmone che misteriosamente se ne va in mare. Le strane usanze dell’uomo bianco, che non potevo capire, mi hanno schiacciato fino a non farmi più respirare.

Quando ho combattuto per proteggere la mia terra e la mia casa, mi hanno chiamato selvaggio. Quando non comprendevo né volevo il loro modo di vivere, mi hanno chiamato fannullone. Quando ho tentato di governare il mio popolo, mi hanno privato dell’autorità.

La mia nazione è stata ignorata nei vostri libri di storia – erano poco più importanti nella storia del Canada dei bisonti che erravano nelle pianure. Sono stato ridicolizzato nelle vostre commedie e nei vostri film, e quando bevevo la vostra acqua di fuoco diventavo ubriaco, molto ubriaco. E ho dimenticato.

Canada, come posso celebrare con te questo Centenario, questi cento anni? Dovrei ringraziarti per le riserve che mi sono rimaste delle meravigliose foreste? Per il pesce in scatola dei miei fiumi? Per la perdita di orgoglio e autorità, persino tra la mia gente? Per la mancanza di volontà di combattere? No! Devo dimenticare quel che è passato e non c’è più.

Oh Dio del cielo! Dammi il coraggio dei vecchi capi. Fammi lottare con chi mi circonda. Lasciami, di nuovo, come ai vecchi tempi, dominare il mio ambiente. Fammi accettare questa nuova cultura e attraverso di essa rialzarmi e andare avanti.

Oh Dio! Come l’uccello del tuono dei tempi antichi risorgerò di nuovo dal mare; afferrerò gli strumenti del successo dell’uomo bianco – la sua educazione, le sue abilità – e con questi nuovi attrezzi farò della mia razza la parte più orgogliosa della tua società.

Prima che io segua i grandi capi che sono andati prima di noi, Canada, vedrò queste cose realizzarsi. Vedrò i tuoi giovani coraggiosi e i nostri capi sedere nelle case della legge e del governo, guidare ed essere guidati dalla conoscenza e dalla libertà della nostra grande terra.

Così abbatteremo le barriere del nostro isolamento. Così i prossimi cento anni saranno i più grandi nella storia orgogliosa delle nostre tribù e delle nostre nazioni.

Empire Stadium, Vancouver, British Columbia, Canada, 1967


Dan George (1899-1981), capo della nazione Salish, pronunciò questo discorso davanti a trentacinquemila persone all’Empire Stadium di Vancouver durante i festeggiamenti per il centenario del Canada, nel 1967. Chief George era un attore molto noto e apprezzato che aveva sempre messo la sua popolarità al servizio della causa dei nativi canadesi.

Molte cose sono cambiate da quando fu pronunciato questo discorso. Il Canada ha riconosciuto il ruolo dei nativi americani, le ingiustizie che hanno subito e i danni apportati alla loro cultura. Molto è andato irrimediabilmente perduto ma l’augurio di capo Dan George di veder seduti, fianco a fianco, nei palazzi del governo e in parlamento, i figli dei nativi e quelli dei coloni comincia ad essere, nel Canada aperto e multiculturale di oggi, sulla via del compimento. La strada è lunga, lunghissima, ma hanno iniziato a percorrerla.
postato da: dodo712 alle ore 17:06 | Link | commenti (4)
categoria:nel mondo
martedì, 03 novembre 2009
Si dice che un attimo prima di morire scorra davanti agli occhi il film della propria vita. Chissà.

Mi sono sempre immaginato questo momento come un giro di danza, una musica allegra – in questo momento ci vedrei benissimo La Noyée di Yann Tiersen – un bell’ambiente certo, ma non troppo raffinato. E tra le mie braccia passerebbero un po’ tutti coloro che ho incontrato negli anni, i primi amori, gli amici, i nemici, le donne, i colleghi, gli affetti di una vita. Tutti lì sorridenti senza troppa malinconia con corpi e volti che variano ad ogni giro di danza.
Non sarebbe poi male come addio alla vita.

Ma gli amici conosciuti sul web che volto e che aspetto potrebbero assumere in questo vortice musicale? Trovo sinceramente un po’ strano ballare con un avatar colorato.
postato da: dodo712 alle ore 13:51 | Link | commenti (22)
categoria:dodo
martedì, 27 ottobre 2009
A volte si uccide una parte di sé.
E’ forse improprio chiamarlo assassinio. Diciamo che se morte c’è stata si è trattato di un processo lento, silenzioso, come chiudere l’altro me stesso in uno sgabuzzino e lasciarlo lì, senza cibo né luce, ascoltandone i lamenti o le grida di rabbia o il silenzio. Poi più niente, fino a dimenticarsi addirittura di voltare lo sguardo passando davanti a quella porta chiusa. Ma qualcosa è tuttavia rimasto, come una pozzanghera che si asciuga al calore del sole lascia un alone sull’asfalto a ricordare l’acqua che non c’è più.

Mi piacciono i timidi  perché li conosco bene, essendo stato per molto tempo uno di loro. Per me non hanno segreti, sono un libro aperto, parlano una lingua che conosco alla perfezione, abitano un mondo che mi è familiare.

Quasi non me ne sono accorto ma fu durante l’anno di servizio militare che mi sono liberato della mia timidezza, con tutto il suo proprietario attaccato dietro. Mi aveva perseguitato per anni, senza tregua, quell’impaccio costante, il rossore incontrollabile di certi momenti, i silenzi imbarazzati provocati ad arte da altri. Quella sensazione di malessere e di inadeguatezza mi aveva accompagnato per tutti quegli anni costringendomi a recitare la parte che mi ero cucito addosso con le mie mani e che sembrava così pesante da scrollarsi di dosso. Riuscivo ad accantonarla solo in estate, al mare, dove nessuno mi conosceva e nessuno si sarebbe sorpreso se avessi avuto un atteggiamento diverso. E così era, indossavo la mia maschera e iniziavo la mia doppia vita vacanziera: il mio alter ego si liberava della scorza che mi imprigionava e diventava una persona ‘normale’, come tutte le altre. Poi, a settembre, tornando a casa, la indossavo di nuovo come un cappotto troppo pesante da portare, un peso che schiaccia  a terra e ti impedisce di volare.

Il servizio militare era la grande occasione. Per un anno intero si apriva davanti a me la possibilità non di sembrare un altro, come fino ad allora durante le vacanze estive, ma di cambiare profondamente. Perché, mi dicevo, lì eravamo tutti nella stessa situazione. Dicono che quello del servizio militare sia un anno sprecato. Per me non è stato così. A volte mi chiedo cosa sarei, adesso, senza quell’anno durante il quale mi sono imposto il cambiamento. Ho chiuso il mio ‘altro’ nel suo sgabuzzino buio e ho lasciato libero il  lato di me che voleva cambiare. Non è stato facile, in realtà. Dallo sgabuzzino uscivano urla e strepiti, quello lì voleva uscire e riconquistare il suo potere su di me tanto che spesso avevo paura, paura di cambiare, paura di affrontare il mondo con più sicurezza. Sembra stupido, oggi, ma allora non lo era affatto. I lamenti uscivano ogni giorno sempre più deboli, supplicanti. Poi più nulla. Solo il silenzio.

Tornai cambiato, cambiato davvero. Lo leggevo negli occhi di chi mi conosceva, nei sorrisi dei pochi veri amici che sembravano tirare un sospiro di sollievo, lo percepivo dalla normalità con cui affrontavo i nuovi incontri. Quel che prima mi feriva non riusciva a scalfirmi. Non era spavalderia, non ne sarei mai capace, ma solo la sensazione di aderire un po’ più pienamente al mondo circostante, di camminare senza che il giudizio altrui affretti i tuoi passi o ti faccia incespicare, senza che quello sguardo prolungato ti imbarazzi.

Resta l’alone della pozzanghera a ricordarmi cosa c’era lì, una volta. Ho sempre evitato di aprire quella porta chiusa. Dovrò farlo prima o poi, per finire l’opera una volta per tutte. Aprire quella porta significa non averne più paura, essere coscienti che il potere che ti inchiodava al suolo è svanito, che non hai più niente da temere da quel fantasma del passato. Significa guardare serenamente e senza timore quello che eri, quello che sei stato, quello che con così tanta fatica sei riuscito a superare. Senza rinnegarlo, però. Anche lui è stato parte di me.
postato da: dodo712 alle ore 13:47 | Link | commenti (24)
categoria:dodo
lunedì, 19 ottobre 2009
Si ha l’impressione che sia passata accanto a noi senza sfiorarci, spostando appena l’aria, leggera come un battito d’ali o un pensiero distratto. Granello dopo granello la polvere stava ricoprendo la sua anima e la luce dei suoi occhi sembrava ritrarsi sul fondo della pupilla, quasi a difendersi.

Non so spiegare perché questa morte mi colpisce più di altre. Forse perché è in qualche modo legata ai tempi passati, o forse perché giunge al termine di un declino lento e triste, lasciandosi alle spalle un sentiero cosparso di sogni infranti e serenità perduta per strada. O forse semplicemente perché è avvenuta prima di quanto la logica delle cose facesse supporre.

L’ho sempre conosciuta; veniva ogni estate. Le finestre della sua casa si spalancavano sulla piazza, coperte e tovaglie pendevano dalle finestre a prendere aria dopo l’inverno. Noi ragazzini ci chiedevamo perché quella ragazza bionda dagli occhi azzurri, di qualche anno più grande di noi,  lasciasse ogni estate la città più scintillante d’Europa  per seguire i nonni fino a questo paesino sperduto tra le montagne. Lei era gentile e, a differenza di certi suoi coetanei, non ci trattava male solo perché più piccoli. Ci piaceva, e quando nei pomeriggi caldi sedeva ad un tavolo sotto i tigli, in un angolo della piazza, a giocare a qualche strano gioco francese con i suoi, noi le sedevamo accanto, poco interessati alle sue carte molto di più alle sue minigonne e alle generose scollature che in quella valle erano una preziosa rarità.
Finì per innamorarsi di un ragazzo del posto che non volle seguirla lontano dal paesino, e lei si adattò, chiudendosi in una prigione verde, fatta di montagne e di castagni. Cosa non si fa per amore. Estate e inverno rotolavano via uno dietro l’altro, in casa o in piazza, a chiacchierare e fumare le sue dannate sigarette. Come una principessa triste.

Ogni anno la trovavo più malinconica, cupa. Rimaneva il bel sorriso ma la luce nei suoi occhi si stava spegnendo. Mi diceva: “Sei sempre uguale, tu!”, ben sapendo che lo stesso non si poteva dire di lei. Era come se pensasse a voce alta guardandosi impietosamente allo specchio. I figli, che sono una benedizione per molti, non lo sono stati per lei. Solo problemi che non riusciva a reggere.

Non so molto altro della sua vita. Ieri mi hanno telefonato per dirmi che non c’era più.  Aveva tenuto per sé anche la sua malattia. E’ un'altra piccola fetta di vita che se ne va, un’altra gobba del mio giardino, più alta e più importante di quanto credessi.
postato da: dodo712 alle ore 11:48 | Link | commenti (22)
categoria:bolle di sapone
mercoledì, 14 ottobre 2009
No, non c’è proprio verso. Ci ho provato ma ho subito desistito.

Ebbene, non riesco più ad ascoltare musica. Ci ho provato anche ieri sera con Kind Of Blue. Lo conosco a memoria, un classico, facile facile, di solito un piacere, la medicina per riconciliarmi con il mondo. Niente. Nemmeno i vecchi Led Zeppelin, né Mozart, né Conte, né Fossati, né Cohen. Ho provato persino a rispolverare un vecchio album di Ricky Lee Jones. Niente da fare, dopo pochi minuti tutto mi annoia. L’unico che riesce a resistere è una suite di Squiban, ma solo se presa in dosi moderate.

Io, che ero abituato ad accendere il lettore di CD prima ancora del motore dell’auto, non mi riconosco più. Dov’è finita la musica? Non sono abituato a vivere in un mondo senza colonna sonora.

postato da: dodo712 alle ore 12:04 | Link | commenti (29)
categoria:dodo
giovedì, 08 ottobre 2009
Il lago Erie scintilla sotto le ali dell’aereo. La discesa verso Cleveland è, come al solito, tranquilla. Lo stato dell’Ohio è  America profonda, terra di contadini e di operai. I contadini ci sono ancora, intere colline sono tagliate dai solchi degli aratri ancora trainati dai buoi e dai cavalli degli Amish. Gli operai adesso sono un po’ meno. Lungo la costa si vedono le fabbriche, le vecchie acciaierie con le loro ciminiere senza fumo, spente e abbandonate, acquistate dalla modernissima Cleveland Clinic o dalla Case Western Reserve University e trasformate in uffici o magazzini. E’ il segno della crisi che qui è iniziata prima ancora che altrove.

Una volta a terra tutto sembra in ordine. Le stesse casette dai prati verdissimi e curati, ben allineate e circondate da boschi e laghetti. Ma nei quartieri più popolari alcune di esse hanno il tetto danneggiato e mai riparato, mostrano una manutenzione inesistente, pareti scolorite, il giardino con l’erba incolta. Sono le case lasciate dai proprietari che non hanno più potuto sostenere il peso di un mutuo sempre più caro a fronte dei prezzi degli immobili in picchiata. Hanno consegnato le loro case alle banche e sono finiti chissà dove facendo di qualche caravan la loro nuova abitazione.

Non esiste negozio, grande magazzino o centro commerciale che non prometta sconti, svendite, pagamenti a rate. Sembra una corsa generale a far girare i soldi, a rimetterli in circolo, una corsa disperata per far ripartire un’economia resa stagnante dalla crisi. C’è da stupirsi dei prezzi ridicoli di quasi tutto. Con seimila dollari di incentivi del governo un’auto di cilindrata 2400, superaccessoriata, la porti a casa con soli quattordicimila dollari (9520 euro al cambio di oggi). Qualcosa vorrà pur dire.

I giornali locali continuano a riportare notizie di piccole banche della contea che chiudono i battenti. Per la prima volta dopo tanto tempo la percentuale di incremento della disoccupazione si è fermata (nota bene: stiamo parlando solo di un leggero rallentamento della caduta non di ripresa). Il giornalista commenta con un pizzico di speranza ma sembra non crederci troppo nemmeno lui. Passerà, dicono. Nel frattempo si aspetta tenendo la carta di credito ben chiusa in un cassetto, per evitare pericolose tentazioni. Chi ce l’ha ancora, la carta di credito.

postato da: dodo712 alle ore 12:37 | Link | commenti (12)
categoria:viaggiando
martedì, 29 settembre 2009
Tra i frigoriferi dei surgelati e gli scaffali delle patatine fritte non avrei mai immaginato di vederlo. All’inizio non lo avevo nemmeno riconosciuto: era solo una figura piccola e curva, appoggiata ad un carrello pieno di cose, con in mano un foglietto e nell’altra una gigantesca confezione di piselli surgelati. Indossava uno dei suoi soliti vestiti né chiari né scuri, proprio come ai tempi della scuola, il golfino a V rigorosamente rosso nel quale sprofondava la cravatta. Tutto uguale tranne per quel berretto di gabardine sulla testa e quell’accenno di busto che si intuiva sotto la giacca.

Il mio professore di Tecnica bancaria stava facendo la spesa. Avrei voluto salutarlo ma  ero bloccato in coda al reparto gastronomia e non potevo muovermi per non perdere il posto. Più vecchio, più stanco. Aveva perso la schiena dritta e il sorriso sempre incollato sulla sua faccia tonda. Dalla tasca spuntava, come sempre, il Sole 24 Ore, come quando tentava di inculcare nelle nostre teste distratte la differenza tra un corso secco e un tel quel. Ad un tratto posò il sacchetto dei piselli e, tirata fuori la penna dal taschino, annotò qualcosa sul biglietto; prese un altro sacchetto dal frigo e annotò qualcosa anche di questo. E poi di un altro ancora e ancora. Come se stesse valutando i prezzi, o il peso. Poi guardò a lungo il suo foglietto, ne scorse più volte  le righe con la punta della penna e alla fine scelse il pacchetto dal frigorifero.  Mi sembrò così vecchio mentre si allontanava barcollando verso le casse, appoggiato al carrello come ad un bastone.

Lo immaginai mentre a casa sistemava la sua spesa in frigo o nella dispensa, si sarebbe seduto sulla sua poltrona dando le spalle agli scaffali della sua biblioteca piena di manuali di economia e finanza, una delle tante stanze di quella vecchia casa che per tanti anni aveva condiviso con i suoi fratelli, identici a lui. Adesso era rimasto solo.

Alla cena della maturità  consegnai a tutti i professori la loro caricatura; lui si mise a ridere come un matto. Saltellava da un posto all’altro per vedere quelle dei colleghi, prendendoli in giro.  Era severo ma con allegria e ha lasciato dietro di sé una scia di buoni ricordi. Più tardi l’ho cercato alle casse, ma se n’era già andato. Chissà se ha ancora la mia caricatura.

Ci sono modi diversi di guardare alla vita.  Dipende anche da come ci si alza al mattino, dal tempo che fa, da come procede il lavoro o la vita familiare, da come si è dormito. Mi capita spesso di voltarmi indietro e di vedere il passato come offuscato da un velo di malinconia che ne sbiadisce i colori, come se quel passato, nel momento in cui era per me il presente, contenesse già il seme di una tristezza futura che si sarebbe manifestata proprio adesso, nel momento stesso in cui ci ripenso.

Eppure non è così. Quel che io adesso riconosco e mi sembra di rammentare come senza colore era tutt’altro che sbiadito. Era lucente, variopinto, pieno di vitalità e di profumo di vita che poche volte ho successivamente provato. E’ una sensazione irritante, inquina i ricordi, li macchia di tinta scura e prosciuga la loro luminosità, come una fotografia sottoesposta.

Il professore, che ho visto così vecchio e stanco, l’ho subito collocato nella stanza della tristezza perché lo ricordavo allegro e vivace. Ma cosa ne so io della sua vita e della sua solitudine? Ben poco, eppure, con gesto arbitrario, l’ho immerso nella malinconia, mi sono arrogato il diritto di interpretare la sua storia, di circondarla di una tristezza che forse non gli appartiene. E mi viene un brivido pensando che oggi, o un giorno, altri potrebbero fare la stessa operazione con me.
postato da: dodo712 alle ore 14:59 | Link | commenti (15)
categoria:pensieri e parole, bolle di sapone
martedì, 22 settembre 2009
L’esperimento è questo: guardare in faccia le persone che si incrociano camminando per qualche minuto in una via centrale della città. Voi cosa vedete?

Io vedo solo musi lunghi, facce tetre, tutti di corsa e con l’occhio all’orologio, alcuni parlano, altri discutono, molti sono in silenzio, pochissimi sorridono. Ognuno chiuso nella propria bolla  somigliamo sempre di più ai passeggeri delle metropolitane delle grandi città, maschere indifferenti tutte con la stessa espressione. Ma qui siamo in piena provincia, dove si dovrebbe vivere meglio, dove si suppone possano essere ancora coltivati i rapporti umani, quel saper vivere con una lentezza e una serenità che altrove è andata perduta.

Siamo perduti. Ormai il contagio è arrivato fin qui.
postato da: dodo712 alle ore 11:54 | Link | commenti (22)
categoria:poveritalia
lunedì, 14 settembre 2009
Davanti al cancello di Parliament Hill, a Ottawa, proprio aldilà della strada, c’è una piccola statua di bronzo. Raffigura un ragazzo dal passo deciso, riccioli folti e sguardo aperto, la gamba destra sostituita da una protesi artificiale. Al posto di un condottiero a cavallo, di un politico, di un guerriero, di un conquistatore o di un difensore della patria i canadesi hanno messo questo ragazzo a ricordare a chi entra e chi esce da Parliament Hill, che domina la piazza con la sua splendida  Torre della Pace, chi loro hanno scelto come eroe nazionale.

Terry Fox è un ragazzo come gli altri, sportivo, vivace, ma con una volontà di ferro. Gli viene diagnosticato un tumore osseo che lo costringe all’amputazione della gamba destra. Lui non si da per vinto e si inventa un modo per cercare di raccogliere fondi per la ricerca contro il cancro: percorrere correndo l’intero Canada, da est a ovest, con l’intenzione di chiedere un dollaro ad ogni persona incontrata lungo il cammino.
E così nel 1980 Terry Fox inizia la sua Maratona della Speranza da St John’s, Terranova, ai confini orientali del suo paese. Percorre in solitudine chilometri e chilometri, seguito da un amico alla guida di un furgoncino di supporto, e ad ogni persona chiede un dollaro per la ricerca contro il cancro. Ben presto la sua corsa non è più un disperato percorso solitario. La voce si sparge e ai bordi delle strade Terry incontra intere comunità ad aspettarlo. Migliaia di persone hanno lasciato le loro case nelle immensità del Quebec o dell’Ontario per aspettare il suo passaggio e consegnargli il denaro raccolto.

La corsa di Terry Fox termina a Thunder Bay, Ontario. Le sue condizioni non gli permettono di portare a termine la sua impresa. Dopo oltre cinquemila chilometri deve arrendersi alla malattia che lo ucciderà pochi mesi dopo. Di lui restano le Maratone della Speranza, diffuse ormai in tutto il mondo, e una fondazione che porta il suo nome. Un sondaggio del 1999 ha confermato che i canadesi vedono lui l’eroe più rappresentativo del loro paese. Resta quella statua di fronte a Parliament Hill a ricordare che il Canada silenzioso e civile ha scelto questo eroe disarmato a rappresentarlo.
postato da: dodo712 alle ore 12:19 | Link | commenti (17)
categoria:viaggiando
lunedì, 07 settembre 2009
Questo non è un acquario. Niente è garantito. Tutto dipende da loro, non da te.

Le casette di Tadoussac sono lontane, affondate nel velo di nebbia che il San Lorenzo spiega sulle sue rive. Né fiume né mare, o entrambi. Le acque salate contaminano quelle dolci e viceversa. Potremmo vederle oppure no, potremmo aver sprecato ore a scrutare la superficie dell’acqua per niente, scorgendo solo quella leggera differenza con cui questa riflette la luce nel punto in cui si trovano i banchi di krill. Oppure potremmo essere gratificati dai piccoli branchi di beluga che affiorano o dai dorsi lucidi e scuri delle balenottere che con le loro pinne disegnano l’arco che riflette il sole e si imprime nella memoria a sigillo di un incontro non scontato, non facile, mai banale.

Non è il nostro territorio, questo, è il loro. Noi siamo gli ospiti, qui. Il senso è tutto in questa attesa, che potrebbe essere vana, del luccicare di un dorso pinnato, di ombre bianche sotto la superficie dell’acqua. Il senso è in questo mondo che non sembra appartenerci, che non segue le nostre regole e ci sfugge, irritandoci o conquistandoci.
Dobbiamo accontentarci dell’attesa di un'ombra, di uno spruzzo d’acqua, dell’increspatura della superficie, sognando una pinna scura che rompa l’azzurro di questo angolo di mare-fiume che è il loro mondo.
postato da: dodo712 alle ore 14:05 | Link | commenti (4)
categoria:viaggiando
mercoledì, 02 settembre 2009
Partire è un po’ morire, dicono. Mica vero. Partire può voler dire ricominciare a vivere un po’ più pienamente la vita, senza il freno a mano tirato.

I mesi precedenti al viaggio sono stati carichi di ansia. Tutti dicono che non ci sono problemi ma tu sai che non è così. Qualcosa dentro di te si è incrinato. Il viaggio, questo viaggio, non è altro che la ricerca di una prova, di una dimostrazione che quella piccola crepa non influisce più di tanto sulla tua vita, anche se non ti permetterà mai di dimenticarla. Ma questo può essere un bene, un piccolo promemoria per apprezzare quanto si ha, per ricordare che non è scontato. Ma l’ansia c’è.

L’aereo decolla, non si può tornare indietro. Vorresti, ma non puoi.

Il viaggio è una medicina, un incantesimo.
postato da: dodo712 alle ore 15:11 | Link | commenti (24)
categoria:viaggiando
lunedì, 20 luglio 2009
Tempo di vacanze.

Spinto da un eccesso di masochismo mi sono spinto a controllare come sono stati spesi i – dicono – milioni di euro per partorire quella magica creatura che dovrebbe essere il nuovo portale Italia.it, dedicato al rilancio del turismo italiano. La premessa è che tutti i paesi europei possono, ormai da anni, contare su un portale principale che,  dopo una esauriente descrizione delle bellezze del paese, delle principali regioni e città e dopo aver sommerso il potenziale turista di preziose e utili informazioni, guida costui verso i siti regionali proponendoli alla sua attenzione.

Ad una prima occhiata, tralasciando la scarsa definizione delle foto nell’intestazione e altre sottigliezze più o meno trascurabili, faccio quello che dovrebbero fare i creatori del sito: lo provo. Mi travesto da turista giapponese  e clicco sulla bandierina inglese. In qualità di turista giapponese non sono affatto tenuto a conoscere la lingua italiana.  Vedo foto, link. La mia meta è Firenze ma io, non essendo sicuro in quale regione si trovi questa città, faccio quello che mi sembra più naturale fare: clicco su search italy, mi sembra più che ovvio. Nella casella di ricerca scrivo Florence fiducioso di riuscire a trovare le informazioni che cerco.

Stupefatto mi si presenta davanti una serie di link: Abruzzo, Basilicata, Emilia Romagna… ma dove diavolo si trova Firenze? Marche, Piemonte, Puglia… Ma io avevo solo cercato Firenze. Sardegna, Sicilia, Toscana… Toh! Ecco Firenze! Ben trentadue links prima di arrivare a quello su Firenze. Ci vuole una bella pazienza per una ricerca così semplice.

Se io fossi un turista giapponese, nell’impossibilità di trovare la mia meta cambierei destinazione. Se io fossi, come sono, un contribuente italiano mi domanderei come si fa a spendere così tanti soldi per ottenere questi assurdi risultati.

Prova effettuata il 20 luglio 2009, ore 17:59


Tempo di vacanze, dicevamo.
Tra pochi giorni staccherò anch'io. Ne approfitto per salutarvi ed augurarvi un buon agosto.
Grazie, come al solito, per la gradevole compagnia.
Ci leggiamo a settembre.

postato da: dodo712 alle ore 18:10 | Link | commenti (22)
categoria:poveritalia
giovedì, 09 luglio 2009
A volte, di fronte a uno specchio, si vedono cose che non ci piacciono. Non si tratta di rughe o di capelli bianchi ma di qualcosa che si legge sul fondo degli occhi.

Quasi per caso, mi sono fatto una domanda. Mi sono chiesto se avevo mai odiato nessuno, non un'idea, un'ideologia, una categoria di persone ma un essere umano con nome e cognome. Non è una domanda facile. La mia prima risposta è stata: no! Certamente no. Al massimo avevo provato indifferenza, forte antipatia, avversione, disgusto, fastidio, sottile perfidia nei confronti di alcuni, questo sì. Ma in fondo restavo sempre sensibile alle eventuali loro disgrazie e un filo di compassione riuscivo sempre a trovarla, anche nei confronti di coloro che avevano tradito la mia amicizia, che mi avevano voltato le spalle.

Risposta automatica, probabilmente un meccanismo di difesa perché odiare non è bello, perchè ci è stato insegnato che si tratta di un sentimento riprovevole, da non confessare, da chiudere nello sgabuzzino che contiene il nostro lato più oscuro, quello da trattare come qualcosa di staccato da noi, di estraneo, come una malattia oscena da nascondere perfino a sé stessi. Quindi è con un certo sforzo che, in seconda battuta, ho ricordato il mio odio. Era un odio da bambino, ai margini dell’adolescenza, ma non per questo meno forte, meno intenso. Chiuso nell’angolo lo avevo quasi rimosso dalla mia memoria.

Come tutti i bambini timidi tendevo a non reagire di fronte alla prepotenza altrui, ma come tutti i bambini di quel genere la pentola bolliva e bolliva fino a che non raggiungeva il limite fisico dell’esplosione che di solito assumeva la forma di reazioni sproporzionate eppure sempre efficaci. Un paio di volte mi era capitato di guadagnarmi il rispetto altrui reagendo con decisione di fronte a soprusi sopportati a lungo, come un gatto che, se costretto nell’angolo, non si tira indietro nemmeno di fronte a un toro. Eppure in quel caso non c’ero riuscito. Non ho mai avuto la possibilità di trasformare in un pugno o  in una scazzottata la reazione agli insulti di quel tizio, amico di amici, che per farsi bello davanti alla ragazzina più carina del suo quartiere aveva fatto di noi più piccoli le vittime sacrificali. Era sempre rimasto fuori dalla mia portata e la rabbia non sfogata si era lentamente trasformata in odio.

Mi ero allontanato da quella presenza ingombrante ma per me rappresentava comunque una sconfitta. I nuovi amici andavano benissimo ma rimase a lungo il rimpianto, l’impotenza, il cruccio di non aver potuto ristabilire la giustizia anche se lui era più grande, più grosso e più cattivo di me.

Quindi l’ho odiato. Di un odio che si è ormai trasformato in glaciale indifferenza ma che ancora, nonostante abbia smesso da decenni di bruciare, graffia sempre con il suo senso di ingiustizia sospesa. Non l’ho più visto, non so che fine abbia fatto. Scopro che non mi interessa più, eppure so con certezza che la notizia della sua morte non mi scalfirebbe, non muoverebbe il minimo accenno di dispiacere, di pena. L’ho sepolto insieme al mio odio, entrambi nella stessa tomba. Ma senza alcuna pietà.
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categoria:pensieri e parole, dodo
mercoledì, 01 luglio 2009
Immagino sotto i suoi piedi terra arida, dove non cresce niente, intorno solo povertà, fame e miseria. Ci vuole non poca disperazione per lasciare dietro di sé la propria terra, il proprio mondo, per misero e duro che sia. E non solo. Ci sono gli affetti, i genitori che in certe zone del mondo non sono merce avariata da lasciare ammuffire tra quattro mura, dimenticati in nome dell’egoismo. C'è la moglie, ci sono i figli, ai quali si spera di consegnare uno straccio di futuro.

E allora si paga, ci si consegna nelle mani dei criminali, dei mercanti di schiavi e di carne umana nella speranza che i pochi soldi di una vita siano sufficienti a traversare il deserto, a sopravvivere in attesa di un barcone, di un gommone, di una zattera che ci porti nella terra promessa di un’Europa, di un’Italia che non si conosce ma che promette libertà e  futuro. Buttati come stracci vecchi su una spiaggia, portandosi dietro solo quel che rimane della residua dignità cadono nelle mani degli aguzzini, dei criminali che   sfruttano per pochi euro, ostaggi dei loro sogni da due soldi.

L’uomo è ancora giovane, fuori, ma dentro deve essere vecchissimo. E’ seduto in un vicolo scuro con i suoi stracci. Accanto a lui una bottiglia vuota di birra, sotto di lui il cartone sul quale dorme. La gamba allungata ingombra il vicolo. Ed ecco che arrivo io. Alzo il piede per passare oltre e gli getto uno sguardo. Ha attraversato il deserto e il mare, ha lasciato quel che aveva di più caro, parla lingue di cui nemmeno immagino l’esistenza, conosce sapori sconosciuti, sogna sogni lontani. Ed io passo oltre.

Non c’è merito nel caso. Qualche centinaio di chilometri e il destino ti mette in mano altre carte, ti da e ti toglie. Se questo destino si fosse invertito accanto a quella bottiglia di birra vuota ci sarei io e lui passerebbe senza degnarmi di uno sguardo, infastidito. La mano dei dadi ha deciso diversamente e ognuno continua per la sua strada tenendosi stretto il proprio baule di sogni. Siamo entrambi uomini che il caso ha abbandonato su sponde diverse. Comunque uomini.
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martedì, 23 giugno 2009
Vita pura. Senza fronzoli, senza abbellimenti o paillettes. Nuda, essenziale. Solo una scintilla che pulsa, niente intorno. Nessun giudizio.

Sta nella scia della lumaca sul tronco, nel rumore delle foglie, nel brusio di un bosco. Spinge  gli alberi verso il cielo, disperde le nuvole e increspa la superficie del lago, dondola i pescherecci e schiude le uova, esplode lentamente nei ventri fecondati, brilla tra le mani unite di due anziani sulla panchina. Ma io non la trovo. So che c’è, ma non riesco a vederla, ad isolarla dalla superficialità che la circonda. Forse la cerco dove non potrò mai trovarla, forse è più vicina di quanto io creda.

Serata calda, piacevole, istruttiva.
Passeggiare in queste vie dai nomi gentili è rilassante. Le finestre aperte lasciano che gli sguardi dei pochi passanti si spingano oltre le tende a curiosare in altre abitudini.
Nella strada diritta, fiancheggiata da condomini  e da case ordinate, si muovono piano tre figure, sono due anziani genitori con il loro figlio down. Procedono lentamente tenendosi per mano, la strada deserta  rende naturale un saluto. Sui loro visi leggo serenità,  nelle loro mani strette una tenerezza sconfinata. Tenerezza? Meglio dire amore. Parola che spaventa, talmente potente da piegare le ginocchia, da stringere un nodo alla gola. Tutti e tre sembrano attraversare la vita come se sfruttassero ogni secondo del loro tempo, intenti a riempire ogni minuto di vita. Pura vita, quella che sto cercando.
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martedì, 16 giugno 2009
Si ha l'impressione di planare sopra ogni cosa, di aver perso ogni contatto con la terra, di essere staccati dal mondo e dall'umanità. Mi sembra di trovarmi su una minuscola isola in mezzo ad un oceano sconfinato. Verso nord, possenti montagne si perdono nel remoto orizzonte. Ad est si estende un altro ed analogo mare di innumerevoli cime, coperte di ghiaccio, inviolate, inesplorate: l'Himalaya.

Hermann Buhl (1924-1957), E’ buio sul ghiacciaio, 1953


La notte del  3 luglio 1953 Hermann Buhl non dormì molto.

Era un giovanotto austriaco di ventotto anni quando venne invitato ad unirsi alla spedizione tedesca destinata a tentare l'ascesa al Nanga Parbat, di cui la scorsa estate tutti hanno sentito parlare a causa della spedizione nella quale ha perso la vita Karl Unterkircher e che ha tenuto col fiato sospeso per il controverso salvataggio dei suoi compagni Nones e Kehrer.
Il Nanga Parbat era, in quell'estate del 1953, una montagna maledetta ; ancora oggi viene chiamata dai pakistani la mangiauomini o la montagna dei tedeschi le cui spedizioni avevano lasciato sulle pareti innevate fior di alpinisti. La spedizione lottò a lungo prima di dichiararsi sconfitta e preparare il ritorno a casa, ma Hermann Buhl, dopo un litigio con il capo-spedizione, decise di abbandonare il gruppo e ritentare da solo.
Ci riuscì. Arrivò in vetta, distrutto,  appena dopo il tramonto, dopo diciassette ore ininterrotte di salita, su fino agli 8125 m del Nanga Parbat. Aveva abbandonato lungo l'ascesa perfino il suo zaino, procedendo sostenuto solo dalla sua ferrea volontà; la luce rimasta permise solo una foto,  un autoscatto che potesse testimoniare dove era arrivato. Era notte ormai ma lui non poteva dormire, non c'era abbastanza spazio sulla cima per stendersi e riposare, e così Hermann riposò solo per qualche minuto, in piedi. Quella notte e la discesa del giorno seguente, che finirà di tracciare la via che porta tuttora il suo nome e che tanto è stata citata lo scorso luglio, sono narrati nel suo libro E' buio sul ghiacciaio.

Ma cosa ci vanno a fare? Quando muore qualcuno, lassù, questa è la domanda di rito.
Io credo che chiunque abbia avuto l’opportunità di respirare in solitudine il vento sulla cima di una montagna, proveniente da un sentiero tranquillo o legato al cavo d'acciaio di una ferrata, libero o in cordata con i propri compagni, sotto il sole dell'estate o con ai piedi i ramponi da ghiaccio, riesca a capire almeno un frammento di ciò che Hermann Buhl ha portato con sè dal Nanga Parbat. Quel mondo che si apre sotto il proprio sguardo, quella sensazione di aderire in pieno alla propria vita è ciò che porta a comprendere perchè molti, consapevoli del rischio, del pericolo che i propri limiti e la propria fortuna comportano, sfida la vita nell'ascesa delle pendici del mondo. Una specie di malattia che prende - alcuni più di altri- di fronte alla maestosità di certi momenti.

Non si può dire che sia stato un anno tranquillo per coloro che amano la montagna. Incidenti vicini e lontani dovrebbero far riflettere sulla effettiva preparazione, fisica e mentale, di chi la frequenta, a qualsiasi livello, ben consapevoli che nessuna attività umana è totalmente esente da rischi. Ma, per favore, non attribuiamo alla montagna difetti che sono solo nostri.
A differenza di quanto titolano i giornali del giorno dopo la montagna non tradisce, non uccide. Sono sopravalutazioni, errori tecnici, presunzione,  disattenzioni e fatalità i soli motivi per cui gli esperti della montagna muoiono.  Si ignorano i propri limiti accantonando troppo spesso il coraggio di rinunciare, per prudenza, per una sana paura, per consapevolezza. Gli uomini sulle montagne riflettono lo stesso coraggio e le stesse meschinità della vita di fondovalle, solo più nette, più estreme, più esasperate che altrove.
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categoria:dolomitica
venerdì, 05 giugno 2009
Il concerto di Firenze è stato grande e emozionante e ci penso sempre, soprattutto quando salgo tuttora su un palco. Se non provassi ancora quell’identico sentimento, con l’esigenza di condividerlo con il pubblico non potrei continuare a fare musica.
Patti Smith


Delle decine di migliaia di ragazzi che la sera del 10 settembre 1979 riempivano lo stadio di Firenze non molti sapevano veramente qualcosa di Patti Smith.

Molti di noi la conoscevano per Because the night e per Frederick ma niente di più. Era stata sufficiente la sola notizia di quel concerto per richiamare gente da tutta Italia, accorsa per saziare la propria fame di musica, la propria voglia di stare insieme davanti a qualcuno che non fosse il solito gruppo italiano che si esibiva in un teatro.

Fino a quel momento i grandi concerti in Italia erano tabù, gli stadi non venivano concessi per motivi di ordine pubblico e i grandi interpreti inglesi e americani disertavano la penisola perché non venivano forniti di un posto adeguato ad accogliere la folla che sarebbe accorsa ai concerti. Ci si contentava allora dei musicisti nazionali o dei grandi nomi del jazz, che allora costituivano per molti di noi solo un raffinato ripiego. Leggevamo affascinati le recensioni dei grandi concerti sulle pagine di Ciao 2001 e sognavamo ai racconti dei pochi amici fortunati reduci dall’esibizione dei Pink Floyd a Zurigo.

A Firenze era evidente che una buona fetta di pubblico si aspettava tutt’altro spettacolo da una che veniva definita la poetessa del rock. Quel poetessa illuse molti che si attendevano dolci   ballate invece delle lunghe pause durante le quali la musica si fermava e Patti Smith leggeva le sue opere. Alla fine tutti applaudivano convinti, non tanto perché avevano capito il messaggio incomprensibile che veniva dal palco, quanto per la speranza che seguisse la musica di cui tutti, allora, eravamo affamati.

Eppure, ancora oggi, il concerto di Patti Smith a Firenze viene celebrato come un evento formidabile. Ma ad essere davvero memorabile era soprattutto la voglia di musica che aleggiava quella sera sotto al palco di Patti Smith.
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categoria:musical box
giovedì, 28 maggio 2009
Quello che più colpisce di questa cattedrale sono le tombe. Giù nella cripta sono ammassate quelle degli antichi re polacchi mentre qui, sotto le navate della cattedrale sulla collina di Wawel, sovrani e cavalieri riposano nella  maestosità dei loro sarcofagi di pietra, scolpiti con le armature e l’elsa della spada stretta nel pugno. Tutti allineati verso l’altare. In una cappella laterale, i sovrani Jagelloni  non hanno la posa austera degli altri re ma sembrano vivi e divertiti, chi appoggiato su un fianco, chi con una gamba piegata, chi in una posizione tranquilla e rilassata.

E poi c’è lei. Il suo sarcofago bianco spicca a lato della navata scura. Data in sposa all’età di quattro anni a Guglielmo d’Austria, incoronata sovrana di Polonia a dieci anni, venerata come santa, di nuovo sposa a dodici anni, morta in seguito ai postumi di un parto difficile a venticinque, Edvige d’Angiò è distesa sotto il marmo bianco raffigurante una giovane donna dal profilo regolare e austero. Forse non ha la dolcezza dei lineamenti di Ilaria del Carretto, sua contemporanea lucchese, e il suo sarcofago non possiede un valore artistico immenso, essendo molto recente,  è tuttavia una macchia di semplicità che spicca tra la raffinatezza e la preziosità di quanto la circonda.

Qualcuno le ha lasciato una rosa tra le mani. Una piccola macchia rossa a rompere la monotonia della figura candida distesa nella penombra della navata laterale.
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categoria:viaggiando
martedì, 19 maggio 2009
Vorrei poter ricordare chiaramente l’impulso che mi ha spinto a realizzare questo campo. Mi piacerebbe poter annunciare uno scopo nobile. Sono stato accusato di compassione, di altruismo, di devozione all’etica Cristiana, Ebraica, Musulmana, ma per quanto mi sforzi di rivendicare l’appartenenza ad un alto ideale, non sono in grado di farlo. Volevo, credo, mostrare riconoscenza alla Fortuna, al caso, alla sua benevolenza verso la mia vita contrapposta alla sua brutalità verso la vita di altri, particolarmente terribile verso i bambini, perché potrebbe non essere concessa loro la possibilità di una vita intera per correggerla.
Paul Newman

C'era una volta una montagna, bella e selvaggia. Ma non serviva a niente tranne alle aquile, ai cervi e ai daini che la abitavano. Ai suoi piedi era rannicchiato un paese. Limestre era un piccolo borgo  ma ospitava una grande fabbrica che produceva munizioni. Un giorno la fabbrica chiuse e il paese cominciò a pensare che sarebbe lentamente morto. Le auto degli sciatori passavano senza fermarsi, dirette verso le cime dell'Abetone, indifferenti. Ma alcuni anni fa un industriale, insieme a molte altre cose, entrò in possesso dei capannoni della vecchia fabbrica e decise che avrebbe voluto farne buon uso.

C'era una volta Paul Newman, attore e uomo generoso, fondatore di A Hole In The Wall, una associazione internazionale no-profit che finanzia e realizza strutture dove i bambini malati di mezzo mondo possono trascorrere vacanze gratuite che spesso la loro malattia non consente in altri luoghi.

E così un giorno di quattro anni fa, sotto gli occhi sbigottiti degli abitanti di Limestre, Paul Newman arrivò  in paese, accompagnato dall'industriale. Nacque così Dynamo Camp, associato alla fondazione di Newman. I capannoni abbandonati furono riconvertiti in appartamenti per i bambini, la montagna fu recintata e divenne un parco. Le acquile e i cervi continuano a viverci, protetti adesso dal WWF che l'ha trasformata in oasi.

C'erano, ci sono, ci saranno cinquecento bambini malati che ogni anno trascorrono al campo vacanze di quindici giorni, assistiti da medici e volontari. Provengono da tutta Italia e non solo. Stanno insieme, giocano, fanno amicizia. Dimenticano per un po' le loro malattie croniche e gravissime per sentirsi semplicemente bambini come tutti gli altri.

Adesso le auto degli sciatori rallentano, passando per Limestre. Prima di proseguire gettano uno sguardo a quest'angolo dell'Appennino Pistoiese che si è trasformato in una piccola favola.
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categoria:pensieri e parole
giovedì, 14 maggio 2009
Ho l’impressione che ci stiano prendendo un po’ in giro.

Da qualche settimana, se non di più, si legge, si sente, che il peggio è passato, che si vede la luce in fondo al tunnel. Tutti sembrano concordi nell’affermare che abbiamo svoltato l’angolo della crisi e che un timido sole ci attende all’uscita del buio.

Sarà anche vero ma qualche dubbio mi assale.
Delle due l’una. O la luce che ci dicono di vedere in fondo alla galleria è solo ciò vorremmo sentirci dire oppure ci hanno mentito sulla gravità della crisi stessa che non era poi quella cosa così tremenda come tutti sostengono. E la seconda ipotesi è da escludere. Molto più semplicemente ho il sospetto che per conoscere la vera portata di un evento che riguarda il mondo bisogna lasciar perdere i notiziari di casa nostra e andare a spulciare i giornali degli altri.

E, guarda caso, mi imbatto in un articolo del famigerato Economist, che su queste cose è molto più affidabile di certi scribacchini nostrani e di molti ministri. Titolo: La cosa peggiore per l’economia globale sarebbe dare per scontato che il peggio è passato. Non c’è male come inizio. Leggiamo.

L’ottimismo nasconde due trappole, una evidente, l’altra più sottile. Quella evidente è che il barlume che si intravede è solo una speranza mal riposta che scambiamo per l’inizio di un forte recupero quando invece si tratta solo di un rallentamento della caduta. La trappola più subdola riguarda i politici ed è che questa fiducia e queste buone notizie creano illusioni. L’ottimismo è una cosa, ma l’arroganza di dire che l’economia sta tornando alla normalità può addirittura ostacolare il recupero e bloccare le politiche destinate a proteggere da un ulteriore sprofondamento.

I prossimi dieci anni saranno un periodo di ridotte aspettative e di continui pericoli, continua l’articolo e il discorso mi sembra chiarissimo. Non c’è molto da ridere. Fuori dalla porta di casa la realtà sembra somigliare più a quella descritta dall’Economist che a quella che sentiamo ripeterci fin troppo spesso: qui vicino due storiche fabbriche hanno chiuso i battenti nel giro di poche settimane e la sensazione è che questo sia solo l’inizio.

Una rondine non fa primavera e nemmeno qualche parametro economico fa una ripresa.
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categoria:dodonomics
lunedì, 04 maggio 2009
Durante i lavori di ristrutturazione di una vecchia casa di famiglia un’amica ha ritrovato un vecchio diario. Era murato in una nicchia nell’angolo di una parete. Probabilmente apparteneva ad un suo parente che aveva abitato, decenni prima, in quella stessa casa.
Vi sono annotate riflessioni, appuntamenti, gioie e delusioni accuratamente datati, scritti in elegante calligrafia; sono indicati i giorni e i mesi ma non gli anni. Si parla però di un importante appuntamento con notissimo uomo politico del tempo (del quale l’autore degli appunti ricaverà una pessima impressione) e dell’imminente spostamento della capitale a Firenze, quindi dovrebbe trattarsi dei mesi precedenti al 1865. Ma perché era murato? Forse il suo autore non se l’è sentita di distruggerlo e si è limitato a fare in modo che non venisse mai letto da nessuno, almeno entro un lasso ragionevolmente lungo di tempo.

E’ il destino dei diari, quelli veri. Appunti e riflessioni scritti per i soli occhi dell’autore, nati per non essere sfiorati da altri sguardi. Non ho mai tenuto un diario quindi non ho alcuna idea sui motivi che spingono a scrivere cose che dovranno rimanere segrete. Mi chiedo se lo scopo del diario è quello di rileggere in futuro ciò che è stato scritto oppure di essere sepolto, come quello della mia amica, nell’intercapedine di un muro per far sì che non venga mai letto.
Perché scriverlo, allora?
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categoria:pensieri e parole
venerdì, 17 aprile 2009
Per la serie: io le donne le capisco poco.

Ditta moderna, efficiente. Si occupa di importazione di accessori di moda. Il personale è prevalentemente femminile, giovane, elegante e di gradevolissimo aspetto. Sto aggiornando il loro gestionale e per venti minuti i computer sono inutilizzabili, quindi ci mettiamo a chiacchierare in attesa che il lavoro sia finito.
Il ventaglio di età varia dai venticinque ai quarant’anni, approssimativamente. L’argomento del giorno sono gli stupri. Discorsi sensati, ragionevoli, decisi, intelligenti. Ma qualcosa sembra appeso nel vuoto, sono sicuro che stiamo per arrivare al nodo cruciale. Finalmente ci siamo: arriva lei, la parolina che era nell’aria, attesa.  Però.

“Però alcune se lo vanno a cercare.”  Dice una ragazza, una delle più giovani, non avrà nemmeno trent’anni.  Sostiene che non si può uscire vestite con minigonne ascellari o scollature da infarto. Così si attirano i guai e se poi ti violentano non devi nemmeno lamentarti troppo, anzi hai torto marcio.

Ammetto che trovo l’universo femminile affascinante proprio perché è un territorio  misterioso del quale mi sfuggono le regole, ma questa storia che alla fine arriva quasi a giustificare uno stupro se la vittima è vestita in un certo modo mi sorprende, e non poco. Rispondo che  se incrocio una bella ragazza in minigonna sono il primo a  guardarla ammirato, ma non mi salta certo in mente di stuprarla. Non può lamentarsi di essere guardata ma ha certamente il diritto di non essere considerata violentabile.  Niente da fare. Anche le altre ragazze scuotono la testa e rincarano la dose. Alla fine si ha l’impressione che la frittata sia girata a centottanta gradi e che ad essere condannate siano le vittime.

Una mia amica afferma che molte donne purtroppo pensano in modo maschile, ragionamento in base al quale quella in minigonna si scopa, quella con la gonna lunga si sposa. Non saprei. Non è la prima volta che mi imbatto in questo modo di pensare da parte femminile e credo sia più diffuso di quanto io, ingenuamente, possa immaginare, tuttavia ne rimango sempre sorpreso.

E’ evidente che dopo milioni di anni di convivenza continuiamo a non conoscerci abbastanza.
postato da: dodo712 alle ore 11:54 | Link | commenti (34)
categoria:pensieri e parole, disperso in ufficio
venerdì, 10 aprile 2009
La prima volta che ho visto mio padre con le lacrime agli occhi fu nel novembre del 1966. Io ero piccolo ma lo ricordo benissimo. Molte volte, negli anni seguenti, abbiamo parlato di quei giorni.

Pensavo che fosse triste invece era commosso. Avrebbe voluto essere anche lui nel fango dell’alluvione di Firenze dove si aggiravano ragazzi provenienti da ogni parte d’Italia e d’Europa, accorsi in seguito ad un tam-tam che oggi, ai tempi di internet, appare incredibile.  Per giorni, settimane, scavarono nel fango, passandosi secchi, calcinacci, codici antichi, cristi, madonne e miniature. Non stavano solo portando aiuto alla popolazione o salvando la cultura di una città; con la loro giovane età avevano già capito che quella città, quella cultura appartenevano anche a loro, nati a migliaia di chilometri di distanza,  spesso in mondi con lingue e tradizioni diverse, ancora separati dal filo spinato delle frontiere e dei doganieri.

In questi giorni di dirette televisive, di giornali pieni di foto e di racconti drammatici, alla fine riaffiorano sempre loro. Gente comune che chiude bottega, lascia la fabbrica o l’ufficio, la classe o i libri per infilarsi una tuta colorata, un casco o una fascia al braccio e partire per una delle tante emergenze che puntualmente questo paese riesce a procurarsi. Quando avranno finito e le luci si saranno spente, quando la parola passerà ad altri, loro se ne torneranno a casa a riprendere la vita di tutti i giorni in attesa del prossimo giro.
L’esercito silenzioso dei volontari, l’Italia migliore, ritorna nell’ombra.

Ogni volta che vedo questi uomini e donne in tv mi torna in mente mio padre con gli occhi lucidi sulle pagine in bianco e nero de La Nazione in quei giorni del 1966.  I ragazzi dell’alluvione, così come i ragazzi vecchi e giovani impegnati in Abruzzo, continueranno ad essere la speranza di un mondo un po’ più solidale. Gli angeli del fango del 1966 guardandoli, ne sono certo, stanno rivedendo loro stessi.

Auguri a tutti. A chi soccorre e a chi è soccorso. E a tutti gli altri, che non hanno perduto niente, affinchè si ricordino di chi ha perso tutto. Per non dimenticare, dalle nostre case ancora in piedi, che pochi euro non cambiano la vita a nessuno ma possono essere una goccia che contribuisce a formare un oceano.
E lasciate in pace gli agnelli.


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categoria:bolle di sapone, dodo, poveritalia
venerdì, 27 marzo 2009
E’ uno strano impulso quello che ti spinge a lanciare un sasso sulla superficie tranquilla di un lago, che ti fa calpestare la neve appena caduta rompendo la sua immacolata perfezione. Forse è questo che mi attira verso i fogli bianchi. Se il bianco è il nulla forse sento il bisogno di riempirlo con qualcosa.

Questo qualcosa sono disegni. Non sono disegni per altri occhi, sono solo per me. Sono golfi, monti, linee e forme strane riempite solo di tratti di matita, o sfumati con il pollice o la gomma pane. Un leggero tremore alla mano mi aveva fatto smettere di disegnare, anni fa. Mi irritava il tratto indeciso delle mie vignette sui biglietti di compleanno per gli amici e avevo lasciato perdere. Una stagione della mia vita era stata archiviata.

Ieri ho ritrovato le mie matite, le ho riprese in mano, ripassate tra le dita. Ne ho assaporato il profumo, accarezzato la lucentezza del legno laccato e ho ricominciato a riempire fogli bianchi di tratti leggeri o di buffi ometti, di forme ombreggiate e paesaggi irreali, di cartine di luoghi inventati e di profili di sconosciuti.
 
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categoria:pensieri e parole, dodo
giovedì, 19 marzo 2009
Da qui vedo il mare. In basso solo gli scogli, cespugli bassi, rocce bianche e qualche ginestra; nessun sentiero che scende, nessun campo coltivato.  Un’isola, in tutti i sensi, anche temporale.

Ho una certa predilezione per i luoghi non legati al tempo ma liberi, fluttuanti, senza legami che li tengano imprigionati a questa epoca, ancorati a questo momento. Mi piace cercare, sia dietro casa che dall’altra parte del mondo, quegli angoli dove il tempo sembra non significare niente, cristallizzati in una sorta di immobilità sempre valida. Potrebbe trattarsi di una vallata senza strade e priva di case, di un tratto di costa senza costruzioni, di un territorio desertico dove l’impronta dell’uomo non sia evidente. Un ritaglio di mondo che ti fa pensare che potresti essere stato proiettato, inconsapevolmente, in un'altra epoca; un fazzoletto di tempo nella cui cornice non saresti sorpreso a veder spuntare, da dietro il promontorio, la prua dipinta di una nave etrusca. Un angolo, cioè, che sia ‘assoluto’ e non relativo al tempo che stiamo attraversando. Per poter  immaginare che così come è adesso doveva essere millenni orsono.

Ne esistono ancora.

Immagine: Isola di Montecristo, Cala Maestra
postato da: dodo712 alle ore 18:25 | Link | commenti (24)
categoria:pensieri e parole, viaggiando